giovedì 2 luglio 2015

Da FuoriAsse n. 14: Albert Sánchez Piñol

Di mostri è generoso invece, sin dalle prime pagine, un romanzo del catalano Albert Sánchez Piñol, “La pell freda”, del 2002, di cui Rizzoli ha pubblicato nel 2014 l’esatta traduzione di Patrizio Rigobon nella collana BUR Contemporanea (ma già Feltrinelli lo aveva stampato nel 2005, in un’edizione ora introvabile). Mostri marini a bizzeffe, a orde, assediano sin dalla prima notte il protagonista, un giovanotto irlandese capitato su un’isola al largo della Patagonia a fare rilevamenti meteorologici. Non mancheranno di farsi avanti, i mostri, sempre più numerosi e cocciuti, notte dopo notte, presentandosi come possibili minacce e, sempre più, come vittime sacrificali di un massacro che si perpetua sempre più vicino al genocidio. Chi sono, da dove provengono (dalle profondità marine, d’accordo, ma da dove esattamente? da quale piega sconosciuta dell’evoluzione animale, o da quale evento?), perché allungano così bramosi le loro braccia, e si accaniscono e allo stesso tempo si lasciano uccidere senza davvero opporsi? Sembrano muoversi non come membri di una società, ma come quegli insetti che sacrificano la propria individualità in nome di priorità legate alla specie. Poco importa che l’autore nel descriverli non pecchi di eccessiva fantasia: viscide caricature umanoidi con un che di pescesco, definiti familiarmente “ranacce”, ricordano certi mostri delle paludi dei film di serie B degli anni Cinquanta. Più interessante che, con il passare del tempo, la loro fredda, stolida estraneità diventi accettabile – al punto che il protagonista si sentirà attratto da una di loro, che l’unico altro abitante dell’isola, il guardiano del faro Batís Caffó, tiene in casa come aiutante tuttofare e schiava sessuale, e da questa attrazione nasceranno copule straordinarie, e poi una vera e propria passione, e anche amore, di quello divorante e doloroso di chi non sa se l’oggetto del proprio amore corrisponde. Sempre meno spaventosi, i mostri riveleranno certi aspetti gradevoli e anche teneri del loro essere – a questo punto il protagonista smetterà di definirli “ranacce” e passerà a chiamarli “citauca”, perché così ha creduto di decifrare certi loro suoni, e si affezionerà ai loro cuccioli, o se volete bambini, che saltano fuori proprio quando i due uomini stanno progettando di far estinguere tutta la razza con una serie spaventosa di esplosioni.
Nel romanzo tutto è mosso da un’ossessione compulsiva: gli attacchi dei mostri, le stragi, i rigurgiti sessuali non dominabili, perfino i temi di discussione tra i due unici umani dell’isola. Ogni giorno ripete i precedenti, con l’unica variante della progressione, del crescendo. Il climax opprimente rende l’isola un luogo chiuso, una prigione dimenticata dagli uomini (da tutti gli altri uomini, compresi quelli che hanno portato fin lì prima l’uno poi l’altro dei personaggi, e non sembrano voler tornare a riportarli a casa). Il tempo, scandito in giorni indistinguibili e tendenti sempre a un indefinito peggio, finisce per annullarsi; nei due personaggi umani la tensione provocata dal continuo stato di allerta diventa apatia, o almeno atarassia, la speranza sfuma in una disperazione indaffarata, l’inanità sfocia in un perenne e dissennato bricolage da cui sembra dipendere la salvezza precaria, della notte, o almeno della prossima mezz’ora.
Attratto da ciò che prima gli provocava repulsione, il giovanotto irlandese sembra davvero l’uomo occidentale ottocentesco (l’eroe di Verne, ancora, più smagato, però, meno graniticamente ottimista) che la scoperta dell’altro (di altri popoli, altre usanze, altri valori, altri miti) mette in crisi: insieme estraneo e simile, l’altro (il “citauca”) è oggetto di desiderio e insieme di raccapriccio. Si tenta un contatto, un abbozzo di sintonia, un inizio di comunicazione, ma invano: troppo diversi linguaggi e sentimenti per riuscire nel contatto. Eppure anch’essi, i mostri, esternano sentimenti equiparabili ai nostri: piangono, ad esempio – semplicemente, per troppo tempo il loro pianto è stato confuso con un canto stolido e lamentoso – e sanno manifestare solidarietà gli uni per gli altri – dunque non sono proprio identici alle colonie di insetti o ai banchi di pesci in cui il singolo non conta nulla.
Sulla guerra cieca tra civiltà che non si capiscono Albert Sánchez Piñol è tornato nel 2005 con “Congo – Inferno verde” (Fazi, 2011), romanzone d’avventure africane che recupera e rivitalizza le convenzioni ottocentesche del genere. Seguendo il modello di H. G. Wells nel declinare in chiave fantastica il conflitto di classe (pensate ai Morloch de “La macchina del tempo” o alla società selenita de “I primi uomini sulla Luna”), Piñol trasforma il conflitto etnico dell’era coloniale in materiale da protofantascienza: e i Tectoni, umanoidi bianchi e calvi che in “Congo” hanno formato sottoterra una civiltà parallela, insieme aliena e simile, sembrano imparentati con le creature marine de “La pelle fredda” – se nel romanzo africano sono gli uomini a scoprirli scendendo da loro spinti dalla bramosia dell’oro, nel romanzo patagone sono loro, gli alieni, a venire ossessivamente a cercare l’uomo.

Sotto l’apparenza del genere avventuroso, insomma, Albert Sánchez Piñol mette in scena ossessioni e rovelli che ruotano attorno alla condizione umana, al rapporto con la natura, al senso dell’ignoto, e li incarna in legioni di creature dalla pelle solo apparentemente fredda.

Nessun commento: