domenica 1 settembre 2013

Allusione


La forza dell’allusione nel racconto mi è apparsa definitivamente chiara pochi giorni fa, di fronte alla “Brothel scene” di Frans van Mieris the Elder, esposta al Mauritshuis di Den Haag (provvisoriamente ospitata nelle sale del Gemeente Museum). Del bordello si hanno, nel quadro di brillante fattura, segnali non diretti, tracce che possono anche sfuggire a quel visitatore distratto che percorre ciondolando le sale dalle pareti ricoperte di scene di vita domestica assai simili le une alle altre (visite di medici a fanciulle malate, lettere inaspettate, giochi di carte, spulciature di fanciulli, pulizie di pavimenti…).
Eppure ci sono, i segnali: una cert’aria di disordine e di asimmetria nelle cose, l’imbottitura sbrindellata di una sedia, una scollatura troppo accentuata (appena troppo accentuata) nella ragazza appena troppo sorridente che versa da una brocca forse del vino nel calice retto da un giovanotto seduto forse troppo ammiccante; lenzuola e cuscini accatastati in alto, in disordine, come per fretta; un uomo con la testa appoggiata a un tavolo, nell’atto di dormire, dopo un’azione faticosa; due figure (una donna di spalle, un uomo davanti a lei, appena visibile, forse l’autoritratto dell’artista) che ammiccano, assai vicini l’uno all’altro, quasi a contatto, al di là di una porta; soprattutto, direi, i due cagnetti colti nell’atto sessuale, in mezzo alla stanza, nell’indifferenza di tutti. Qui, nel dettaglio del coito dei due cani, e nell’indifferenza degli altri, si coglie ovviamente l’allusione più esplicita, così esplicita che nell’Ottocento si coprì il maschio che montava, che solo nel 1949 tornò alla luce grazie a un restauro. Quando l’allusione ha a che fare con il senso del pudore, si relativizza, secondo usi di epoche e luoghi. Sono quei simpatici cani da salotto che altrove, in mille altre tele di ambientazione domestica, stanno quieti sotto ai tavoli, accanto ai padroni, in atto di attenta sudditanza, come giocattoli viventi. Qui invece fanno ciò a cui nel resto del quadro (sorrisi, ammiccamenti, lenzuola, stanze, scollature) si accenna appena.
Il quadro risale al 1658-59, ed è un capolavoro di precisione e di sottintesi: la brocca in mano alla ragazza e la corazza del giovanotto mandano riflessi di altri dettagli nella stanza che non vedremo mai (altre figure che si affacciano, rossovestite, da altre porte aperte? altri viluppi di lenzuola?); una candela spenta su una finestrella, pronta a essere accesa per dare un segnale; una porta aperta che suggerisce altri spazi, altre attività che non vedremo e che possiamo solo immaginare. E ancora, una carta geografica dall’aria consunta appesa a una parete (in un bordello?), una mandola appesa a ridosso, un ninnolo insulso su una mensola suggeriscono altri momenti, altre vite.
Non vi è nulla della galanteria esplicita del secolo successivo, di un Fragonard, di un Boucher; e nemmeno nulla della pittura erotica di ispirazione mitologica di un secolo prima, con quei nudoni tutti muscoli, i piedoni in primo piano, le ninfe ghermite, i satiri o fauni su di giri. Qui, nel quadro di van Mieris, si aggira il tabù del pudore con virtuosistica nonchalance, con umorismo lieve, caricando gli oggetti e i gesti non di mistero, ma di sottintesi, come in una parodia delle scene di Vermeer. 

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