Sono felice di essere presente, con le prime pagine del mio nuovo romanzo "Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov" (Manni), sul nuovo numero della rivista online "Colla", http://www.collacolla.com/colla_5. Leggetela, è brillante, di alta qualità e ottimamente frequentata.
Ecco, da quell'estratto, le prime righe.
Ho sempre trovato avvincente come una trama romanzesca il percorso umano e artistico del compositore russo Rafail Dvoinikov. Negli anni venti, egli si è fatto conoscere in Unione Sovietica come un nervoso distruttore di impalcature accademiche; si è presentato al mondo come uno scontroso antiborghese che, al pari di altre avanguardie di quegli anni, ma con risultati più convincenti e durevoli, ha denudato convenzioni, squinternato tradizioni, buttato all’aria istituzioni e maestri, scrivendo opere di un’offensiva modernità. In virtù di quest’opera di demolizione, beffarda quanto seria, è assurto a membro onorario del consesso di artisti che, in parallelo alla rivoluzione politica nel suo paese, avrebbero voluto rigenerare il mondo delle arti. Ma quando la rivoluzione politica si è adagiata – come spesso, o forse sempre, accade – in un ripensamento via via più cupo e oppressivo dei propri fondamenti, egli, con molti altri, si è trovato prigioniero proprio di quel ruolo di distruttore delle convenzioni borghesi che prima gli era stato attribuito come massimo merito e ora gli veniva rinfacciato come pericolosa deviazione. Sono seguiti anni di difficoltà, di stenti anche, e di pentimenti brucianti come umiliazioni. Dvoinikov, audace sul pentagramma, ha dovuto imparare l’arte di dissimulare il suo carattere, e fingere di essere un prudente esecutore di direttive altrui – senza riuscirvi mai, e in questo fallimento sta la grandezza della sua musica, che oggi possiamo leggere come uno dei massimi esempi di un’arte tanto prepotente da sfuggire allo stesso artefice.
Eccetera eccetera.
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