Di mostri è generoso
invece, sin dalle prime pagine, un romanzo del catalano Albert Sánchez Piñol,
“La pell freda”, del 2002, di cui Rizzoli ha pubblicato nel 2014 l’esatta
traduzione di Patrizio Rigobon nella collana BUR Contemporanea (ma già
Feltrinelli lo aveva stampato nel 2005, in un’edizione ora introvabile). Mostri
marini a bizzeffe, a orde, assediano sin dalla prima notte il protagonista, un
giovanotto irlandese capitato su un’isola al largo della Patagonia a fare
rilevamenti meteorologici. Non mancheranno di farsi avanti, i mostri, sempre
più numerosi e cocciuti, notte dopo notte, presentandosi come possibili minacce
e, sempre più, come vittime sacrificali di un massacro che si perpetua sempre
più vicino al genocidio. Chi sono, da dove provengono (dalle profondità marine,
d’accordo, ma da dove esattamente? da
quale piega sconosciuta dell’evoluzione animale, o da quale evento?), perché
allungano così bramosi le loro braccia, e si accaniscono e allo stesso tempo si
lasciano uccidere senza davvero opporsi? Sembrano muoversi non come membri di una
società, ma come quegli insetti che sacrificano la propria individualità in
nome di priorità legate alla specie. Poco importa che l’autore nel descriverli
non pecchi di eccessiva fantasia: viscide caricature umanoidi con un che di
pescesco, definiti familiarmente “ranacce”, ricordano certi mostri delle paludi
dei film di serie B degli anni Cinquanta. Più interessante che, con il passare
del tempo, la loro fredda, stolida estraneità diventi accettabile – al punto
che il protagonista si sentirà attratto da una di loro, che l’unico altro
abitante dell’isola, il guardiano del faro Batís Caffó, tiene in
casa come aiutante tuttofare e schiava sessuale, e da questa attrazione
nasceranno copule straordinarie, e poi una vera e propria passione, e anche
amore, di quello divorante e doloroso di chi non sa se l’oggetto del proprio
amore corrisponde. Sempre meno spaventosi, i mostri riveleranno certi aspetti gradevoli
e anche teneri del loro essere – a questo punto il protagonista smetterà di definirli
“ranacce” e passerà a chiamarli “citauca”, perché così ha creduto di decifrare
certi loro suoni, e si affezionerà ai loro cuccioli, o se volete bambini, che
saltano fuori proprio quando i due uomini stanno progettando di far estinguere
tutta la razza con una serie spaventosa di esplosioni.
Nel romanzo tutto è mosso
da un’ossessione compulsiva: gli attacchi dei mostri, le stragi, i rigurgiti
sessuali non dominabili, perfino i temi di discussione tra i due unici umani
dell’isola. Ogni giorno ripete i precedenti, con l’unica variante della
progressione, del crescendo. Il climax opprimente rende l’isola un luogo
chiuso, una prigione dimenticata dagli uomini (da tutti gli altri uomini,
compresi quelli che hanno portato fin lì prima l’uno poi l’altro dei
personaggi, e non sembrano voler tornare a riportarli a casa). Il tempo,
scandito in giorni indistinguibili e tendenti sempre a un indefinito peggio,
finisce per annullarsi; nei due personaggi umani la tensione provocata dal
continuo stato di allerta diventa apatia, o almeno atarassia, la speranza sfuma
in una disperazione indaffarata, l’inanità sfocia in un perenne e dissennato
bricolage da cui sembra dipendere la salvezza precaria, della notte, o almeno
della prossima mezz’ora.
Attratto da ciò che prima
gli provocava repulsione, il giovanotto irlandese sembra davvero l’uomo occidentale
ottocentesco (l’eroe di Verne, ancora, più smagato, però, meno graniticamente
ottimista) che la scoperta dell’altro (di altri popoli, altre usanze, altri
valori, altri miti) mette in crisi: insieme estraneo e simile, l’altro (il “citauca”)
è oggetto di desiderio e insieme di raccapriccio. Si tenta un contatto, un
abbozzo di sintonia, un inizio di comunicazione, ma invano: troppo diversi
linguaggi e sentimenti per riuscire nel contatto. Eppure anch’essi, i mostri,
esternano sentimenti equiparabili ai nostri: piangono, ad esempio –
semplicemente, per troppo tempo il loro pianto è stato confuso con un canto
stolido e lamentoso – e sanno manifestare solidarietà gli uni per gli altri – dunque
non sono proprio identici alle colonie di insetti o ai banchi di pesci in cui
il singolo non conta nulla.
Sulla guerra cieca tra
civiltà che non si capiscono Albert Sánchez Piñol è tornato nel 2005 con “Congo
– Inferno verde” (Fazi, 2011), romanzone d’avventure africane che recupera e
rivitalizza le convenzioni ottocentesche del genere. Seguendo il modello di H.
G. Wells nel declinare in chiave fantastica il conflitto di classe (pensate ai
Morloch de “La macchina del tempo” o alla società selenita de “I primi uomini
sulla Luna”), Piñol trasforma il conflitto etnico dell’era coloniale in materiale
da protofantascienza: e i Tectoni, umanoidi bianchi e calvi che in “Congo”
hanno formato sottoterra una civiltà parallela, insieme aliena e simile,
sembrano imparentati con le creature marine de “La pelle fredda” – se nel
romanzo africano sono gli uomini a scoprirli scendendo da loro spinti dalla
bramosia dell’oro, nel romanzo patagone sono loro, gli alieni, a venire
ossessivamente a cercare l’uomo.
Sotto l’apparenza del
genere avventuroso, insomma, Albert Sánchez Piñol mette in scena ossessioni e
rovelli che ruotano attorno alla condizione umana, al rapporto con la natura,
al senso dell’ignoto, e li incarna in legioni di creature dalla pelle solo
apparentemente fredda.
