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domenica 1 giugno 2014

"I rovistatori", prima versione

Quella che segue è la versione lunga della pagina dedicata a Frau Musika, in via Po a Torino, pubblicata su "Stor(i)e di Torino" (Edizioni Las Vegas, 2014: v. post precedente). 

Il collezionista di musica è una sorta di animale a rischio e andrebbe tutelato. Le rapide trasformazioni tecnologiche degli ultimi anni lo hanno tramortito. Si era appena rassegnato all’idea di archiviare il vinile e ricorrere ai CD, ed ecco che i CD tramontano, che la musica si scarica da internet. Tutto è diventato più astratto, volatile, sfuggente, mentre il collezionista è un bambino che ha bisogno di circondarsi di tanti oggetti, per lui la musica è anche il supporto, il contenitore: e musica è anche la disposizione sugli scaffali, è anche vista, tatto, olfatto. So quel che dico: sono un collezionista anch’io.
A Torino, in via Po, mi capita di incontrare altri amateur affetti dalla mia stessa patologia. Aspettano davanti alla vetrina di Frau Musika, in attesa dell’apertura. Mi confondo tra loro, fingendo di essere lì per altro. Tra collezionisti, si sa, è bene non socializzare: ognuno di loro è un rivale per gli altri, e soprattutto i più mattinieri e i più danarosi vengono guardati male, diventano oggetto di mugugni e maledizioni inintelligibili. Insomma, siamo lì, in attesa che il negozietto apra, per precipitarci a rovistare tra gli scaffali, alla ricerca di ciò che non abbiamo, che cerchiamo da anni e potremmo finalmente trovare perché non si sa mai, ma soprattutto di ciò di cui non eravamo nemmeno a conoscenza ma che di colpo diventa indispensabile, e se lasciato lì toglie il sonno e l’appetito. Dire che ci piaccia la musica (classica, jazz, quelle cose lì) è improprio, fuorviante. Peggio ancora dire che ci piaccia la buona musica. Disdegniamo i capolavori (cioè, cioè: li possediamo già da quando eravamo ragazzini) e andiamo invece alla ricerca dell’insolito, dell’ignoto: e non sono nemmeno i minori quelli che ci attirano (abbiamo anche quelli, da un pezzo), ma i minimi, le mezze calze, gli epigoni dal fiato corto. Ci buttiamo sui loro CD, che etichette sconosciute hanno stampato vent’anni fa, per scoprire le loro sinfonie lutulente, i loro pedanti quartetti, le manate retoriche sparse a piene mani visto che le idee tardavano a venire. Non ci interessa tanto la qualità, o la rarità, quanto la marginalità. Ma che delizia quando, in mezzo a quell’affannato blablabla strumentale, scopriamo una perla, un frammento di bellezza, un’imprevista oasi di personalità! La scoperta ci ripaga degli anni di rovistio, anche se non ci sazia, al limite ci spinge ad approfondire, a volere tutto di quell’autore che per distrazione ha lasciato cadere nella sua mediocrità una particola di grandezza. Accumuliamo, non selezioniamo certo. Ci capita anche di litigare tra noi, se uno di occhio più vispo o di mano più lesta arraffa il pezzo che abbiamo desiderato con totale dedizione nelle ultime venti ore. In compenso, ci sentiamo d’improvviso clan se qualche dilettante entra in negozio e chiede, che so, i Carmina Burana, o una sinfonia di Beethoven. Tra noi ne ridiamo, con discrezione, e intanto allunghiamo le mani su Khrennikov, Kohoutek, Los Cobos o – cito a caso, tra le migliaia di nomi che potrebbero venirmi in mente – Lipkin, sollevati all’idea che nessun altro ne abbia provato la necessità. L’amica di Frau Musika asseconda con discrezione le nostre debolezze, e sa consigliare o dissuadere: a volte, e qui la voce le si abbassa, ci mette a parte di certi nuovi possibili arrivi, e questa confidenza ci commuove e ci esalta.
Talvolta nascono amori, tra i collezionisti: ma sono destinati a durare poco, perché fondati per lo più sull’interesse. Le collezioni degli innamorati non si possono mescolare, la comune passione dà luogo quasi subito a litigi e ripicche, e non è raro che la fine di una di queste storie diventi una drammatica sfida a chi dei due distrugge più pezzi della collezione dell’altro.

A volte, mentre siamo lì a frugare da Frau Musika, entrano tizi che non conosciamo affatto, curvi per il peso di certi sacchetti. Fingendo di non essercene accorti li spiamo mentre si avviano al banco: sono i pazzi che si vogliono liberare dei loro CD. Li disprezziamo, perché mostrano di non nutrire alcun interesse per ciò che interessa a noi, ma allo stesso tempo non possiamo fare a meno di loro, e siamo felici che esistano, che mettano ordine nelle loro case, che diventino insofferenti e che cambino gusti con il passare dei tempi. Ci piacerebbe parlare con loro, sentire quando e dove hanno comprato quei pezzi di cui ora vogliono sbarazzarsi, non per farci gli affari loro, ma per conoscere la storia, la biografia anzi, di quei CD che tra pochi minuti, se non secondi, diventeranno nostri, e verso cui già ci sentiamo teneri come madri che hanno ritrovato un figlio, o padri che hanno appena scoperto di averne uno.

lunedì 26 maggio 2014

"Favole con insetti", prima versione

Come si diceva ieri, ecco la versione lunga (e con qualche ripetizione di troppo, ma pazienza) di "Favole con insetti", uno dei due pezzi scritti per "Stor(i)e di Torino" pubblicato da poco dalle Edizioni Las Vegas di Andrea Malabaila.

Una sosta davanti alla vetrina di Ciano, in via Po, sontuosa e fitta come una Wunderkammer d’altri tempi, si trasforma subito in un invito a immaginare storie. Uno accanto all’altro vedi insetti, minerali, campioni di meteorite, piccoli rettili, fossili, strumenti scientifici (becchi bunsen, microscopi, barometri, igrometri, polimetri, bussole…). Di ogni reperto, una minuziosa didascalia riporta origine e classificazione.
È fin troppo facile abbozzare storie davanti a quel piccolo museo, dicevo. Eccone una prima (sognante, un po’ melensa, lo so): la notte, quando anche gli ultimi tiratardi si sono rassegnati a tornare a casa, gli insetti inquadrati ed esposti in vetrina si risvegliano, sgranchiscono le elitre, agitano le zampette aggranchite dopo ore di immobilità forzata, flettono le antenne, si salutano da una teca all’altra, riprendono conversazioni interrotte. Sono costretti ad alzare la voce, per superare il vetro che li protegge: rincuorano i nuovi arrivati, che ancora soffrono a rimanere appesi, insistono che no, non è difficile abituarsi a dipendere da uno spillo, anzi a lungo andare diventa pure una comodità, si pensi per esempio a quanto era penoso rimanere attaccati a una corteccia, o strisciare a terra tra le foglie marce, e oltretutto il mondo era pieno di pericoli, alcuni dei quali (camaleonti, lucertole) sono pure essi appesi lì e incorniciati da qualche parte, finalmente innocui. I più anziani si lasciano andare a ricordi lontani – non che la vita media di insetti e aracnidi consenta di avere ricordi davvero lontani, ma certo quella sospensione limbica nelle teche fa sì che il tempo si dilati, che tutto rallenti e sfumi.
Una seconda storia (una favoletta priva di morale, e forse di senso): le mattine dei giorni di festa, sul presto, quando via Po non è ancora affollata di torinesi a passeggio, famigliole di invertebrati dei giardini e della collina al di là del fiume si recano davanti alla vetrina, come faremmo noialtri uomini in uno zoo. Pallide farfalle nostrane contemplano rabbrividendo le loro lontane parenti tropicali, con invidia e con timore; un macaone color vaniglia dice alla sua modesta bella: Ma no, cara, mi piaci di più tu. Una cavolaia, madre già un po’ arruffata e affaticata, rassicura i suoi bruchini che si è portata in groppa: Ma no, sciocchini, non diventerete mai come loro (morirà subito dopo, la poveretta). Maggiolini incerti e miopi continuano a sbattere la testa contro il vetro, e non si capacitano di non potersi avvicinare a certi loro simili dalle corazze barocche. Ragnetti sottili concupiscono invano certe migali grasse e pelose e concludono che per un rapido ménage amoroso con quelle varrebbe assolutamente la pena essere divorati. Da dentro, gli insetti esotici guardano storto quella folla domenicale, e i più nervosi li definiscono buzzurri, chiedono che cosa ci sia tanto da guardare, e sbottano mandandoli a rotolare pallette di sterco.
Un’ultima possibile storiella (più movimentata, forse meno arguta): un giorno, verso l’ora di chiusura, quegli invertebrati, che la vicinanza coatta con numerosi strumenti scientifici di precisione ha finito per rendere particolarmente intelligenti, tramano una rivolta e progettano una fuga. Il periodo migliore dell’anno per fuggire sembrerebbe il Carnevale, quando passerebbero inosservati in mezzo alla miriade di animaletti finti che i ragazzini infilano nelle tasche delle coetanee per schifarle; ma c’è il problema del freddo di febbraio, che ucciderebbe all’istante molti di loro, provenienti dalle zone più calde del mondo. Si ripiega così sull’estate, quando i passanti sono tormentati da frotte di banali e volgari insettacci del luogo: mescolarsi con questi infastidisce molti dei più sofisticati prodotti della inesauribile fantasia dell’evoluzione naturale, ma pazienza, sarà una convivenza di pochi minuti, giusto il tempo di prendere il volo per infilarsi in un parco dopo aver spaventato qualche aracnofobo, aver punto mortalmente uno o due tra gli inseguitori più cocciuti – e lì, finalmente liberi, dar vita a una colonia autosufficiente, a una comune insettesca, pacifica almeno nelle intenzioni.