giovedì 3 aprile 2014

Da "Letteratitudine News": Carlo Della Corte, "Il grande balipedio"

Le Edizioni Endemunde di Andrea e Elena Garbarino hanno meritoriamente ripubblicato “Il grande balipedio”, romanzo di Carlo Della Corte uscito per la prima volta nel 1969 presso Mondadori. Si tratta, in un certo senso, di un romanzo storico, visto che l’ambientazione è quella della Prima Guerra Mondiale, tutta fango, trincee, sangue, assalti dissennati e attese della morte ("Usmò l'aria intorno, senza sollevare il naso: carne bruciata. E sterco" si legge quasi subito). Di questo panorama orribile il protagonista, il colto e disincantato tenente Germano Bandiera (nome e cognome ironicamente parlanti), coglie subito la connotazione infernale, dando sin dalle prime pagine il nome dei diavoli delle Malebolge dantesche alle bombe che gli piovono attorno – ma lo fa con un’ironia molto contemporanea, scevra di ogni enfasi, impaurita e consapevole dell’assurdo.
C’è una forte componente a-eroica, più che antieroica, in queste pagine dense di sofferenza, pesanti di melma e insieme leggere di voli di pensiero. Vi si colgono echi, inevitabili, di “Un anno sull’altipiano” di Lussu, dei “Giorni di guerra” di Comisso, del Gadda del “Giornale di guerra e di prigionia”, dell’amato Palazzeschi autore di quel formidabile j’accuse che è “Due imperi… mancati”, certo (senza contare che talune figure secondarie possono far venire in mente, oltre ai personaggi di Lussu, alcuni figuranti de “La grande guerra” di Monicelli, scrostati però da ogni facile rimando regionalistico). Ma il tenente Bandiera non è come certi protagonisti della letteratura sulla Grande Guerra, prima brucianti di amor di patria poi ustionati da una delusione altrettanto veemente. In lui la Guerra sembra essere solo la manifestazione più lampante dell’insensatezza del tutto (anche gli amori, a cui corre spesso con il pensiero, lo sono, con il vantaggio che immalinconiscono soltanto e di sicuro non provocano milioni di morti). È, insomma, la vita di trincea, il paradigma di una condizione universale, fatta di violenza, prevaricazione, irrazionalità, attesa del nulla, attacchi e fughe, subitanei squarci di solidarietà. La retorica tradizionale della guerra, i cascami dell’estetismo dannunziano, di un eroismo alla Beethoven o in versi martelliani (cito da una sorta di decalogo di cose da odiare compitato da Bandiera) risuonano tutt’intorno a lui, nelle parole vuote e negli ordini insensati di un colonnello incongruo sin nel portamento da giraffa, o, rigirata in pura demenza, in quelle di un capitano paranoico incontrato nel corso di una pericolosa spedizione fuori dalle trincee. Risuonano, ridondanti, nel fango, nelle urla, nello sporco, nelle voci e nelle facce dei sottoposti, in cui Della Corte recupera tutto il repertorio della letteratura di guerra (e lo fa con mano sicura, con forza, con partecipazione empatica, mai disgiunta da quel senso amaro di ironia che dicevamo). Il tenente Bandiera è, nel suo essere fuori da questo mondo da cui comunque non si ritrae e a cui non si ribella, come un capufficio che cerchi di smaltire presso i suoi sottoposti gli incartamenti farneticanti che gli vengono dai piani alti – sente che quegli uomini che sono ai suoi ordini e, con lui, agli ordini di qualcuno più in alto di loro sono appunto uomini, di cui non desidera conoscere tutto o assaporare l’amicizia, ma che gli infondono una parvenza di senso, il conforto della vicinanza, il piacere del rispetto reciproco. Come è chiaro sin dalle prime pagine, il “grande balipedio” in cui sguazzano tutti è proprio questo: un immenso tiro al bersaglio, un campo di prova di strategie e tattiche ed efficacia d’armi in cui gli uomini sono stati piazzati come cavie dopo essere stati strappati alle loro vite comuni e alle loro speranze di migliorarle – un colossale, interminabile tiro al bersaglio, un laboratorio all’aperto in cui si sperimentano modi di morire.
Bandiera ha un potere segreto, anche questo più vicino a noi che alle inquietudini del primo Novecento: sa estraniarsi dall’orrore che gli si agita attorno reificandosi in oggetti o piccoli animali – in ciò che in sostanza non reca su di sé il peso della sofferenza umana e sembra attraversare il tempo con intangibile imperturbabilità. È una dote coltivata sin da quando era bambino. Un vaso di peonie, all’inizio del romanzo, o i sassi e i minerali, o le pozze d’acqua, nei ricordi infantili, un passerotto capitato nel mezzo di un attacco nemico verso la fine, sono cose nelle quali Bandiera entra immedesimandosi e annullando se stesso, per vedere finalmente il mondo, e sentirlo con tutti i sensi, così come lo vedono e lo sentono quelle creaturine vive o non vive che non percepiscono i movimenti convulsi imposti alla storia dall’uomo ma solo i lievi e costanti movimenti della natura. Questa dote lo preserva nel corso dei bombardamenti, e sembra indicargli alla fine, proprio nelle ultime righe, una via di fuga, nell’immedesimazione nell’uccellino, nel cui volo Bandiera potrà trovare l’illusione di una sorta di salvezza.

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