mercoledì 23 febbraio 2011

A proposito di "nero".

A poche settimane dall’uscita de “Il sangue del tiranno” nella collana “Inchiostro rosso” di Agenzia X, provo a riordinare le idee sul mio rapporto con il nero (non scrivo “noir” apposta, e già questo dovrebbe significare qualcosa, no?). Matteo di Giulio, che mi ha voluto nella collana dopo avere letto e apprezzato “Rapsodia su un solo tema”, conversando con me ha sottolineato più volte la forte connotazione politica della collana, di cui è il curatore – e questo soprattutto mi ha convinto, perché insomma, una componente di denuncia “politica” in quello che scrivo la sento, la coltivo anche, e i lettori più attenti la colgono.
Anche altri aspetti hanno vinto la mia diffidenza: la libertà del genere (a saperla vedere), i confini indefiniti, la sospensione del giudizio, la possibilità di non concludere, la fluidità dell’architettura. Io almeno lo intendo così. So bene che molti autori del noir ormai lavorano sui cliché, sulla ricomposizione di schemi fissi, perché è quello che vuole il grosso pubblico, o che almeno vuole l’industria editoriale; so anche che il genere, su questa strada, sta correndo verso la saturazione e il logoramento – un cupio dissolvi davvero imbarazzante. Ma voglio coltivare una mia idea di “nero”, libera e aperta, che sia “nero” più per colore e atteggiamento che per ossequio ai codici o ai soliti modelli più o meno nobili che autori e esegeti del genere tirano in ballo. L’ho già fatto, in diversi capitoli de “Le larve”, con grande piacere e curiosità (la facilità con cui si immagina il male affascina e inquieta chi non lo commetterebbe mai); e l’ho rifatto con uguale piacere in “Fosca”.
Ma togliamoci qualche sassolino dalle scarpe, già che ci siamo. Detesto quattro o cinque cose del noir, o del mondo che gravita attorno al noir:
- cercare a tutti i costi dei padri nobili e tirare in ballo Gadda, e poi magari confondere i livelli e mettergli alla pari, che so, Scerbanenco;
- ritenere che solo la letteratura di genere, e in particolare il noir, sappia raccontare la realtà, come se il resto della letteratura si limitasse a variazioni sul tema dell’osservarsi l’ombelico;
- ragionare per incasellamenti, per cliché, al punto di coniare l’espressione fastidiosissima di “letteratura bianca” per definire tutto ciò che non rientra nelle categorie del noir, o di altri colori;
- esprimersi con un linguaggio piattamente paratattico, che spesso suona come la traduzione frettolosa di un qualunque autore americano di cassetta;
- sentirsi in debito nei confronti del cinema (l’ho già scritto più volte, dovrebbe essere il cinema a sentirsi in debito eterno nei confronti della letteratura, e che diamine).

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