domenica 5 gennaio 2014

"Dopo la festa"

Al Palazzo Ducale di Genova, in occasione di una mostra di opere di Edvard Munch, scopro una sua incisione poco conosciuta, dal titolo “Dopo la festa”. Sulla sinistra, un gruppetto di uomini e donne, già imbacuccati per rientrare a casa da una festa che si direbbe riuscita, indugia per la strada, a ridere (risate eccessive, sciocche, come quelle che involgariscono i volti di chi ha bevuto troppo). Alle loro spalle, sulla destra, si allungano, colando dai piedi di due di loro, delle ombre solide, spesse, gonfie. Sono le stesse ombre che si allargheranno come chiazze di sangue nero, come colatura di cadavere, ai piedi delle figure contorte di Bacon. Qui, nella fredda Norvegia di Munch, fanno, per così dire, una delle loro prime uscite pubbliche: hanno ancora velleità antropomorfe, tentano di gonfiarsi come simulacri di uomini, accennano addirittura un’espressione che vorrebbe essere minacciosa. Ma ecco, la forza di gravità le schiaccia sul marciapiede e sul muro, le rende pesanti come cappotti dimenticati – i cappotti poggiati sui corpi dei personaggi a sinistra sono altrettanto cupi e minacciosi.

La prima interpretazione, la più facile, potrebbe vedere in queste ombre cariche e scure come sudari di gomma il lato oscuro della borghesia che, ignara, incosciente, se la ride. Va bene, non escludiamola. Ma forse Munch voleva andare più in là. Forse quei buoni borghesi compiaciuti non ignorano il fardello oscuro che si diparte dai loro piedi, che li segue proiettato sui muri, sulle pareti, ovunque, anche la notte – soprattutto la notte, vicino ai lampioni.
Forse – azzardo – quei borghesi ridono proprio di quelle ombre organiche, come si ride di qualcosa che spaventa, per sminuirne il potere. Se le trascinano dietro come fardelli inevitabili, fingono di non vederle, fingono di ignorarne l’esistenza, e ridono disperatamente.

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