sabato 7 settembre 2013

Da "Letteratitudine News": Bragi Ólafsson, "Animali domestici"


“Animali domestici”, il secondo romanzo di Bragi Ólafsson (La Linea, 2013, traduzione di Silvia Cosimini), è stato salutato nel 2001 dalla critica internazionale come un romanzo “rock”, anche se in effetti non parla di rock, e anche se, a pensarci bene, l’ormai lontana militanza dell’autore nei Sugarcubes di Björk non è sufficiente a colorare di “rock” ogni cosa da lui fatta dentro la musica e fuori. Di rock (se vogliamo procedere per analogia e con una certa dose di approssimazione) può esserci lo spirito sbarazzino, quella sensazione da esecuzione in diretta propria di ogni buona schitarrata con gli amici (anche di quelle calibrate in giorni e giorni di postproduzione in studio); ci sono il ricorso insistito all’alcool e un costante retrogusto sessuale pieno di desideri e impacci da eterni adolescenti; e c’è il risuonare anche della musica, come no, di tanta musica.
Ma proprio qui, nei riferimenti musicali di cui abbonda il romanzo di Ólafsson, scopriamo che il rock è solo uno degli interessi, e che nel bagaglio di un musicista islandese curioso e colto, che ha militato in una formazione alternativa e inclassificabile come i Sugarcubes prima di fondare una sua etichetta discografica, si può trovare molto altro (nel suo bagaglio, o in quello dell’io narrante, Emil, a cui immaginiamo che l’autore abbia prestato senza problemi gusti e idiosincrasie).
Il romanzo è ambientato negli anni novanta, in un’epoca in cui il vinile non era ancora materiale da nicchia e condivideva gli stessi spazi con i cd e le musicassette, la musica si ascoltava nei walkman (come si dice walkman al plurale? ci si chiede in una pagina divertente, una delle tante), si facevano compilation registrandole dai dischi e non scaricando tracce a tonnellate dal web in modo più o meno legale. Emil rientra a Reykjavík da un viaggio e, per motivi che non staremo a dire, si ritrova prigioniero in casa propria, nascosto sotto il letto, mentre amici e conoscenti non tutti rassicuranti invadono uno dopo l’altro la sua abitazione, saccheggiano la sua dispensa, suonano i suoi dischi. La situazione, solo apparentemente statica, è in realtà assai movimentata, e diventa, pagina dopo pagina, irresistibilmente umoristica, in quel modo paradossale ed esasperante che sembra caratterizzare certa narrativa nordica.
Tra parentesi, non si può non simpatizzare con il protagonista, che torna da Londra con le valigie piene di libri (otto) e dischi di gusto (trentasei, più sette cassette), e che a volte, ma senza snobismo, sembra misurarsi con gli altri che incontra proprio attraverso questi misuratori del gusto (li conosceranno? li avranno mai ascoltati? li potrebbero capire? li potrebbero amare?).
Tanta musica torna nelle pagine di questo romanzo, si diceva. Sin dalle prime pagine, ecco “Lonely Fire” del Miles Davis elettrico, un brano che Emil ama e che si ripresenterà più volte come una sorta di implicito leitmotiv; dello stesso Davis vengono citati certi “riarrangiamenti” (qui si coglie il sintomo di quella particolare e tutto sommato piacevole malattia del collezionismo, il completismo) e il tiratissimo e funkissimo “On the Corner”. Ecco apparire a un tratto “Mysterious Traveller” dei Weather Report, e la cosa non ci sorprende. Quando gli intrusi in casa si interessano alla discoteca di Emil e ripiegano sul rock, scovano vari vecchi successi di Elvis Presley (“Hound Dog”, “Heartbreak Hotel”, più avanti “Flaming Star”, e ancora “Suspicious Minds” e “Don’t Cry Daddy”) e i Kraftwerk di “Computer World”. Trovano anche, e questo sì è sorprendente, Mahler, e non una delle tante sue sinfonie entrate in un modo o nell’altro nella memoria collettiva, ma il raro e giovanile “Klavierquartett” del 1876; gli intrusi lo fanno suonare due volte, e la seconda è al centro di una sghemba conversazione sulla musica da camera e sull’anno di composizione (il ’76, che per taluni presenti diventa il 1976, il che farà ridere alcuni lettori, solo alcuni, temo). Più avanti, echeggiano certi brevi pezzi per violoncello e pianoforte di Anton Webern (si tratterà dell’op. 11, del 1914), il valzer “Vita da artista” di Johann Strauss jr. (l’op. 316, se vogliamo fare i pignoli), e subito dopo, in contrasto, Arthur Blythe al sax “sopra uno strano mix di trombone e bonghi”. Insomma, si tratta di una vera e propria colonna sonora fatta di contrasti e accostamenti azzardati, che giocando spesso con il meccanismo dell’incongruo accompagna e sottolinea la comicità delle situazioni.
È interessante (me ne accorgo adesso che scrivo queste note) che i brani musicali citati, anche i più recenti, non appartengano mai alla contemporaneità: lasciamo da parte Mahler e Strauss, ma davvero sembra che la musica, per Emil, questo intenditore educatamente maniacale e un po’ nostalgico, si sia fermata alla metà degli anni settanta; chissà se questo significa che è necessario o almeno auspicabile un distacco cronologico di almeno un decennio o due per godere a fondo della musica; o se suggerisce che la musica sia in fondo una faccenda della memoria, e che ognuno di noi, nel crearsi una compilation personale nel corso della propria vita, lavori di sovrapposizioni sentimentali, di nostalgie, e ami riascoltare quello che ha ascoltato nell’infanzia e non più tardi dell’adolescenza, e cerchi di rintracciarne i segni anche nelle musiche scoperte in seguito.


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