Jean Echenoz è riuscito,
con il breve romanzo “Ravel”, a creare un’ingegnosa opera à la Ravel: nel senso che con precisione da compositore-orologiaio,
con distacco, nonchalance, una facilità ingannevole, un calibrato rispetto di
tempi e forme, ha costruito un libro in cui sembra davvero di ascoltare, convertite
in parole, le musiche del compositore francese. La fine traduzione di Giorgio
Pinotti per Adelphi preserva l’eleganza mai fatua e spesso tendente
all’eccentrico dello stile raveliano di Echenoz.
Ravel ci è restituito
innanzitutto attraverso gli oggetti, i vestiti, i feticci di cui si circonda
nella angusta e impossibile casetta di Montfort e con cui riempie le numerose
valigie e bauli che lo accompagnano in tournée o in villeggiatura. L’omino
Maurice, sotto quell’armatura di originale eleganza che lo protegge dalle
insidie del mondo, è sempre inappuntabile, anche quando è in ritardo (cioè,
sempre), e lo sarà anche negli anni del declino, quando perderà memoria e
facoltà fisiche e intellettive e si aggirerà per concerti e vernissage scortato
dagli amici più fidati che terranno lontani i cacciatori di autografi (ignari
che il celebre compositore non sa nemmeno più scrivere il suo nome). È un mondo
protettivo, di ninnoli, abitudini consolidate, sofisticati automatismi,
squisitezze varie, una boîte
à musique in cui anche il tormento dell’insonnia è sopportabile, anche le
smemoratezze sembrano accettabili. Pare di sentir risuonare, in questo mondo
ovattato e un po’ fuori dal tempo, le armonie raffinate e fintamente algide del
“Tombeau de Couperin”, le fantasticherie rassicuranti e inquiete di “Ma mère
l’Oye”.
A proposito: il sospetto
di fatuità, di jeu un po’ fine a se
stesso, di meccanismo alla fine disumano, che può cogliere il lettore alle
prime pagine (o l’ascoltatore alle prime battute) svanisce ben presto: il
romanzo di Echenoz, seguendo i movimenti di Ravel, da commedia brillante (la
tournée negli Stati Uniti, la spossatezza caricaturale che coglie il
compositore dinanzi a spostamenti in carrozze di lusso, gli entusiasmi
iperbolici del pubblico di amateurs) si
tramuta progressivamente in descrizione degli ultimi anni di vita, quelli della
malattia, rimasta misteriosa, e dei vani tentativi di cura. Diventa, cioè, un
vero e proprio tombeau, in cui l’imperturbabile,
clinica precisione risulta paradossalmente toccante (e sfido chiunque a leggere
l’ultima parte senza magone).
C’è molta musica,
ovviamente, nel breve romanzo di Echenoz. Ravel all’epoca è uno dei compositori
più apprezzati al mondo, lo si pone accanto a Stravinskij, in lui il brivido
della modernità e della sfida si concilia sempre con uno charme che sa sedurre
le masse, spaventate invece dalla piega che ha preso altra musica moderna. È
così autorevole che, di fronte agli attacchi dei più giovani leoni del gruppo
Les Six, in particolare di Milhaud e Auric, reagisce con superiore tolleranza,
e anzi con simpatia e comprensione. La musica, che pure è la sua vita, ed è
parte fondamentale della sua persona, non è sempre al centro dei suoi pensieri:
a volte, vinto da una sorta di superiore indolenza, Ravel resta inerte, cincischia,
si perde senza grande convinzione dietro a progetti che non porterà a termine.
Il suo rapporto con la tradizione è fondato su una sorta di singolare sfida:
con le forme (trio, quartetto, sonata) “salda i conti” affrontandole una volta
sola, in opere uniche che suonano come suggelli definitivi. Solo con il
Concerto per pianoforte la sfida è duplice, tant’è che verranno tormentosamente
composti negli stessi mesi due concerti, uno in Re maggiore per la mano
sinistra (commissionato da Paul Wittgenstein, che lo eseguirà strapazzandolo in
modo insopportabile per il compositore) e l’altro in Sol.
Anche il rapporto con gli
interpreti merita qualche riga. Ravel, che predilige una lettura fedele,
perfettamente calibrata delle sue opere, detesta le personalizzazioni di Wittgenstein,
i virtuosismi rodomonteschi che distorcono e rompono la tensione in perfetto
equilibrio tra strumento solista e orchestra; e detesta pure il “Bolero” velocizzato
e accelerato sotto la direzione di Toscanini (si ascolti la vecchia incisione
del 1930 in cui Ravel dirige la propria opera più famosa: la lentezza
garantisce cesello su ogni singola nota). Egli stesso, però, quando non può farne
a meno, si presta a esecuzioni approssimative delle sue opere pianistiche,
perché pianista non è e ciò che scrive per il pianoforte è spesso al di là
delle sue possibilità tecniche: confida, in tali casi, sull’indulgenza, la
disattenzione o l’incompetenza del pubblico.
Affascinato dalla
meccanica, concepisce la musica come un linguaggio puramente formale, in cui tout se tient – in questo è vicino al
concetto di musica assoluta che in quei decenni era rappresentato da
compositori come Stravinskij o Hindemith. Tutto è forma, dosaggio, equilibrio,
struttura, nel meccanismo che è un pezzo musicale, nel gioco serio e svagato
che è la musica. La musica è motore in movimento, orologio, nave, treno (sempre
di prima classe, naturalmente): da qui nasce anche l’idea (impossibile,
provocatoria, allora) di un pezzo privo di sviluppo in senso musicale ma tutto
giocato sulla ripetizione, melodica e ritmica, in cui solo il timbro
(l’orchestrazione di cui Ravel era maestro) cambia e crea movimento (il “Bolero”,
appunto). En passant, vi sono anche
studi, che Echenoz per fortuna non cita, in cui neurologi interpretano i
diversi aspetti della musica di Ravel, e del “Bolero” in particolare, come
sintomi di differenti neuropatie: ma lasciamo stare.
Il processo compositivo è ben raccontato da
Echenoz, che riprende quanto confidato (con qualche esagerazione) da Ravel
durante una conferenza a New York: il compositore resta a pensare a lungo,
anche per anni, senza scrivere una sola nota, e intanto le idee germinano nella
sua mente un po’ alla volta, e solo dopo che si sono adattate in una struttura
arriva il momento della stesura, che può essere anche rapido e coincide sempre
con la fase della ripulitura, della sottrazione del superfluo. Non crede
nell’ispirazione, Ravel, la tastiera (quella vera del pianoforte, o quella
immaginaria sempre aperta nella mente) è tutto. Nemmeno la natura sembra offrire
motivi di ispirazione: mentre contempla l’orizzonte marino dal ponte della nave
che lo porta in America, Ravel prova a tradurre la superficie del mare in una
linea melodica o in un ritmo, ma desiste subito, per noia e per scetticismo. Né
sembra aver dato risultati più duraturi la trascrizione del canto degli uccelli
compiuta in certi momenti di inerzia della Prima Guerra Mondiale, quando Ravel,
spinto da un sentimento di sincero patriottismo che sorprese molti e che ha il
sapore di un beau geste, era riuscito
a farsi arruolare come autista di mezzi pesanti.
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/11/30/ravel-di-jean-echenoz/






