Jean-François Lattarico è uno studioso di Lione che
dedica le sue ricerche all’esplorazione scrupolosa degli arcipelaghi letterari
del barocco italiano. Conosco per ora due titoli a suo nome, uno corposissimo,
Venise Incognita, dedicato alla
produzione dell’Accademia veneziana degli Incogniti (Venise incognita. Essai sur l'académie libertine du XVIIe
siècle, Champion,
2012), l’altro di dimensioni più ridotte ma non meno denso, l’edizione
critica de La Messaline di Francesco
Pona, romanzo del 1633 di cui Lattarico fornisce una sofisticata traduzione (Publications de l'Université de Saint-Étienne, 2009).
Limitiamoci a quest’ultima opera, che ho letto con grande gusto in questi
giorni.
Di Francesco Pona in Italia, al di là del lavorio di ricerca
in ambito accademico, si sa poco o nulla; della sua vasta produzione sono reperibili solo le edizioni
moderne di tre opere, in ogni caso non della Messalina. Le storie letterarie parlano di lui per cenni, citandolo
tra i poligrafi dell’epoca barocca. Lattarico invece ne fa uno dei protagonisti
del fermento culturale seicentesco, ne mette in luce l’apporto personale, in
termini di stile, suggestioni tematiche e ossessioni, alla nascita e alla
fortuna del genere del romanzo. D’accordo, stiamo parlando di un’idea di
romanzo assai diversa dalla nostra, e anche da quella del romanzo che si
sarebbe sviluppato in Europa tra Settecento e Ottocento. Il romanzo barocco è
un genere che germina dalla narrazione storica, annalistica, è sentenzioso e
moralistico secondo dosaggi non più sopportabili, e lo è anche quando insiste
nel dipingere il vizio e la depravazione; è caratterizzato da sovraesposizione
stilistica, sovrabbonda di figure, di ammiccamenti mitologici.
Eppure, come mette bene in luce Lattarico, gli
scrittori che lo praticano sono ben coscienti delle novità insite in questo
genere: la libertà formale e retorica nella costruzione – una libertà che
accoglie digressioni, scarti, sperimentazioni –; l’esercizio della complessità
narrativa, dunque, in una dimensione laboratoriale; la superiorità rispetto ai
generi paludati della storiografia, della tragedia e dell’epopea, proprio in
quanto somma del meglio di questi generi, oltre che di diversi altri; una più
libera vicinanza al “vero” attraverso la pittura delle passioni umane. Il
romanzo, nelle parole di chi lo ha praticato nel Seicento, ricorda Lattarico,
sembra davvero, più di altre forme illustri, la palestra per esercitare il
senso dello “stupore”.
Di suo, Pona aggiunge a quanto detto un gusto particolare
per l’analisi delle passioni estreme come patologie; medico di formazione, Pona
usa volentieri un lessico tecnico, e sembra delineare la biografia romanzata di
Messalina come lo sviluppo di un caso clinico. La traduzione di Lattarico, in
un francese di eleganza atemporale, ne preserva l’esuberanza lessicale, la
sentenziosità di gusto tacitiano e giovenaliano, le tournures sintattiche.
