mercoledì 12 marzo 2014

Letture: Sarah Chiche, "L'inachevée"

“L’inachevée” (“L’incompiuta”), pubblicato nel 2008 da Grasset, finora inedito in Italia, è il primo romanzo di Sarah Chiche. Il titolo rimanda alla condizione che caratterizza, fin quasi alle ultime pagine, la protagonista Hannah Epstein-Barr; e la caratterizza a tal punto che anche la suoneria del cellulare di Hannah è un frammento dell’omonima sinfonia di Schubert.
L’incompiutezza di Hannah nasce sia dalla presenza soffocante di una madre che perpetua una linea tutta femminile di malattia e follia, sia dalla morte prematura di un padre desiderato ma mai davvero sentito (se non, appunto, nella conclusione che con coraggioso ottimismo risolve positivamente i contrasti precedenti, armonizza e riempie i vuoti dolorosi, o almeno comincia a riempirli, e colora finalmente di senso la tomba del padre fino a quel momento tristemente muta). L’incompiutezza viene anche, per effetto di queste premesse, da una vita vissuta in una famiglia insieme “noeud de vipères” e “cloche de verre” – una vita bisognosa di cure e affetti persa tra rapporti umani, sentimentali e sessuali sempre insoddisfacenti e artificiosi e ingannevolmente riempita, oltre che da incontri estemporanei, da un’accumulazione di oggetti, che, nel racconto della protagonista, diventa spesso anche strategia retorica. Questa incompiutezza è definita più volte nel corso del romanzo con termine clinico ma anche denso di echi letterari, “mélancolie” – un termine desueto che in veste di studiosa della psiche la Chiche ha ripreso nel contesto contemporaneo.
La madre di Hannah è una figura potente e terribile: amata e odiata, cercata ed evitata, amorosa e violenta, assente e possessiva, reticente ed esclusiva, sembra vivere solo attraverso dilanianti antonimie, passando da un estremo all’altro nella più totale imprevedibilità. Quello che allaccia con la figlia bambina, nel segno di un rapporto di estrema fisicità, è definito significativamente “un pacte faustien”. Su questa madre bella, feroce e instabile, seduttrice e scostante, pesa (lo scopriamo dopo un po’) l’angoscia di portare una tara, di allevare una figlia che le assomiglierà, secondo una sorta di maledizione che attraversa le generazioni. Hannah bambina reagisce con stupore infantile a queste metamorfosi repentine: ha paura della madre, ma ha per lei anche una bisogno fortissimo (“Et moi, ainsi qu’elle me le répétait, je n’avais qu’elle”: in questa dipendenza dalla madre sembra di leggere le medesime motivazioni che spingono ancor oggi certe donne ad amare mariti e compagni violenti e tirannici); crescendo, rifiuterà il contatto con la follia materna, e così facendo svilupperà la propria somiglianza con la madre, fino alle soglie della pazzia. Ne uscirà, grazie alla terapia giusta, e grazie al tempo, che porta a maturazione i conflitti, ridimensiona paure e rancori, aiuta a collocare i ricordi in un contesto più equilibrato e, nel far invecchiare le persone, le rende più fragili e malleabili. Ne uscirà, anche, scandendo una serie di “NON” che sanciscono un conquistato senso di appartenenza e di indipendenza, mormorando a lungo il nome del padre davanti alla tomba di questi, finalmente parlante, scoprendo di potersi riconciliare con la madre e con tutto ciò che la madre continua a rappresentare nella memoria. Questo happy end non ha niente di forzato e non giunge inaspettato: lo aspettavamo sin dalla prima frase del romanzo, un incipit di ammirevole semplicità, “Et puis, très tranquillement, j'ai choisi de vivre”.
“L’inachevée” è un romanzo quasi tutto al femminile, in cui l’importanza degli uomini (del padre su tutti) si misura sulla loro assenza e dunque sul desiderio che questa assenza origina. Se compaiono personaggi maschili, nella vita di Hannah, sono quasi sempre macchiette vuote di interiorità, superficiali dediti agli obiettivi tipici di certo mondo maschile (successo, rispettabilità, carriera, avventure sessuali prive di rischi).
Sarah Chiche mette a frutto la propria esperienza di psicoanalista e psicoterapeuta per studiare a fondo le situazioni, sbroglia con sicurezza l’intricata matassa delle dinamiche familiari e sociali, racconta una storia molto fisica di corpi prima ancora che di personalità, e lascia che un caso clinico si metta a nudo in ogni aspetto. Si concede anche un cameo, verso la fine, apparendo bambina in un parco accanto al padre (alla memoria del quale è dedicato il romanzo, come si è letto in esergo) – una visione che assume un significato salvifico per Hannah e imprime la vera svolta positiva al romanzo.
Alla fine, l’incompiutezza di Hannah sembra caratterizzare solo una prima fase della sua vita. Questa, piuttosto, è un work in progress in cui, fiduciosamente, la terapia può assumere un ruolo costruttivo importante – e anche il potere ordinatore della scrittura, se abbiamo interpretato bene la frase con cui termina il romanzo: “Et je me suis allongée à ses côtés sur une page blanche”.

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