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domenica 4 dicembre 2016

Su Letteratitudine: Jean Echenoz, Ravel

Jean Echenoz è riuscito, con il breve romanzo “Ravel”, a creare un’ingegnosa opera à la Ravel: nel senso che con precisione da compositore-orologiaio, con distacco, nonchalance, una facilità ingannevole, un calibrato rispetto di tempi e forme, ha costruito un libro in cui sembra davvero di ascoltare, convertite in parole, le musiche del compositore francese. La fine traduzione di Giorgio Pinotti per Adelphi preserva l’eleganza mai fatua e spesso tendente all’eccentrico dello stile raveliano di Echenoz.
Ravel ci è restituito innanzitutto attraverso gli oggetti, i vestiti, i feticci di cui si circonda nella angusta e impossibile casetta di Montfort e con cui riempie le numerose valigie e bauli che lo accompagnano in tournée o in villeggiatura. L’omino Maurice, sotto quell’armatura di originale eleganza che lo protegge dalle insidie del mondo, è sempre inappuntabile, anche quando è in ritardo (cioè, sempre), e lo sarà anche negli anni del declino, quando perderà memoria e facoltà fisiche e intellettive e si aggirerà per concerti e vernissage scortato dagli amici più fidati che terranno lontani i cacciatori di autografi (ignari che il celebre compositore non sa nemmeno più scrivere il suo nome). È un mondo protettivo, di ninnoli, abitudini consolidate, sofisticati automatismi, squisitezze varie, una boîte à musique in cui anche il tormento dell’insonnia è sopportabile, anche le smemoratezze sembrano accettabili. Pare di sentir risuonare, in questo mondo ovattato e un po’ fuori dal tempo, le armonie raffinate e fintamente algide del “Tombeau de Couperin”, le fantasticherie rassicuranti e inquiete di “Ma mère l’Oye”.
A proposito: il sospetto di fatuità, di jeu un po’ fine a se stesso, di meccanismo alla fine disumano, che può cogliere il lettore alle prime pagine (o l’ascoltatore alle prime battute) svanisce ben presto: il romanzo di Echenoz, seguendo i movimenti di Ravel, da commedia brillante (la tournée negli Stati Uniti, la spossatezza caricaturale che coglie il compositore dinanzi a spostamenti in carrozze di lusso, gli entusiasmi iperbolici del pubblico di amateurs) si tramuta progressivamente in descrizione degli ultimi anni di vita, quelli della malattia, rimasta misteriosa, e dei vani tentativi di cura. Diventa, cioè, un vero e proprio tombeau, in cui l’imperturbabile, clinica precisione risulta paradossalmente toccante (e sfido chiunque a leggere l’ultima parte senza magone).
C’è molta musica, ovviamente, nel breve romanzo di Echenoz. Ravel all’epoca è uno dei compositori più apprezzati al mondo, lo si pone accanto a Stravinskij, in lui il brivido della modernità e della sfida si concilia sempre con uno charme che sa sedurre le masse, spaventate invece dalla piega che ha preso altra musica moderna. È così autorevole che, di fronte agli attacchi dei più giovani leoni del gruppo Les Six, in particolare di Milhaud e Auric, reagisce con superiore tolleranza, e anzi con simpatia e comprensione. La musica, che pure è la sua vita, ed è parte fondamentale della sua persona, non è sempre al centro dei suoi pensieri: a volte, vinto da una sorta di superiore indolenza, Ravel resta inerte, cincischia, si perde senza grande convinzione dietro a progetti che non porterà a termine. Il suo rapporto con la tradizione è fondato su una sorta di singolare sfida: con le forme (trio, quartetto, sonata) “salda i conti” affrontandole una volta sola, in opere uniche che suonano come suggelli definitivi. Solo con il Concerto per pianoforte la sfida è duplice, tant’è che verranno tormentosamente composti negli stessi mesi due concerti, uno in Re maggiore per la mano sinistra (commissionato da Paul Wittgenstein, che lo eseguirà strapazzandolo in modo insopportabile per il compositore) e l’altro in Sol.
Anche il rapporto con gli interpreti merita qualche riga. Ravel, che predilige una lettura fedele, perfettamente calibrata delle sue opere, detesta le personalizzazioni di Wittgenstein, i virtuosismi rodomonteschi che distorcono e rompono la tensione in perfetto equilibrio tra strumento solista e orchestra; e detesta pure il “Bolero” velocizzato e accelerato sotto la direzione di Toscanini (si ascolti la vecchia incisione del 1930 in cui Ravel dirige la propria opera più famosa: la lentezza garantisce cesello su ogni singola nota). Egli stesso, però, quando non può farne a meno, si presta a esecuzioni approssimative delle sue opere pianistiche, perché pianista non è e ciò che scrive per il pianoforte è spesso al di là delle sue possibilità tecniche: confida, in tali casi, sull’indulgenza, la disattenzione o l’incompetenza del pubblico.
Affascinato dalla meccanica, concepisce la musica come un linguaggio puramente formale, in cui tout se tient – in questo è vicino al concetto di musica assoluta che in quei decenni era rappresentato da compositori come Stravinskij o Hindemith. Tutto è forma, dosaggio, equilibrio, struttura, nel meccanismo che è un pezzo musicale, nel gioco serio e svagato che è la musica. La musica è motore in movimento, orologio, nave, treno (sempre di prima classe, naturalmente): da qui nasce anche l’idea (impossibile, provocatoria, allora) di un pezzo privo di sviluppo in senso musicale ma tutto giocato sulla ripetizione, melodica e ritmica, in cui solo il timbro (l’orchestrazione di cui Ravel era maestro) cambia e crea movimento (il “Bolero”, appunto). En passant, vi sono anche studi, che Echenoz per fortuna non cita, in cui neurologi interpretano i diversi aspetti della musica di Ravel, e del “Bolero” in particolare, come sintomi di differenti neuropatie: ma lasciamo stare.

Il processo compositivo è ben raccontato da Echenoz, che riprende quanto confidato (con qualche esagerazione) da Ravel durante una conferenza a New York: il compositore resta a pensare a lungo, anche per anni, senza scrivere una sola nota, e intanto le idee germinano nella sua mente un po’ alla volta, e solo dopo che si sono adattate in una struttura arriva il momento della stesura, che può essere anche rapido e coincide sempre con la fase della ripulitura, della sottrazione del superfluo. Non crede nell’ispirazione, Ravel, la tastiera (quella vera del pianoforte, o quella immaginaria sempre aperta nella mente) è tutto. Nemmeno la natura sembra offrire motivi di ispirazione: mentre contempla l’orizzonte marino dal ponte della nave che lo porta in America, Ravel prova a tradurre la superficie del mare in una linea melodica o in un ritmo, ma desiste subito, per noia e per scetticismo. Né sembra aver dato risultati più duraturi la trascrizione del canto degli uccelli compiuta in certi momenti di inerzia della Prima Guerra Mondiale, quando Ravel, spinto da un sentimento di sincero patriottismo che sorprese molti e che ha il sapore di un beau geste, era riuscito a farsi arruolare come autista di mezzi pesanti.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/11/30/ravel-di-jean-echenoz/

lunedì 31 ottobre 2016

Da Letteratitudine: Grazia Verasani

Grazia Verasani
“Lettera a Dina”
Giunti, 2016

Nel nuovo romanzo di Grazia Verasani, “Lettera a Dina”, uscito quest’anno per Giunti come il precedente “Mare d’inverno”, due personaggi femminili si incontrano, misurano le proprie incompatibilità eppure si attraggono e si stringono in un’amicizia appassionata nella politicizzata Bologna degli anni Settanta, tra scuole medie e liceo; si abbandoneranno, a un certo punto, per seguire strade inconciliabili, ma finiranno per ritrovarsi uniti nella memoria: uno è l’io narrante, una ragazza curiosa, buona, inquieta il giusto, “comunista” da sempre ma incuriosita dal mondo della borghesia benestante, stabile pur nei cambiamenti dovuti alla crescita e alle dinamiche dell’esistenza; l’altro personaggio è appunto Dina, “fascista” più per sfizio e gusto della provocazione che per sentita vocazione ideologica, piuttosto spinta da una disperata voracità consumistica, affascinante proprio perché diversa e inafferrabile, in continua metamorfosi tra fasi di rapinosa bellezza e altre di abbrutimento.
La prima possiede la solidità necessaria per superare le crisi, per opporsi a derive autodistruttive, e rimane sincera con se stessa e gli altri; la seconda, invece, tra sbandate bulimiche e comportamenti compulsivi, finirà per perdersi nell’alcool e nelle droghe pesanti, in un crescendo di bugie e depistaggi sempre più goffi. La morte di Dina, la sua scomparsa rappresentano l’oggetto di quella ricerca che dicevamo, che però è un affaire personale, un fare i conti con un momento opaco del proprio passato più che con un mistero da risolvere.
Due figure così opposte eppure complementari – se vogliamo leggerli come fossero elementi musicali – potrebbero ricordare le dinamiche che si creano tra il tema A e il tema B di una forma sonata: diversi per natura, eppure destinati a legarsi in uno sviluppo che li concili.

La musica, in effetti, ha un ruolo fondamentale nel bel romanzo di Verasani. È dall’ascolto casuale di una canzone degli Alunni del Sole, “E mi manchi tanto…”, che si scatena il ricordo, rimosso per tanti anni, dell’amicizia adolescenziale tra la narratrice e Dina. Anche in altre parti del romanzo la musica è questo: evocazione di sentimenti contrastanti e di straordinaria intensità, colonna sonora di situazioni alle quali rimarrà aggrappata per sempre nel ricordo, proiezione (anticipazione, amplificazione) di situazioni e momenti cruciali; compagna consolatrice, terapia della sofferenza dell’anima, distillato (in poche parole, in pochi accordi, quando si tratta delle canzoni che punteggiano il romanzo) di uno stato d’animo.
La musica in “Lettera a Dina” svolge anche un altro ruolo: caratterizza un’epoca, segna lo scorrere del tempo, certifica lo spirito di determinati anni. Per noi che abbiamo vissuto quegli anni, magari in altre città anche più sonnolente, tutti quei titoli diventano potenti madeleines evocatrici (da “Pop Corn” de La Strana Società a “Polli di allevamento” di Gaber, da “Perché no?” di Battisti a “Parsifal” dei Pooh), assieme ai titoli di film e libri (“Porci con le ali”, “Ecce Bombo”, “Bilitis”…) e di programmi televisivi, al “Corriere dei ragazzi” e a “Burda”, alla morte di Giovanni Paolo I e agli spettacoli di Carmelo Bene: e rimaniamo indecisi tra l’abbandono complice al gioco della nostalgia o il distacco di chi, raggiunta la maturità, contempla il proprio passato come la vita di qualcun altro.
Accanto alle canzonette, qualche classico (Sibelius, Rachmaninov, Bellini, Liszt…) frutto degli interessi della protagonista narrante e dei suoi studi musicali. A volte questa particolare competenza musicale colora di un’immagine imprevista una situazione:
«Sono confuso» mi aveva detto R. quella sera, col tono di chi farà di tutto per eliminare un eccesso di ridondanza strumentale da un brano solistico.
Analogamente, la relazione con l’amico R. viene descritta così poche righe dopo: Eravamo ancora in una specie di backstage, durante il nostro concerto, come due romantici studenti fuori corso.
Il tempo, in questa vicenda che intreccia passato e presente, è l’altro vero protagonista. E Grazia Verasani ci fa sentire l’intricata commistione della personale quête della protagonista narrante attraverso un escamotage interessante: racconta l’indagine nel presente ricorrendo al tempo passato, facendolo così sprofondare indietro, e con la vividezza del tempo presente racconta la persistenza del passato indagato e ritrovato.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/10/21/lettera-a-dina-di-grazia-verasani/


Da Letteratitudine: Kazuo Ishiguro

Kazuo Ishiguro
traduzione di Susanna Basso
Einaudi, 2009

Sceglie la via della commedia agrodolce, Kazuo Ishiguro, nei racconti di ispirazione musicale che Einaudi ha pubblicato nel 2009 nella limpida, spigliata traduzione di Susanna Basso con il titolo “Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo”.
L’effetto complessivo, piuttosto lontano dalle atmosfere sottilmente, inquietantemente mélo di romanzi come “Quel che resta del giorno” o “Non lasciarmi”, è quello di un mondo di passioni, illusioni (composte) e conseguenti delusioni (mai davvero dolorose), che può ricordare, quanto a ritmo e situazioni, certe canzoni dei bei tempi andati tra il sentimentale e l’ironico, diciamo tra Noël Coward e Cole Porter: brio up-tempo, svenevolezze virgolettate, arguzie british e sottintesi tenuti sotto controllo. Nei dialoghi, nella predilezione per musiche dell’età dell’oro della canzone e del jazz, sembra a volte di trovarsi dalle parti del Woody Allen migliore, quello in cui l’umorismo (anche la comicità più disarmata) non esclude scivolate verso il dramma (che però qui, in Ishiguro, è sempre solo accennato, o per meglio dire eluso).
Lo humour perfettamente british di Ishiguro predilige toni meno farseschi (con l’eccezione del racconto intitolato “Come Rain Or Come Shine”, vera e propria comica slapstick al rallentatore), conversazioni più composte, in cui il non detto finisce per essere più importante delle parole, paradossi meno compiaciuti. Non è cinema, in effetti, è piuttosto teatro, anche nel taglio delle scene, e poco importa che alcuni racconti siano ambientati in luoghi esterni come i rii e le piazze di Venezia o le campagne inglesi.
La musica è raccontata attraverso le vite sempre in bilico di musicisti che vivono di essa: in cerca di riconoscimenti, di successo, anche solo di stabilità economica, questi musicisti (che sono esecutori, ma ambirebbero a essere qualcosa di più, ora compositori, ora grandi interpreti), si confrontano a volte con modelli illustri ma ormai in declino (in “Crooner”), o si trovano dinanzi ad altri colleghi che si sono rassegnati a ruoli di contorno (come nel sottilmente amaro “Malvern Hills”, in cui l’io narrante, chitarrista in cerca di riconoscimento, rivela a poco a poco il suo opportunismo un po’ egoista, l’idealismo ingenuo e velleitario). In “Violoncellisti”, l’ultimo racconto, ancora una volta di ambientazione veneziana, l’io narrante del musicista di turno (violoncellista di una delle tante orchestrine di piazza San Marco) è messo a confronto con la figura affascinante di una dotatissima violoncellista che però non ha mai più preso lezioni da quando era bambina – questo è anche l’unico racconto in cui si sfiora il repertorio classico e vengono fatti i nomi di Britten e Rachmaninov.
Talvolta la musica è in sottofondo, risuona da dischi (CD, o preferibilmente vecchi vinili), affonda nei ricordi di gioventù. Sembra allora che non se ne parli, che la musica sia stata dimenticata, invece è lì, nascosta tra le cose non dette, sedimentata nei rapporti di amicizia coltivati sin dalla gioventù, nei gusti musicali che rafforzano o appannano queste amicizie (in “Come Rain Or Come Shine”).
In tutti i racconti, insomma, le ambizioni dei personaggi vengono messe alla prova, le vite piene di speranza si avviano verso un declino morbido ma palpabile. I veri talenti stentano a essere riconosciuti, nel mondo tratteggiato da Ishiguro, ormai contaminato dall’industria dello spettacolo, mentre a contare sono piuttosto l’apparenza, l’esteriorità, la bella faccia: si pensi al talentuoso saxofonista di “Notturno”, spinto dal suo agente a farsi una plastica facciale per apparire più bello e arrivare quindi al successo, o al chitarrista di “Malvern Hills” che si vede rifiutare le proprie creazioni da ottusi esponenti del sottobosco pop e rock inglese. 

Eccolo, il “crepuscolo” evocato nel sottotitolo, eccoli gli accordi in tonalità minori con cui si chiudono duetti e terzetti anche brillanti.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/09/29/notturni-di-kazuo-ishiguro/

lunedì 2 maggio 2016

Da Diacritica n. 8: conversazione con Filippo Tuena

Riprendo parte della lunga conversazione avuta con Filippo Tuena a proposito del suo rapporto di scrittore con la forma musicale. La si può leggere integralmente sul numero della rivista Diacritica da poco uscita. Lo spunto iniziale è stato, ovviamente, il suo romanzo "Memoriali sul caso Schumann" (Il Saggiatore, 2015).
CM - Una domanda che mi capita di fare agli scrittori che si occupano di musica e ai compositori che bazzicano la letteratura, e sulla quale rimugino da tempo, è questa: che cosa, secondo te, la letteratura può “invidiare” alla musica, cioè può solo osservare dall’esterno, senza potervi accedere appieno? E che cosa la musica può “invidiare” alla scrittura?
FT - La letteratura non può descrivere la musica. Può farlo la critica musicale, se il lettore è altrettanto esperto, se conosce tecniche compositive, strutture musicali – forma sonata; rondò etc. La letteratura può descrivere e raccontare le impressioni che un ascolto musicale produce. Non può descrivere la musica in quanto evento. Posso raccontare cosa ha spinto Schumann a comporre certe musiche; posso descrivere le impressioni che quelle musiche producono in me. Ma non posso descrivere quella musica. Rimane qualcosa d’inafferrabile.
Al contrario, la musica può invidiare alla letteratura la capacità che ha quest’ultima di fermare un ricordo; un sentimento; un fatto. Una citazione da Dante, una frase pronunciata da una persona amata, una lettera d’amore, una lettera d’addio si stagliano nella memoria come macigni. Riportano immediatamente a un tempo determinato, a una situazione ben chiara. Sono precisi, circostanziati e feroci. Un tema musicale, se pur ci riporta a memorie affettive, lo fa sempre in maniera velata, quasi eterea. Trasmette un qualcosa di perfettamente riconoscibile ma poco preciso nei termini nei quali compare. La musica è volatile, la scrittura è solida.
Ecco, se vogliamo solo la scrittura poetica mantiene la volatilità della musica. Ma io non scrivo poesie.
Certo, mi si potrebbe obiettare: cosa c’è di più solido degli accordi iniziali della Quinta di Beethoven? Ma, nel momento in cui li ascoltiamo, quegli accordi già svaniscono. La scrittura no, è sempre davanti a noi.
CM - Colpisce, nei tuoi Memoriali, l’assenza della testimonianza di Clara Schumann, che incontriamo solo nelle pagine altrui. È un’assenza carica di senso, un silenzio che pesa sul romanzo e che hai voluto per creare un effetto. La sua è una voce fantasma (un “tema” fantasma, se vogliamo continuare il gioco delle analogie musicali).
Un’altra assenza di cui forse si lamenteranno i lettori meno disposti a lasciarsi sorprendere è quella di un narratore. Tu trascrivi, o fingi di trascrivere, le pagine di diario e le lettere dei personaggi coinvolti nelle vicende, senza il collante di quella voce di narratore che nei tuoi libri precedenti ha, invece, avuto un ruolo importante. «Un unico narratore presupponeva una conoscenza completa delle vicende e io invece volevo che si mantenesse il più possibile il dato frammentario e incompleto».
Ecco, queste assenze, questi silenzi mi pare assumano una funzione determinante nel tuo libro. E da qui scaturisce la domanda: quanta importanza ha per te, nella costruzione di un romanzo, nel dosaggio di pieni e di vuoti, lo spazio bianco, anzi la pagina bianca (che corrisponde in musica alla paura, al silenzio)?
FT  - Ho un assioma al quale mi attengo sempre, quando scrivo narrativa: lo storico deve comunicare tutto quello che sa; il narratore solo quello che serve. E, poi, una frase di Voltaire che recita più o meno così: vuoi annoiare qualcuno? Raccontagli tutto.
Dunque, le voci che conducono la vicenda, i protagonisti di un romanzo devono sapere poco. Devono avere degli impedimenti gravi. Nel caso dei Memoriali Rosalie Leser è cieca; Elise Junge è una dama di compagnia, quindi in qualche modo marginale ai protagonisti; Christian Reimers è altrove: a Bonn, a Londra, persino in Australia; Ludwig Schumann è recluso in un manicomio; Katarina è un’altra figura marginale, che non ha esperienza degli eventi scatenanti; Brahms, che forse saprebbe, è profondamente solo, anaffettivo. Rimane Clara, che nella realtà ha sempre cercato di nascondere le vicende dell’ultimo Schumann; ha sempre cercato di nasconderle persino a sé stessa. Poteva essere uno dei motivi del libro: convincere Clara a parlare. Ma a me non interessava affrontare questo corpo a corpo con lei; volevo indagare piuttosto come ci si pone di fronte a un evento di cui ci sfuggono le cause. Volevo analizzarlo attraverso figure che conoscevano, ciascuna, una parte della verità, il che vale ad affermare che non conoscevano la verità.


domenica 1 maggio 2016

Da Letteratitudine: Perché Prince?

Nel parlare di Prince nei giorni successivi alla notizia della sua morte sarò costretto a essere – in qualche misura – autobiografico. Me ne scuso sin d’ora. In compenso, in questo intervento mi limiterò a parlare della musica di Prince, non del personaggio e nemmeno dei testi, e questo forse mi aiuterà a non suonare celebrativo o, peggio, agiografico.
A differenza degli snob e dei fan improvvisati che si fermano a “Purple Rain” e al massimo citano “Kiss”, posso dire di avere tutti i suoi dischi – tutti, compresi quelli mai usciti ufficialmente. Possiedo tutti i singoli, con quei meravigliosi lati B. I remix dei singoli in tutte le versioni possibili, tranne forse qualche edizione giapponese. I remix dei remix. Non ho mai assistito a un suo concerto dal vivo, ma ho raccolto bootleg su bootleg (in vinile, in cassetta, in CD) per tutti gli anni novanta e anche oltre: registrazioni delle esibizioni in teatro e negli stadi, anche di qualità inascoltabile; outtakes e prove in studio, carpite chissà come. Gli aftershow nei club. Ho collezionato le canzoni scritte per altri. I remix delle canzoni scritte per altri. Gli album prodotti per altri, compresi quelli mai pubblicati. Ho pure le canzoni attribuitegli, forse sue forse no – non si sa mai. Molti album di collaboratori, di amici, delle ex, di chi ha avuto a che fare con lui per un certo periodo della sua vita – hai visto mai che si nasconda qualche frammento della sua grandezza, in mezzo a tanti volonterosi compitini. Prince andava inseguito sempre, ovunque, anche quand'era distratto o stanco. Era Prince, che diamine.

È stata, la mia, una ricerca compulsiva e caparbia, anche perché ho scoperto la sua musica un po’ in ritardo, dopo la metà degli anni ottanta, arrivandoci attraverso il Miles Davis prodotto da Marcus Miller e album come “Tutu” (1986) che al sound di Prince dovevano parecchio. All’epoca, i video delle canzoni princiane rivelavano un personaggio minuto ma dalla personalità ingombrante, alternativamente inquietante e attraente, che un po’ respingeva un po’ attirava – ma era la musica a colpirmi, quel funk asciutto e jazzato il cui ascolto era un’esperienza tutta intellettuale, in cui mi sforzavo di non muovere i piedi a ritmo, di non dondolare il capo. Era musica – come è sempre stato il funk – insieme fredda e torrida, elaborata e semplice, elegante e grezza. Si percepiva, dietro, un lavoro accanito di elaborazione, un controllo spietato, anche tirannico, degli altri musicisti, un atteggiamento perfezionista che talvolta spazzava via tutti gli altri e dava luogo a una creazione solitaria, in cui l’autore si moltiplicava per ogni strumento suonato, per ogni microfono piazzato. Era forma-canzone o ballad che però in qualunque momento poteva trasformarsi anche in altro. All’epoca (quegli anni ottanta che attaccavano fardelli anche ai momenti più lievi, gonfiavano le acconciature, imbottivano le spalline, allungavano i tacchi, truccavano le palpebre), la batteria implacabile teneva il tempo, con una pesantezza che era segno dei tempi, confinando in secondo piano tutti gli altri strumenti. Insomma, era il ritmo primordiale del funk, quello del sangue che pulsa nelle vene in stato di eccitazione, allusivo del ritmo dei lombi durante l’atto sessuale, o di quello della marcia a difesa dei diritti mancati, che poteva durare ore (come in effetti accadeva nei concerti dal vivo di Prince, nei numerosi aftershow, nelle interminabili prove in studio). L’interscambio ritmico tra batteria dominante e basso e chitarra, le cui pulsioni sincopate creavano sfasamenti danzanti di cui non ci si poteva saziare (chi vuole approfondire cerchi “Funk!” di Rickey Vincent, ed. Tarab, 1998). Era il ritmo dei Parliament- Funkadelic di George Clinton più che quello di James Brown, almeno agli inizi – e ammesso che abbia senso spaccare il capello in quattro su questo punto, visto che tra le band di Sly Stone e degli stessi Brown e Clinton il travaso di uomini e di idee è stato continuo.

Prince era (è rimasto) uno dei grandi operatori di sintesi dei contrari: più che un eclettico, mi è sempre sembrato un curioso in grado di fondere audacemente generi e stili contrapposti. L’eclettico mescola senza amalgamare: Prince, quando il gioco gli riusciva, cioè spesso, compendiava gli ingredienti fino a renderli indistinguibili, nella stessa canzone, o nell’accostamento nel medesimo album (spesso gli album nascevano come concept, estrapolarne un pezzo è fare torto alla complessità dell’insieme, è negarsi il piacere degli accostamenti, dei rimandi, dei giochi di contrasto e affinità tra una traccia e l’altra). Ascoltate “Lovesexy”, del 1988, a mio parere il suo album più ricco e il più allegramente sperimentale; o ascoltate le canzoni, composte in piena libertà, dei lati B dei singoli, in cui non è praticato l’inseguimento della formula pop di successo e l’approccio è quello libero e bizzoso del creatore in libera uscita (se ne può avere un’idea grazie al terzo CD della raccolta “The Hits / The B-sides” del 1993). O ancora, ascoltate i remix dei brani scelti come singoli – diciamo fino agli anni novanta, cioè fino a che è stato lo stesso Prince a curarne la versione remixata e allungata. Un pezzo come “I Wish U Heaven”, che in “Lovesexy” suona piacevolmente imbambolato, luminosamente melenso, nella versione più lunga si carica di ombre, di sonorità inaspettate, diventa funk, smette di sorridere e digrigna i denti. E noi sentiamo che quel carattere ombroso, anche minaccioso, era già dentro, aspettava solo di uscire, aveva solo bisogno di tempo per manifestarsi, era in agguato appena dopo i tre minuti della canzone.
Il ruolo di Prince nella pop music a partire dai primi anni ottanta è stato paragonabile a quello di Miles Davis nel jazz dagli anni sessanta (o a quello, lasciatemelo dire, di Stravinskij dagli anni dieci del Novecento): insieme propulsivo e riassuntivo. Prince appartiene al novero di quei compositori (preferisco parlarne così, invece che come di un personaggio dello show business) che con voracità si sono impadroniti di tutto quello che la musica offriva loro, e hanno operato sintesi vertiginose tra mondi incompatibili, facendoci scoprire che l’insieme dei loro riferimenti suonava molto più ricco della semplice somma, e che il loro guardarsi indietro o attorno non era un fermarsi ma un modo per accelerare verso forme più avanzate di linguaggio. Hanno avuto epigoni, certo, che hanno normalizzato il frutto delle loro ricerche e trasformato in cliché i loro gesti rivoluzionari – ma non stiamo parlando di loro, dello strano e ambiguo conservatorismo degli epigoni. E come Davis e Stravinskij, e a differenza dei loro epigoni, Prince era un ironico (non però un sarcastico come Frank Zappa): possedeva cioè il dono del distacco dalla materia che trattava, e sapeva giocare con gli stilemi dei generi di cui si impadroniva. Era un appassionato esegeta e insieme un manipolatore, e la difficoltà nel distinguere nella sua musica i due atteggiamenti rende intrigante l’ascolto. Sapeva essere torridamente sboccato, ma senza esserlo davvero fino in fondo, e con mezzo sorriso, quasi a chiedere scusa; riusciva a essere morbosamente smielato, ma bastava un falsettino, un trillo in più a svelare che in fondo era tutto un gioco. Se l’atmosfera si faceva troppo pesante, ecco spuntare la citazione di una filastrocca infantile. Se la torch song si impantanava in languori eccessivi, ecco un intervento dei fiati o di qualunque altro strumento a correggere, a smentire. Anche nei momenti di misticismo più imbambolato interveniva un qualcosa a riportare il tutto sulla terra: altrimenti era l’eccesso di misticismo a indurci a sospettare che non fosse da prendere sul serio fino in fondo.

Prince è stato uno sperimentatore anche di pieni e di vuoti. Ha asciugato certi suoi pezzi fino a un’essenzialità scabra (tutti sanno di “When Doves Cry” senza la linea del basso, effetto spiazzante che rende armonicamente indefinibile il brano: ma pensate anche alla secchezza di “Sign ‘O’ the Times”, in cui non c’è nulla di troppo, alla parsimonia di “Sometimes It Snows In April” da “Parade”, 1986, o a strani oggetti alieni come “Forever in My Life”, priva quasi di strumenti, o a “Slave”, da “Emancipation”, per non dire dell’intero “The Truth” del 1997, solo fatto di voce chitarra e poco altro; e ne ha resi ipertrofici altri con arrangiamenti da musical, tutti fiati cori e tastiere e elettronica varia (l’album “Love Symbol” del 1992 soffre, per così dire, di questa ipertrofia orchestrale, come “The Vault” del 1999). L’alternanza di queste due esigenze contrapposte, l’horror vacui da una parte, l’horror pleni dall’altra, ha dato luogo a risultati imprevedibili, anche nelle versioni dello stesso brano – Prince era maestro nell’arrangiare i suoi pezzi, giocando sulle varianti e le metamorfosi in un modo che farebbe la gioia di generazioni di filologi musicali. Insomma, nell’altalenare tra essenzialità da rock suonato in garage, in un angolo di strada o in cameretta e opulenza pleonastica da big band ho sempre sentito un’affinità con le tendenze contrapposte che animano qualunque produzione artistica, qualunque scrittura. Non siamo anche noi oscillanti tra pieno e vuoto, tra bisogno di dire solo l’essenziale, anzi meno dell’essenziale, di praticare l’ellissi come una forma di ascesi, e dall’altra voglia di dilungarci, di essere iperbolici, marinisti, hollywoodiani, amazzonici?

Ecco il punto: nell’ascoltare Prince non potevi dimenticare il processo creativo che ha portato a quel prodotto finito; è musica sufficientemente fuori dal pop e dai suoi automatismi per costringere l’ascoltatore a interrogarsi sulle soluzioni formali, in un approccio che finisce per essere musicologico (e filologico nel raffronto tra le infinite varianti dello stesso brano). “Musicology”, guarda caso, è il titolo di una canzone (e dell’album che la racchiude) del 2004. Titolo programmatico, che esprime con orgoglio la necessità di riconquistare, dongiovannescamente, tutti filoni della musica pop, bianca, black, non importa, attraverso rimandi omaggi ammiccamenti emulazioni appropriazioni, e la consapevolezza di far parte di quel flusso storico. Ascoltare la musica di Prince richiede un atteggiamento di ricerca, di scoperta, di accettazione del rischio. Continuerai a battere il piede a ritmo e a dondolare il capo, perché insomma il funk ti costringe a farlo, ma non puoi smettere di pensare al resto, a quello che cori tastiere chitarre fiati voci armonie sghembe impazienze ritmiche continuano a fare sopra quel ritmo, alla sapienza costruttiva che anima l’insieme.
Dentro quella musica ci senti insomma fremere il processo creativo che domina o dovrebbe dominare anche la tua scrittura, il dosaggio di ordine e caso, l’oscillazione tra controllo e improvvisazione, il travaso dal caos alla coerenza di una struttura.
Negli ultimi album aveva smesso di inventare e di osare davvero nella sperimentazione, certo. Le sue canzoni più recenti, quando non ammiccano con un po’ di cinismo al pop à la page, ricordano – volutamente – quelle di vent’anni o trent’anni prima, anche negli arrangiamenti, giusto un po’ attualizzati (ascoltate “HITnRUN Phase Two”, l’ultimo album prima della probabile ondata di album postumi). Ma sono composizioni argute e eleganti, e ascoltarle è come ritrovare un vecchio amico che racconta sempre le stesse quattro o cinque cose – ma come le sa raccontare bene!

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/04/25/perche-prince/