lunedì 26 maggio 2014

"Favole con insetti", prima versione

Come si diceva ieri, ecco la versione lunga (e con qualche ripetizione di troppo, ma pazienza) di "Favole con insetti", uno dei due pezzi scritti per "Stor(i)e di Torino" pubblicato da poco dalle Edizioni Las Vegas di Andrea Malabaila.

Una sosta davanti alla vetrina di Ciano, in via Po, sontuosa e fitta come una Wunderkammer d’altri tempi, si trasforma subito in un invito a immaginare storie. Uno accanto all’altro vedi insetti, minerali, campioni di meteorite, piccoli rettili, fossili, strumenti scientifici (becchi bunsen, microscopi, barometri, igrometri, polimetri, bussole…). Di ogni reperto, una minuziosa didascalia riporta origine e classificazione.
È fin troppo facile abbozzare storie davanti a quel piccolo museo, dicevo. Eccone una prima (sognante, un po’ melensa, lo so): la notte, quando anche gli ultimi tiratardi si sono rassegnati a tornare a casa, gli insetti inquadrati ed esposti in vetrina si risvegliano, sgranchiscono le elitre, agitano le zampette aggranchite dopo ore di immobilità forzata, flettono le antenne, si salutano da una teca all’altra, riprendono conversazioni interrotte. Sono costretti ad alzare la voce, per superare il vetro che li protegge: rincuorano i nuovi arrivati, che ancora soffrono a rimanere appesi, insistono che no, non è difficile abituarsi a dipendere da uno spillo, anzi a lungo andare diventa pure una comodità, si pensi per esempio a quanto era penoso rimanere attaccati a una corteccia, o strisciare a terra tra le foglie marce, e oltretutto il mondo era pieno di pericoli, alcuni dei quali (camaleonti, lucertole) sono pure essi appesi lì e incorniciati da qualche parte, finalmente innocui. I più anziani si lasciano andare a ricordi lontani – non che la vita media di insetti e aracnidi consenta di avere ricordi davvero lontani, ma certo quella sospensione limbica nelle teche fa sì che il tempo si dilati, che tutto rallenti e sfumi.
Una seconda storia (una favoletta priva di morale, e forse di senso): le mattine dei giorni di festa, sul presto, quando via Po non è ancora affollata di torinesi a passeggio, famigliole di invertebrati dei giardini e della collina al di là del fiume si recano davanti alla vetrina, come faremmo noialtri uomini in uno zoo. Pallide farfalle nostrane contemplano rabbrividendo le loro lontane parenti tropicali, con invidia e con timore; un macaone color vaniglia dice alla sua modesta bella: Ma no, cara, mi piaci di più tu. Una cavolaia, madre già un po’ arruffata e affaticata, rassicura i suoi bruchini che si è portata in groppa: Ma no, sciocchini, non diventerete mai come loro (morirà subito dopo, la poveretta). Maggiolini incerti e miopi continuano a sbattere la testa contro il vetro, e non si capacitano di non potersi avvicinare a certi loro simili dalle corazze barocche. Ragnetti sottili concupiscono invano certe migali grasse e pelose e concludono che per un rapido ménage amoroso con quelle varrebbe assolutamente la pena essere divorati. Da dentro, gli insetti esotici guardano storto quella folla domenicale, e i più nervosi li definiscono buzzurri, chiedono che cosa ci sia tanto da guardare, e sbottano mandandoli a rotolare pallette di sterco.
Un’ultima possibile storiella (più movimentata, forse meno arguta): un giorno, verso l’ora di chiusura, quegli invertebrati, che la vicinanza coatta con numerosi strumenti scientifici di precisione ha finito per rendere particolarmente intelligenti, tramano una rivolta e progettano una fuga. Il periodo migliore dell’anno per fuggire sembrerebbe il Carnevale, quando passerebbero inosservati in mezzo alla miriade di animaletti finti che i ragazzini infilano nelle tasche delle coetanee per schifarle; ma c’è il problema del freddo di febbraio, che ucciderebbe all’istante molti di loro, provenienti dalle zone più calde del mondo. Si ripiega così sull’estate, quando i passanti sono tormentati da frotte di banali e volgari insettacci del luogo: mescolarsi con questi infastidisce molti dei più sofisticati prodotti della inesauribile fantasia dell’evoluzione naturale, ma pazienza, sarà una convivenza di pochi minuti, giusto il tempo di prendere il volo per infilarsi in un parco dopo aver spaventato qualche aracnofobo, aver punto mortalmente uno o due tra gli inseguitori più cocciuti – e lì, finalmente liberi, dar vita a una colonia autosufficiente, a una comune insettesca, pacifica almeno nelle intenzioni.


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