Sul numero di marzo del mensile Blow Up, "Neve, cane, piede" è libro del mese; da leggere la ricca recensione di Fabio Donalisio, che scrive tra l'altro: «Capita, che si incocci in una scrittura basilare, nel senso capace di dire le basi, le rocce su cui si abbarbicano le incomprensibili, tragiche e comiche, vite degli umani (…). È il caso di Morandini, scrittore roccioso, appunto.»
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mercoledì 2 marzo 2016
venerdì 22 febbraio 2013
Fabio Donalisio su Caproni
Si parlava di poeti e poesia, in
queste settimane, nella mia seconda liceo. A un terzetto di alunni interessati
a Giorgio Caproni è venuto in mente di chiedere a Fabio Donalisio, poeta con
cui avevo presentato ad Aosta l’Undicesimo Quaderno di poesia della Marcos y
Marcos, che cosa rappresentasse per lui la figura e l’arte di Caproni.
Donalisio, che già nel corso di quell’incontro (era il 26 novembre 2012,
eravamo alla Libreria à la page
di Aosta, ricordate?) si era detto particolarmente legato all’esperienza di
Caproni, soprattutto dell’ultimo Caproni, ha risposto subito e volentieri. Con il
consenso dei miei tre alunni, che qui ringrazio (Fabio Baldo, che ha avuto
l’idea, Luca Ceriani e Simone Fortuna), ospito la loro breve intervista a Fabio
Donalisio (anche a lui, ovviamente, vanno i miei ringraziamenti).
Le domande:
1 – Quale poesia di Caproni
preferisci e perché?
2 – Perché lo consideri un maestro?
3 – In che cosa consiste l’attualità
di Caproni?
Ed ecco le risposte di Fabio Donalisio
Uno.
Domanda
difficilissima, la prima. Difficile perché isolare una singola poesia di un
poeta è sempre molto arduo, e particolarmente per Caproni in cui, soprattutto
nei libri che amo di più, la poesia si configura sempre più come percorso,
quasi sceneggiatura (con personaggi senza volto, e luoghi spopolati). Ti posso
dire che mi appassiona di più questo secondo Caproni, la saga metafisica sulla
morte di dio che comincia con Il muro della terra (citazione dantesca) e
finisce con il postumo Res Amissa (latino per “cosa persa”). In questi
libri il Caproni della (finta) canzonetta e della riproposizione stilnovista e
leopardiana passa come dentro a un filtro che ne dissecca le parole fino
all'osso, lasciando solo alcuni frammenti in mezzo al bianco, costruendo
sull'ossatura delle rime uno sguardo costernato sul vuoto. Se proprio te ne
devo citare una, prendo questa, dal Muro:
Dopo
la notizia
Il
vento... È rimasto il vento.
Un
vento lasco, raso terra, e il foglio
(quel
foglio di giornale) che il vento
muove
su e giù sul grigio
dell'asfalto.
Il vento
e
nient'altro. Nemmeno
il
cane di nessuno, che al vespro
sgusciava
anche lui in chiesa
in
questua d'un padrone. Nemmeno,
su
quel tornante alto
sopra
il ghiareto, lo scemo
che
ogni volta correva
incontro
alla corriera, a aspettare
-
diceva – se stesso, andato
a
comprar senno. Il vento
e
il grigio delle saracinesche
abbassate.
Il grigio
del
vento sull'asfalto. E il vuoto.
Il
vuoto di quel foglio nel vento
analfabeta.
Un vento
lasco
e svogliato – un soffio
senz'anima,
morto.
Nient'altro.
Nemmeno lo sconforto.
Il
vento e nient'altro. Un vento
spopolato.
Quel vento,
là
dove agostinianamente
più
non cade tempo.
C'è
tutto Caproni, qui. La “facilità” (apparente), la rima, la melodia, la
ridondanza ipnotica. C'è Beckett, c'è Kafka, ma anche Dante, De Chirico. C'è
già, per una via completamente diversa, tutto quel che sarà poi Cormac
McCarthy, per dirne uno.
Due,
tre.
La
domanda due e la tre si intrecciano. Caproni a me come poeta è sembrato da
subito un “maestro”. Ci ho visto da subito il modo, che cercavo ancora prima di
sapere di voler e poter scrivere, di aggirare l'oscurità pur senza cedere di un
passo nella ricerca di profondità abissali, anche sconcertanti, crudeli.
Caproni è un maestro di rigore formale, eppure è un iconoclasta, un isolato. A
suo modo un potentissimo ribelle. Uno di quelli che sanno farti capire che la
rivoluzione non si fa gridando, o trincerandosi nel buio, ma cantando, o magari
sibilando, ridendoti alle spalle. E poi Caproni è un maestro di solitudine, in
senso buono. La solitudine di chi ama il mondo e la vita con una passione
pazzesca, ma non cede mai e poi mai all'estetismo o all'esibizione. Che sa che
è nato solo e morirà solo. E che, tra l'una e l'altra delle solitudini
definitive, c'è spazio per amare qualcosa o qualcuno.
Quindi
sì, credo che in un periodo come questo, grosso modo gli ultimi trent'anni, in
cui qualcuno ha deciso che la poesia fosse una specie di tumore da recidere, di
appendice autoreferente e inutile, o peggio dannosa, un poeta come Caproni sia
doppiamente attuale. Prima di tutto in sé, perché è nato “classico”, nel senso
che ha il vizio di non invecchiare, e poi, “politicamente”, perché è poesia che
“passa” in chi legge, non si nasconde, non si dà alibi. Comunica, nel senso più
nobile del termine. Smonta senza mai essere mortificante. Insegna, nello stesso
momento, che la poesia è scritta da pochi (pochi ne sono e ne saranno in grado,
davvero) e può esser letta da tutti, e per tutti intendo proprio tutti, in
barba a tutti gli snobismi intellettuali. La vera poesia dice i mondi, li crea
e li critica. Ma soprattutto fa nascere mondi dentro chi la legge. Ecco,
Caproni è attualissimo perché il mondo che lui aveva visto in metafisica, si
sta tramutando in realtà.
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