martedì 25 marzo 2014

I testi di "Gabbia"

Riporto, nell'ordine in cui sono stati utilizzati nel CD, i brani letterari da cui Marta Raviglia e Massimo barbieri hanno preso spunto per le tracce di "Gabbia".

I

Qual vaga Filomela, che fuggita
è da l'odiata gabbia, e in superba
vista sen va tra gli arboscelli e l'erba,
tornata in libertate e in lieta vita;

er'io da gli amorosi lacci uscita,
schernendo ogni martìre e pena acerba
de l'incredibil duol, ch'in sé riserba
qual ha per troppo amar l'alma smarrita.

Ben avev'io ritolte (ahi stella fera!)
dal tempio di Ciprigna le mie spoglie,
e di lor pregio me n'andava altera;

quand'a me Amor: le tue ritrose voglie,
muterò, disse; e femmi prigioniera
di tua virtù, per rinovar mie doglie.
(Tullia d’Aragona, 1508-1556, Sonetto XL)

II

(…) Gabbia senz’uscio e carcer senza uscita,
mar senza riva e selva senza varco,
labirinto ingannevole d’errore,
tal è il palagio, ov’ha ricetto Amore.
(Giovambattista Marino, "Adone")


III

I’ rovistrice, sendo stimolato nelli sua sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai pungenti artigli e becco delle importune merle, si doleva con pietoso rammarichio inverso essa merla, pregando quella che poi che lei li toglieva e sua diletti frutti, il meno nolle privassi de le foglie, le quali lo difendevano dai cocenti razzi del sole, e che coll’acute unghie non iscorticasse [e] desvestissi della sua tenera pella. A la quale la merla con villane rampogne rispose: ”O taci, salvatico sterpo. Non sai che la natura t’ha fatti produrre questi frutti per mio notrimento? Non vedi che se’ al mondo di tale cibo? Non sai, villano, che tu sarai innella prossima invernata notrimento e cibo del foco?” Le quali parole ascoltate dall’albero pazientemente non sanza lacrime, infra poco tempo il merlo preso dalla ragna e colti de’ rami per fare gabbia per incarcerare esso merlo, toccò, infra l’altri rami, al sottile rovistrico a fare le vimini della gabbia, le quali vedendo esser causa della persa libertà del merlo, rallegratosi, mosse tale parole: ”O merlo, i’ son qui non ancora consumata, come dicevi, dal foco; prima vederò te prigione, che tu me brusiata”.
(Leonardo da Vinci, “Il ligustro e il merlo”, dalle “Novelle”)

IV

E mentre or quinci or quindi invano il passo
movea, pien di travaglio e di pensieri,
Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso,
re Sacripante ed altri cavallieri
vi ritrovò, ch’andavano alto e basso,
né men facean di lui vani sentieri;
e si ramaricavan del malvagio
invisibil signor di quel palagio.
(Ludovico Ariosto, “Orlando Furioso”, canto XII)


V

For de la bella bella cayba
fuge lo lixignolo.

Plange lo fantino
però che non trova
lu so hoxilino
ne la gaiba nova,
e diçe cum dolo:
«Chi gl[i] avrì l'usolo?»;
e dice cum dolo:
«Chi gl[i] avrì l'usolo?».

E in un buscheto
se mise ad andare,
sentì l'oxeleto
sì dolçe cantare:

«Oi bel lixignolo,
torna nel meo broylo;
oi bel lixignolo,
torna nel meo broylo».
(Anonimo dei «Memoriali bolognesi», “For de la bella bella cayba”)


VI

Et Ergasto allora lieto fattosi incontro a Partenopeo, lo abbracciò, e poi coronandolo d'una bella ghirlanda di fronde di baccari, gli diede per pregio un bel cavriuolo, cresciuto in mezzo de le pecore et usato di scherzare tra i cani e di urtare coi montoni, mansuetissimo e caro a tutti i pastori. Appresso a Partenopeo, Clonico che rotto avea il legame del lupo, ebbe il secondo dono; il quale fu una gabbia nova e bella, fatta in forma di torre, con una pica loquacissima dentro, ammaestrata di chiamare per nome e di salutare i pastori; per modo che chi veduta non la avesse, udendola solamente parlare, si avrebbe per fermo tenuto che quella uomo fusse.
(Iacopo Sannazzaro, “L’Arcadia”)


VII

“Se a Dio piace, - diceva - on al demonio
Ch'io abbi pacïenza, ed io me l'abbia:
Ma siame il mondo tutto testimonio
Ch'io la tragualcio con sapor di rabbia.
Qual frenesia di mente o quale insonio
Me ha qua giuso condutto in questa gabbia?
Dove entrai io qua dentro, o come e quando?
Son fatto un altro, o sono ancora Orlando?”

Così diceva, e con molta roina
Sempre seguia Morgana il cavalliero.
Fiacca ogni bronco ed ogni mala spina,
Lasciando dietro a sé largo il sentiero;
Ed alla fata molto se avicina,
E già de averla presa è il suo pensiero;
Ma quel pensiero è ben fallace e vano,
Però che presa ancor scappa di mano.
(Matteo Boiardo, “L’Orlando innamorato”)


VIII

Non si adatta una sella o un basto solo
ad ogni dosso; ad un non par che l'abbia,
all'altro stringe e preme e gli dà duolo.
Mal può durar il rosignuolo in gabbia,
più vi sta il gardelino, e più il fanello;
la rondine in un dì vi mor di rabbia.
Chi brama onor di sprone o di capello,
serva re, duca, cardinale o papa;
io no, che poco curo questo e quello.
In casa mia mi sa meglio una rapa
ch'io cuoca, e cotta s'un stecco me inforco
e mondo, e spargo poi di acetto e sapa,
che all'altrui mensa tordo, starna o porco
selvaggio; e così sotto una vil coltre,
come di seta o d'oro, ben mi corco.

(Ludovico Ariosto, Satira terza)

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