mercoledì 8 agosto 2012

Letture: "La Messaline" di Francesco Pona e Jean-François Lattarico


Jean-François Lattarico è uno studioso di Lione che dedica le sue ricerche all’esplorazione scrupolosa degli arcipelaghi letterari del barocco italiano. Conosco per ora due titoli a suo nome, uno corposissimo, Venise Incognita, dedicato alla produzione dell’Accademia veneziana degli Incogniti (Venise incognita. Essai sur l'académie libertine du XVIIe siècle, Champion, 2012), l’altro di dimensioni più ridotte ma non meno denso, l’edizione critica de La Messaline di Francesco Pona, romanzo del 1633 di cui Lattarico fornisce una sofisticata traduzione (Publications de l'Université de Saint-Étienne, 2009). Limitiamoci a quest’ultima opera, che ho letto con grande gusto in questi giorni.
Di Francesco Pona in Italia, al di là del lavorio di ricerca in ambito accademico, si sa poco o nulla; della sua vasta produzione sono reperibili solo le edizioni moderne di tre opere, in ogni caso non della Messalina. Le storie letterarie parlano di lui per cenni, citandolo tra i poligrafi dell’epoca barocca. Lattarico invece ne fa uno dei protagonisti del fermento culturale seicentesco, ne mette in luce l’apporto personale, in termini di stile, suggestioni tematiche e ossessioni, alla nascita e alla fortuna del genere del romanzo. D’accordo, stiamo parlando di un’idea di romanzo assai diversa dalla nostra, e anche da quella del romanzo che si sarebbe sviluppato in Europa tra Settecento e Ottocento. Il romanzo barocco è un genere che germina dalla narrazione storica, annalistica, è sentenzioso e moralistico secondo dosaggi non più sopportabili, e lo è anche quando insiste nel dipingere il vizio e la depravazione; è caratterizzato da sovraesposizione stilistica, sovrabbonda di figure, di ammiccamenti mitologici.
Eppure, come mette bene in luce Lattarico, gli scrittori che lo praticano sono ben coscienti delle novità insite in questo genere: la libertà formale e retorica nella costruzione – una libertà che accoglie digressioni, scarti, sperimentazioni –; l’esercizio della complessità narrativa, dunque, in una dimensione laboratoriale; la superiorità rispetto ai generi paludati della storiografia, della tragedia e dell’epopea, proprio in quanto somma del meglio di questi generi, oltre che di diversi altri; una più libera vicinanza al “vero” attraverso la pittura delle passioni umane. Il romanzo, nelle parole di chi lo ha praticato nel Seicento, ricorda Lattarico, sembra davvero, più di altre forme illustri, la palestra per esercitare il senso dello “stupore”.
Di suo, Pona aggiunge a quanto detto un gusto particolare per l’analisi delle passioni estreme come patologie; medico di formazione, Pona usa volentieri un lessico tecnico, e sembra delineare la biografia romanzata di Messalina come lo sviluppo di un caso clinico. La traduzione di Lattarico, in un francese di eleganza atemporale, ne preserva l’esuberanza lessicale, la sentenziosità di gusto tacitiano e giovenaliano, le tournures sintattiche. 

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