domenica 21 febbraio 2010

Da "Letteratitudine": letteratura e ironia

Un po' a sproposito, probabilmente, tempo fa ho postato (pardon) su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/02/04/letteratura-dellironia/#comments questi frettolosi pensierini.

Io andavo matto per Campanile: e mi divertiva un mondo vedere che i miei coetanei non lo trovavano così divertente.

Qualche anno fa ho riso molto con Magnus Mills e Joel Egloff (del primo: “Bestie” e “Niente di nuovo sull’Orient Express”, entrambi Guanda; del secondo: “Edmond Ganglion & Figlio” e un paio di altri, Instar). E poi con Alan Bennett.

In questi giorni, rido e soffro e torno a ridere con l’ultimo romanzo di Rosa Matteucci, “Tutta mio padre”; la stessa cosa mi era capitata con “Lourdes”, con “Cuore di mamma”… è come se Gadda, che so, o Palazzeschi, o Landolfi, si fossero messi a scrivere pezzi per i monologhi di Franca Valeri. En passant, anche leggere Franca Valeri è un’esperienza travolgente.

Amo l’ironia “tongue-in-cheek” (ne parlava Guido Almansi, un po’ di anni fa, in “Amica ironia”, ricordate?), implicita, disturbante come rumore di fondo, che non sai come prendere, che sembra affermare il contrario, certo, ma allo stesso tempo smentirsi. In generale, se vogliamo allargare il discorso ai meccanismi dell’umorismo, amo le iperboli, gli accumuli, i tormentoni, l’incongruo (tutti elementi che tra l’altro possono generare anche il tragico, oltre al comico, e questo vorrà pur dire qualcosa, no?), le contaminazioni tra alto e basso; non mi fanno impazzire invece i giochi linguistici, le parodie, gli anacronismi…

Ma avete notato che nella comunicazione di oggi non ci fidiamo più della capacità del nostro interlocutore di cogliere l’ironia? Se scriviamo un messaggio di evidente scherzosità ci sentiamo obbligati ad aggiungere un emoticon, un sorrisetto ridondante, giusto per essere chiari, per evitare fraintendimenti, musi lunghi, o chissà che. Questo tradisce forse una sfiducia nel mezzo, o appunto nel destinatario, o infine nella buona salute dell’ironia stessa come figura retorica. Forse non siamo tanto sicuri della condivisione dell’ironia – forse è semplicemente comodo (lo faccio anch’io, ci mancherebbe, e non mi urta certo vedere che amici lo fanno con me), chiarisce subito, dà all’istante il tono giusto. A differenza di quanto avviene nella comunicazione quotidiana, nella pagina scritta l’ambiguità dell’ironia, il suo essere e non essere o essere altro, sono risorse, preziosi impasti di timbri.

La citazione che vorrei sottoscrivere non c’è, in mezzo alle belle frasi che Massimo Maugeri ha suggerito in cima a questo lungo blog: ve la butto lì, citando a memoria, e dunque parafrasando. In “Roma”, di Fellini, nell’episodio dello scalcagnato spettacolo di varietà, mi pare che uno spettatore dica a un comico in difficoltà: “Ma non mi farà male ridere così tanto?”, e lo dica impassibile, tetro quasi. Ho usato molte volte quella frase, che ha il potere di raggelare gli spiritosoni – subito dopo, come si dovrebbe fare sempre, per compiutezza e onestà intellettuale, aggiungo dettagliati riferimenti sulla fonte.

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