Negli anni, Ethan ha elaborato, ispirandosi alla sua adolescenza, varie scenette da sit-com con cui deliziare gli amici. Questa, per esempio.
IO Mi volevi parlare, pa'?
PAPA' Sì, Ethan. Vieni qui, siedi accanto a me. Ehi, dico, ti stai facendo sempre più uomo! Vedi, figliolo… Permetti che io ti chiami figliolo, vero?
(Risate)
IO Be'…
PAPA' Allora, vediamo da dove cominciare… Bella giornata, eh?
(Risate)
IO Pa', sta piovendo da giorni…
(Risate)
PAPA' Dici? Perché sono sempre l'ultimo a sapere le cose?
(Risate, ancora)
IO Allora, pa', che c'è che ti turba?
PAPA' Che cosa turba me? No, un attimo. Che cosa turba te! Non rubarmi le battute!
(Risate)
IO Come? Niente, davvero.
PAPA' Sul serio?
IO Be', a pensarci bene… ecco…
PAPA' Sì, apri il tuo cuore, figliolo.
IO Ecco… è triste constatare che l'ultimo romanzo di Updike è così manierista…
PAPA' Ethan, io intendevo altre angustie, altri problemi.
IO Vediamo, allora... La svolta seriale di Stravinsky può in effetti apparire tardiva e forzata...
PAPA' Figliolo, no, non è questo che...
IO Fammi pensare. Forse quella nuova marca di corn flakes che ha comprato la mamma?
(Risate)
PAPA' No, no, idiota! A volte stento a credere che sei mio figlio!
IO Pure io…
PAPA' Lo sai che tutto il quartiere sparla alle nostre spalle, grazie al tuo disgustoso comportamento da primo della classe? Lo sai che in ufficio sono il bersaglio preferito dei lazzi dei colleghi, perché sono il padre di una mammoletta?
IO Oh, pa', se è solo per questo…
PAPA' Solo per questo? Ethan, perché sei così simile agli stupidi ragazzi di trent'anni fa?
IO vuoi dire quando eri ragazzo tu?
(Risate)
PAPA' Ehm… (Con durezza) D'ora in poi ti proibisco di andare al cinema il sabato pomeriggio.
IO Ma tutti i ragazzi vanno al cinema!
PAPA' Sì, ma non a vedere le retrospettive di Eisenstein!
(Risate)
IO Ma allora… che cosa dovrei fare?
PAPA' Il porco! Ecco cosa devi fare!
(Risate)
IO Ma è mostruoso!
PAPA' Però è umano. Viviamo in mezzo a sudici esseri umani. E allora, per favore, sii umano anche tu. Vedrai, non è male comportarsi da umani.
IO Pa', ascolta, i miei attuali interessi…
PAPA' Me ne fotto dei tuoi attuali interessi! Sputa per terra, quando sei in giro, di' le parolacce quando ti arrabbi, fa' gesti osceni quando incontri una bella donna per strada, rispondi male ai tuoi insegnanti, tocca il culo alle compagne di corso, fa' a pugni con chi ti capita, sta' fuori tutta la notte a suonare campanelli, ubriacati, figlio mio, sii umano!
(Risate)
IO Pa', ma io voglio bene a te e alla mamma.
PAPA' E invece no! Odiaci, insultaci! Non vedi come i tuoi coetanei trattano i loro vecchi? Dacci dentro, figliolo.
IO Non so, devo pensarci…
PAPA' Se non per me, fallo almeno per tua madre. Sapessi quanto soffre…
(Risate, applausi)
In realtà, non è mai andata così. Ethan, senza esagerare, voleva bene ai suoi; suo padre non era così idiota come in queste scenette da sit-com, necessariamente stupide. Per esempio, la sua reazione all'annuncio dell'omosessualità del figlio è stata garbata e composta, almeno in pubblico.
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sabato 13 dicembre 2008
martedì 9 dicembre 2008
Da "Rapsodia su un solo tema": pagine espunte
(Il protagonista inserisce a piè di pagina questa nota, poi eliminata, nel corso di una conversazione telefonica con Carl. Su chi sia il protagonista, e chi sia Carl, non vorrei per ora essere più preciso).
Mi viene in mente un episodio curioso della mia prima giovinezza. Ero ospite in un college, a seguire un corso di perfezionamento sulla stocastica di Xenakis, e dormivo in una camera con altri tre ragazzi provenienti dal nord e dal Canada. Una notte, dalla camera accanto alla nostra, in cui sapevamo che alloggiavano quattro uomini giganteschi, musicisti anch’essi ma più simili a lottatori di wrestling, sentimmo provenire urla, ansiti, pianti e altri suoni vocali terribili. Spaventati, ci chiudemmo a chiave e per ore non riuscimmo ad addormentarci, mentre di là sembrava che quattro giganti si stuprassero a turno e con supremo dolore. Nessuno di noi voleva rischiare di essere coinvolto in quella cosa, nemmeno io, che all’epoca già avevo le idee chiare sulla mia natura, ma non propendevo certo per le pratiche estreme. Il giorno dopo, nella sala delle colazioni, guardammo da lontano con sospetto, paura e disgusto a quei quattro, che invece sembravano del tutto a loro agio, e scherzavano come vecchi amici. La notte successiva, altre urla, grida strozzate, pianti, gorgoglii, schiaffi e rumori spaventosi. La mattina, a colazione, tutti sereni e tranquilli, come vecchi amici. Nel pomeriggio ci riunimmo, noi quattro della camera a fianco, per decidere se denunciare gli stupri alle autorità scolastiche. Stabilimmo che lo avremmo fatto l’indomani, se la cosa si fosse ripetuta anche per la terza notte consecutiva.
Quella sera, l’ultima dello stage, era previsto un saggio finale, un concerto in cui si sarebbero esibiti tutti i gruppi che avevano lavorato nei seminari e nei laboratori. Io avevo preparato un garbato lavoretto in perfetto stile stocastico, per quartetto d’archi e pianoforte, e mi accingevo ad affrontare la parte del piano. Eseguiamo con diligenza il pezzo, riceviamo gli applausi cortesi del pubblico costituito in realtà dai soli corsisti, e torniamo ai nostri posti, ad applaudire a nostra volta. A quel punto salgono sul palco i quattro stupratori della camera accanto, senza strumenti ma con degli spartiti in mano. Prendono posto, si guardano, sorridono. Sono enormi, e anche, si direbbe, emozionati come bambini a una recita scolastica – noto con un certo disgusto. Poi attaccano: e quello che cantano – che emettono, per meglio dire – è quello che abbiamo sentito urlare e sbuffare per due notti di seguito. Ci sbirciamo con vergogna: erano delle prove, non delle sedute di violenza carnale a quattro. Il pezzo comunque era un obbrobrio, e non perché mi ricordasse il mio fraintendimento delle notti precedenti: si trattava davvero di una provocazione senza capo né coda, che con la stocastica aveva ben poco a che fare, e che abbiamo applaudito solo per dare sfogo al sollievo.
Quella sera, l’ultima dello stage, era previsto un saggio finale, un concerto in cui si sarebbero esibiti tutti i gruppi che avevano lavorato nei seminari e nei laboratori. Io avevo preparato un garbato lavoretto in perfetto stile stocastico, per quartetto d’archi e pianoforte, e mi accingevo ad affrontare la parte del piano. Eseguiamo con diligenza il pezzo, riceviamo gli applausi cortesi del pubblico costituito in realtà dai soli corsisti, e torniamo ai nostri posti, ad applaudire a nostra volta. A quel punto salgono sul palco i quattro stupratori della camera accanto, senza strumenti ma con degli spartiti in mano. Prendono posto, si guardano, sorridono. Sono enormi, e anche, si direbbe, emozionati come bambini a una recita scolastica – noto con un certo disgusto. Poi attaccano: e quello che cantano – che emettono, per meglio dire – è quello che abbiamo sentito urlare e sbuffare per due notti di seguito. Ci sbirciamo con vergogna: erano delle prove, non delle sedute di violenza carnale a quattro. Il pezzo comunque era un obbrobrio, e non perché mi ricordasse il mio fraintendimento delle notti precedenti: si trattava davvero di una provocazione senza capo né coda, che con la stocastica aveva ben poco a che fare, e che abbiamo applaudito solo per dare sfogo al sollievo.
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