venerdì 22 febbraio 2013

Fabio Donalisio su Caproni


Si parlava di poeti e poesia, in queste settimane, nella mia seconda liceo. A un terzetto di alunni interessati a Giorgio Caproni è venuto in mente di chiedere a Fabio Donalisio, poeta con cui avevo presentato ad Aosta l’Undicesimo Quaderno di poesia della Marcos y Marcos, che cosa rappresentasse per lui la figura e l’arte di Caproni. Donalisio, che già nel corso di quell’incontro (era il 26 novembre 2012, eravamo alla Libreria à la page di Aosta, ricordate?) si era detto particolarmente legato all’esperienza di Caproni, soprattutto dell’ultimo Caproni, ha risposto subito e volentieri. Con il consenso dei miei tre alunni, che qui ringrazio (Fabio Baldo, che ha avuto l’idea, Luca Ceriani e Simone Fortuna), ospito la loro breve intervista a Fabio Donalisio (anche a lui, ovviamente, vanno i miei ringraziamenti).

Le domande:
1 – Quale poesia di Caproni preferisci e perché?
2 – Perché lo consideri un maestro?
3 – In che cosa consiste l’attualità di Caproni?
Ed ecco le risposte di Fabio Donalisio

Uno.
Domanda difficilissima, la prima. Difficile perché isolare una singola poesia di un poeta è sempre molto arduo, e particolarmente per Caproni in cui, soprattutto nei libri che amo di più, la poesia si configura sempre più come percorso, quasi sceneggiatura (con personaggi senza volto, e luoghi spopolati). Ti posso dire che mi appassiona di più questo secondo Caproni, la saga metafisica sulla morte di dio che comincia con Il muro della terra (citazione dantesca) e finisce con il postumo Res Amissa (latino per “cosa persa”). In questi libri il Caproni della (finta) canzonetta e della riproposizione stilnovista e leopardiana passa come dentro a un filtro che ne dissecca le parole fino all'osso, lasciando solo alcuni frammenti in mezzo al bianco, costruendo sull'ossatura delle rime uno sguardo costernato sul vuoto. Se proprio te ne devo citare una, prendo questa, dal Muro:

Dopo la notizia

Il vento... È rimasto il vento.
Un vento lasco, raso terra, e il foglio
(quel foglio di giornale) che il vento
muove su e giù sul grigio


dell'asfalto. Il vento
e nient'altro. Nemmeno
il cane di nessuno, che al vespro
sgusciava anche lui in chiesa
in questua d'un padrone. Nemmeno,
su quel tornante alto
sopra il ghiareto, lo scemo
che ogni volta correva
incontro alla corriera, a aspettare
- diceva – se stesso, andato
a comprar senno. Il vento
e il grigio delle saracinesche
abbassate. Il grigio
del vento sull'asfalto. E il vuoto.
Il vuoto di quel foglio nel vento
analfabeta. Un vento
lasco e svogliato – un soffio
senz'anima, morto.
Nient'altro. Nemmeno lo sconforto.
Il vento e nient'altro. Un vento
spopolato. Quel vento,
là dove agostinianamente
più non cade tempo.

C'è tutto Caproni, qui. La “facilità” (apparente), la rima, la melodia, la ridondanza ipnotica. C'è Beckett, c'è Kafka, ma anche Dante, De Chirico. C'è già, per una via completamente diversa, tutto quel che sarà poi Cormac McCarthy, per dirne uno.

Due, tre.
La domanda due e la tre si intrecciano. Caproni a me come poeta è sembrato da subito un “maestro”. Ci ho visto da subito il modo, che cercavo ancora prima di sapere di voler e poter scrivere, di aggirare l'oscurità pur senza cedere di un passo nella ricerca di profondità abissali, anche sconcertanti, crudeli. Caproni è un maestro di rigore formale, eppure è un iconoclasta, un isolato. A suo modo un potentissimo ribelle. Uno di quelli che sanno farti capire che la rivoluzione non si fa gridando, o trincerandosi nel buio, ma cantando, o magari sibilando, ridendoti alle spalle. E poi Caproni è un maestro di solitudine, in senso buono. La solitudine di chi ama il mondo e la vita con una passione pazzesca, ma non cede mai e poi mai all'estetismo o all'esibizione. Che sa che è nato solo e morirà solo. E che, tra l'una e l'altra delle solitudini definitive, c'è spazio per amare qualcosa o qualcuno.
Quindi sì, credo che in un periodo come questo, grosso modo gli ultimi trent'anni, in cui qualcuno ha deciso che la poesia fosse una specie di tumore da recidere, di appendice autoreferente e inutile, o peggio dannosa, un poeta come Caproni sia doppiamente attuale. Prima di tutto in sé, perché è nato “classico”, nel senso che ha il vizio di non invecchiare, e poi, “politicamente”, perché è poesia che “passa” in chi legge, non si nasconde, non si dà alibi. Comunica, nel senso più nobile del termine. Smonta senza mai essere mortificante. Insegna, nello stesso momento, che la poesia è scritta da pochi (pochi ne sono e ne saranno in grado, davvero) e può esser letta da tutti, e per tutti intendo proprio tutti, in barba a tutti gli snobismi intellettuali. La vera poesia dice i mondi, li crea e li critica. Ma soprattutto fa nascere mondi dentro chi la legge. Ecco, Caproni è attualissimo perché il mondo che lui aveva visto in metafisica, si sta tramutando in realtà.

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