Le Edizioni Endemunde di
Andrea e Elena Garbarino hanno meritoriamente ripubblicato “Il grande
balipedio”, romanzo di Carlo Della Corte uscito per la prima volta nel 1969
presso Mondadori. Si tratta, in un certo senso, di un romanzo storico, visto
che l’ambientazione è quella della Prima Guerra Mondiale, tutta fango, trincee,
sangue, assalti dissennati e attese della morte ("Usmò l'aria intorno,
senza sollevare il naso: carne bruciata. E sterco" si legge quasi subito).
Di questo panorama orribile il protagonista, il colto e disincantato tenente Germano
Bandiera (nome e cognome ironicamente parlanti),
coglie subito la connotazione infernale, dando sin dalle prime pagine il nome
dei diavoli delle Malebolge dantesche alle bombe che gli piovono attorno – ma
lo fa con un’ironia molto contemporanea, scevra di ogni enfasi, impaurita e
consapevole dell’assurdo.
C’è una forte componente
a-eroica, più che antieroica, in queste pagine dense di sofferenza, pesanti di melma
e insieme leggere di voli di pensiero. Vi si colgono echi, inevitabili, di “Un
anno sull’altipiano” di Lussu, dei “Giorni di guerra” di Comisso, del Gadda del
“Giornale di guerra e di prigionia”, dell’amato Palazzeschi autore di quel
formidabile j’accuse che è “Due
imperi… mancati”, certo (senza contare che talune figure secondarie possono far
venire in mente, oltre ai personaggi di Lussu, alcuni figuranti de “La grande
guerra” di Monicelli, scrostati però da ogni facile rimando regionalistico). Ma
il tenente Bandiera non è come certi protagonisti della letteratura sulla
Grande Guerra, prima brucianti di amor di patria poi ustionati da una delusione
altrettanto veemente. In lui la Guerra sembra essere solo la manifestazione più
lampante dell’insensatezza del tutto (anche gli amori, a cui corre spesso con
il pensiero, lo sono, con il vantaggio che immalinconiscono soltanto e di
sicuro non provocano milioni di morti). È, insomma, la vita di trincea, il
paradigma di una condizione universale, fatta di violenza, prevaricazione,
irrazionalità, attesa del nulla, attacchi e fughe, subitanei squarci di
solidarietà. La retorica tradizionale della guerra, i cascami dell’estetismo
dannunziano, di un eroismo alla Beethoven o in versi martelliani (cito da una
sorta di decalogo di cose da odiare compitato
da Bandiera) risuonano tutt’intorno a lui, nelle parole vuote e negli ordini insensati
di un colonnello incongruo sin nel portamento da giraffa, o, rigirata in pura demenza,
in quelle di un capitano paranoico incontrato nel corso di una pericolosa spedizione
fuori dalle trincee. Risuonano, ridondanti, nel fango, nelle urla, nello
sporco, nelle voci e nelle facce dei sottoposti, in cui Della Corte recupera
tutto il repertorio della letteratura di guerra (e lo fa con mano sicura, con forza,
con partecipazione empatica, mai disgiunta da quel senso amaro di ironia che
dicevamo). Il tenente Bandiera è, nel suo essere fuori da questo mondo da cui comunque non si ritrae e a cui non si
ribella, come un capufficio che cerchi di smaltire presso i suoi sottoposti gli
incartamenti farneticanti che gli vengono dai piani alti – sente che quegli
uomini che sono ai suoi ordini e, con lui, agli ordini di qualcuno più in alto
di loro sono appunto uomini, di cui non desidera conoscere tutto o assaporare
l’amicizia, ma che gli infondono una parvenza di senso, il conforto della
vicinanza, il piacere del rispetto reciproco. Come è chiaro sin dalle prime
pagine, il “grande balipedio” in cui sguazzano tutti è proprio questo: un
immenso tiro al bersaglio, un campo di prova di strategie e tattiche ed
efficacia d’armi in cui gli uomini sono stati piazzati come cavie dopo essere
stati strappati alle loro vite comuni e alle loro speranze di migliorarle – un
colossale, interminabile tiro al bersaglio, un laboratorio all’aperto in cui si
sperimentano modi di morire.
Bandiera ha un potere
segreto, anche questo più vicino a noi che alle inquietudini del primo
Novecento: sa estraniarsi dall’orrore che gli si agita attorno reificandosi in
oggetti o piccoli animali – in ciò che in sostanza non reca su di sé il peso
della sofferenza umana e sembra attraversare il tempo con intangibile
imperturbabilità. È una dote coltivata sin da quando era bambino. Un vaso di
peonie, all’inizio del romanzo, o i sassi e i minerali, o le pozze d’acqua, nei
ricordi infantili, un passerotto capitato nel mezzo di un attacco nemico verso
la fine, sono cose nelle quali Bandiera entra
immedesimandosi e annullando se stesso, per vedere finalmente il mondo, e
sentirlo con tutti i sensi, così come lo vedono e lo sentono quelle creaturine vive
o non vive che non percepiscono i movimenti convulsi imposti alla storia
dall’uomo ma solo i lievi e costanti movimenti della natura. Questa dote lo preserva
nel corso dei bombardamenti, e sembra indicargli alla fine, proprio nelle
ultime righe, una via di fuga, nell’immedesimazione nell’uccellino, nel cui
volo Bandiera potrà trovare l’illusione di una sorta di salvezza.

