La lettura (non facile, ma assai gratificante) delle pagine
di “Tropismes” di Nathalie Sarraute mi persuade che davvero è tutto lì, in
quelle reazioni involontarie, talvolta impercettibili, in quei sussulti non
dominati dal calcolo ma generati da misteriose pulsioni o da stimolazioni più o meno occasionali – è tutto lì, intendo,
il gioco della letteratura, assieme, probabilmente, a gran parte di ciò che è
la nostra vita. Non ci sarebbe altro da aggiungere alla percezione, alla
definizione di quelle vibrazioni dell’esistenza: è un continuo aggiustamento,
chimico, verrebbe da dire vegetale, in vista della sopravvivenza dell’individuo
o della specie, una continua risposta a stimolazioni che ci guidano –
e quando ci vediamo rispondere, quando cioè noi uomini ci scopriamo nell’atto di reagire, solo
allora possiamo dare a tutto ciò che ci muove una giustificazione (a
posteriori, o nel corso di). Ecco, lì sembrerebbe stare tutto: quello dovrebbe
raccontare la buona letteratura, i tropismi dell’uomo in quanto organismo
(magari anche il conflitto dell’uomo che, consapevole di questa sua ineludibile appartenenza alle forze del mondo vivente, prova a opporsi a esse, a erigersi addosso un
simulacro di superiorità).
