Fair is Foul and Foul is Fair, l’album di Costanza Alegiani
pubblicato quest’anno dalla combattiva etichetta Improvvisatore Involontario, è
un’occasione preziosa per parlare dell’incontro tra letteratura e musica: perché
qui si incrociano Shakespeare e Verdi (e i suoi librettisti Francesco Maria
Piave e Arrigo Boito), l’opera lirica e il jazz di oggi, la musica scritta e
l’improvvisazione, la parola scritta e il canto.
Il lavoro di Costanza
Alegiani ruota attorno a un’intenzione progettuale molto chiara, evocare quel
mondo di finzione e verità che possiamo situare tra dramma elisabettiano e
melodramma ottocentesco (con una puntatina sorprendente dalle parti di Brecht e
Weill, anche), cioè il teatro nella sua essenza più forte; allo stesso tempo
esprime un’ampia voracità artistica, che si nutre di disparate suggestioni
stilistiche, mescola antico e moderno, scrittura e improvvisazione pura, pieno
e vuoto, alto e basso, opera lirica e cabaret, torch song e free jazz, riconducendo però tutto a una chiara
solidità di impianto. “L'Opera è per me un microcosmo” mi dice Costanza
Alegiani, “un palcoscenico su cui i personaggi si ritrovano catapultati. Pian
piano devono riconoscere se stessi, la loro storia e comprendere il loro
destino. Così mi immagino questi personaggi del disco: raccontano di loro
stessi, della loro condizione, chi nella sua stanza come Desdemona, chi in un
non-luogo come il Coro.”
Per questo sorprende
scoprire che “l'idea del concept album
è arrivata alla fine, come del resto l'idea di fare un disco con questo
materiale.” Ma è vero che certe connessioni interne, profonde, tendono a rivelarsi
un po’ alla volta, e allora il materiale che fino a quel momento sembrava
disparato diventa parte di un organismo coerente, che preesisteva alle
intenzioni dell’autore stesso.
Il primo riferimento letterario
forte è al Macbeth nella sua dimensione
più notturna e inquietante, quella delle streghe che aprono la tragedia: ma
ecco, le parole delle tre sorelle (Fair
is Foul and Foul is Fair) sono declamate brechtianamente, come se a
metterle in musica fosse stato Kurt Weill, e solleticate ma non disturbate dai
borborigmi della strumentazione.
Alas Poor Country. A Messenger oscilla invece tra echi di torch song e aria d’opera, per poi
aprirsi all’improvvisazione strumentale (la voce, quando tace, è sempre
presente, l’attesa della voce riempie gli spazi vuoti, l’eco di quanto cantato poco
prima riverbera ancora) e dall’evocazione si apre alla citazione (dal Macbeth verdiano).
La creazione di questo
brano è particolarmente articolata. “Ho avuto l’occasione di scrivere la
rielaborazione di Alas Poor Country
per un ensemble vocale del Conservatorio di Bruxelles, dove ho lavorato” dice
Costanza Alegiani. “In Italia avevo scritto Willow
song e l'avevo registrato con un quintetto per un disco di tributo a Verdi,
commissionato dal Conservatorio di Frosinone; quando poi sono partita per il
Belgio, mi hanno chiesto di scrivere altri brani ispirati a Verdi, in occasione
del bicentenario, così ho pensato di lavorare su alcuni cori del Macbeth, perché avevo a disposizione un vocal ensemble, e volevo continuare a
studiare le opere shakespeariane di Verdi. Il coro era composto da cantanti di
diverse nazionalità, e mi sembrava bello pensare a Alas poor country come a un messaggio universale, contemporaneo,
cantato in più lingue. Abbiamo poi lavorato con il settetto strumentale, e ho concepito
una prima parte recitata dal singolo (Alas
poor country. A messenger), e poi un suono "corale" per il vero e
proprio Patria Oppressa (che è
diventato Alas poor country. Refugees).”
L’eterogeneità del
materiale non dà mai luogo a un effetto patchwork, non trasmette mai un’impressione
di eclettismo fine a se stesso: se la coerenza stringente dell’insieme è data, a
un livello testuale, dai persistenti riferimenti shakespeariani e verdiani, altre
costanti più propriamente stilistiche e sonore compattano la musica. La più
importante mi sembra la voce di Costanza Alegiani, che canta lieve, senza
ammiccare e senza parodiare (il rischio della parodia, del virgolettato
ironico, frequente in questo genere di operazioni, qui è evitato con grazia), e
all’artificio impostato del canto lirico contrappone un’emissione piena di
naturalezza, come se cantasse solo per se stessa e il canto fosse un monologo
interiore, che solo a tratti si leva a declamare – come se il canto spiegato
non fosse adatto a rappresentare la nudità dell’uomo di fronte a forze che non
sa controllare, ma può solo rassegnarsi ad accettare. Tout se tient, insomma.
Ed è anche, appunto, il
tema del destino (“la forza del destino”, verrebbe da dire citando un’altra
opera di Verdi che però qui non c’entra nulla) che dà robustezza di impianto e
coesione.
A proposito di destino:
“L'idea di costruire un lavoro che avesse il Destino come tema guida, diciamo
come leitmotiv, mi è venuta leggendo e studiando il Macbeth” mi dice Costanza Alegiani. “Ciò che rende Macbeth un uomo
moderno, non più medioevale, è il libero arbitrio: Macbeth è artefice del suo
destino, le streghe non fanno altro che porlo davanti a diverse possibilità. Fair is Foul and Foul is Fair (l'ultimo
brano che ho scritto e ideato, brano originale che ricorda un po’ la turbolenza
e l'impeto del coro originale verdiano) rappresenta l'ambiguità e la
paradossalità del destino: però la lotta che Macbeth intraprende non è più con
un fenomeno soprannaturale, divino, ma è interiore. Partendo da questa
riflessione, ho ripensato ai personaggi che avevo scelto precedentemente, il Coro
dei profughi scozzesi nel Macbeth e
Desdemona nell'Otello. In maniera diversa
queste figure subiscono un destino infausto, causato da scelte altrui.
Desdemona sa che dovrà morire, ne ha il presentimento, e accetta la sua sorte
cristianamente, cattolicamente direi nel caso di Verdi, che le fa cantare un’Ave
Maria come ultima preghiera, dopo l'aria del salice, cosa che ovviamente non
avviene nell'Otello dell’anglicano Shakespeare.”
Le differenze tra Verdi e
Shakespeare sono uno spunto intrigante. Chiedo a Costanza Alegiani che cos’altro
ha trovato in Verdi che non c'era in Shakespeare e che cosa di Shakespeare non è
rimasto in Verdi.
“Il Coro dei profughi
scozzesi, come sappiamo, riuscirà a sovvertire il suo destino, uccidendo
Macbeth e riconquistando la Scozia. Questo coro è una delle grandi innovazioni
di Verdi rispetto al Macbeth di
Shakespeare. Infatti Alas poor country
è il messaggio di un uomo unico che racconta le vicende e le condizioni umane
degli scozzesi esiliati, mentre Verdi decide di far cantare un intero popolo,
un coro appunto, in pieno stile risorgimentale, direi nazionalista. Il
messaggio qui è del Popolo che non ha più la propria patria.”
Desdemona’s Dream, come è evidente dal titolo, sposta l’attenzione su
un altro personaggio femminile shakespeariano rivisitato da Verdi: ed è canzone
sentimentale, notturna, introspettiva, anche languida, oscillante tra pop e
jazz, in bilico tra romanticismo e trasognatezza. Riproposizione operistica è
invece il già citato Willow song, che
riprende recitativo e aria verdiane (“Mia madre aveva una povera ancella…”):
all’inizio, almeno, perché poi diventa mille altre cose, prima di tornare
trascrizione dell’aria verdiana.
Come nei precedenti
intermezzi puramente improvvisativi, in Chi
è quell'Uomo che può tenere in pugno il suo destino (dall’Otello, sempre, ma stavolta dalla bocca
del protagonista maschile), la traccia con cui si chiude l’album, gli
strumenti, lasciati liberi, tessono trame, e sembrano avvolgere e avvincere il
personaggio che rimane muto in scena: improvvisazione pura, esclusivamente
strumentale, in cui ormai tutto il dramma (personale, collettivo, universale) è
compiuto, e non resta che il silenzio.
