È un’interessante
operazione “Come macchine impazzite” (Agenzia X, 2014), scritto a quattro mani da Gianpiero Capra
e Stephania Giacobone attorno a quello che il sottotitolo definisce “il doppio
sparo dei Kina”: “doppio” nel
senso che l’avventura musicale del gruppo punk di Aosta viene tracciata con cordiale
precisione da Capra, che della band è stato uno dei fondatori e il bassista, mentre
in capitoli alternati a questi di Capra la Giacobone racconta, più narrativamente
e anche con maggiore enfasi, la scoperta dei Kina diversi anni dopo e la
ricerca delle loro tracce attraverso dischi, cassette, ma anche riviste,
fanzine, testimonianze di conoscenti comuni.
Per essere precisi:
Stephania nasce “un anno dopo l’uscita del secondo album dei Kina”, “tre anni
dopo il primo album dei Kina e quattro anni dopo i loro primi concerti del 1983”.
Scegliere di amarli “è stata una lotta in provincia e in città” (cioè in Valle
d’Aosta e a Torino): “quelle lotte che aprono gli occhi, creano divari,
scelgono per te, ti insegnano a tirare fuori i denti e a strappare la carne dai
tendini per nutrirti”. Il libro è insomma la ricostruzione fedele di due
momenti storici assai simili: il passare degli anni non ha reso distanti o distaccati
i due testimoni-scrittori. Nell’accostare i due piani temporali, “Come macchine
impazzite” rivela quanto poco sia cambiato nella provincia tra le Alpi: rivela
anche quanto le inquietudini cantate dai Kina non appartengano all’archeologia,
ma siano ben radicate e in un certo senso endemiche.
A questo proposito,
chiedo un po’ provocatoriamente a Stephania Giacobone se si può considerare
"storicizzata" l'esperienza dei Kina e di altri gruppi affini, se la
si può leggere solo attraverso il ricordo, o se invece prosegue anche oggi.
“L’esperienza dei Kina”
mi risponde Stephania “a mio parere ha subito un processo di storicizzazione
diverso dal consueto sedimentarsi nel ricordo di generazioni che ormai si
vergognano di cosa erano e cosa ascoltavano. Durante la mia ricerca di tracce e
testimonianze ho potuto vedere negli occhi di chi raccontava uno slancio di
vitalità che prosegue anche oggi. I Kina non suonano più ma vivono ben oltre il
solo ricordo. Spero che in questo senso la struttura che abbiamo scelto per la
stesura del libro e la presenza di una voce, la mia, anagraficamente distante
dagli inizi dei Kina, possa dimostrare quanto sia ancora vivo, urgente e
necessario questo genere di musica.”
Tra le righe,
nell’esperienza seminale dei Kina rivissuta dalla Giacobone si coglie un
intento “pedagogico” che contraddice tanti cliché sul punk. Stephania nota come
le fasi cruciali di una vita siano sempre segnate da un disco: per lei, il
disco kiniano dell’iniziazione, o meglio della rivelazione, è stato “Questi
anni”: autoproduzione, autogestione, antagonismo, sono concetti che
l’adolescente Stephania sente già propri e che trovano nell’esperienza dei Kina
un riferimento trascinante.
Stephania racconta dapprima
di una Courmayeur, suo paese natale, ben diversa dalla località promossa dalle
strategie di marketing: ne fa un luogo svuotato, “spoglio, in cui le mezze
stagioni erano l’isolamento da tutto e da tutti”. Risale a questa fase iniziale
una sorta di sensibilità al rumore che finirà per assumere quasi una funzione
proustiana e il valore di un’epifania: “Il rumore dell’acciaio” della pistola
del padre lasciata cadere “sul pavimento di legno era un’eco metallica sorda.
Avrei ritrovato lo stesso suono nei giri di batteria di alcune canzoni punk”.
E, poco prima: “Avevo bisogno di una musica che diventasse il grido che avevo
soffocato e la rabbia mai espressa”. E soprattutto, a proposito delle
interminabili domeniche in famiglia, scandite dai rumori della televisione e
dei programmi sportivi: “Spaccavo il ghiaccio a morsi. Mi piaceva il rumore che
faceva, mi piacevano i rumori striduli e spaventosi. Il rumore della pistola
sul pavimento di legno. Il rumore della mamma del mio migliore amico Diego che
urlava di dolore e lanciava la bottiglia contro il muro.” È insomma il racconto
di un’iniziazione al “rumore” come dotato di spessore semantico e la scoperta
di una vocazione (Quei rumori… “mi hanno fatto capire che la via di fuga era
nascosta nel mio stesso inferno”).
Come Courmayeur, anche Aosta, in cui la
Giacobone si traferisce qualche anno più tardi, è descritta come un non-luogo, una
città solo di nome, o “per errore”, di fatto un paese di poco più grande di
quello da cui proveniva, e allora “una camera anecoica”.
“All’epoca della mia
adolescenza” mi dice Stephania “avevo solo Aosta come città di riferimento,
volevo tutto e subito, volevo spazi, rumore, festa. E non c’era nulla di tutto
questo. Ecco il motivo della mia definizione della città di allora come camera anecoica e il mio estremo bisogno
di suono. Poi, la città di riferimento negli anni dell’Università per me è
cambiata, è diventata Torino, dove il rumore non mancava, non mancavano gli
spazi occupati, la vitalità del teatro, della musica, della cultura. Dopo otto
anni di Torino, tornare ad Aosta è stata inizialmente una scelta obbligata, poi
una piacevole riscoperta. Aosta è anecoica
come sempre, forse peggio, ma io ho trovato il suono che voglio ascoltare,
quando voglio, e se mi va di sentirlo suonare dal vivo, Torino è vicina.”
Emerge sempre più chiara
la definizione di un punk che rompe gli schemi e libera energie represse,
assimila le paure e le angosce e ne cava qualcosa di nuovo e di vero,
rappresenta una “via d’uscita e un antidoto al veleno del presente”, e diventa infine,
nella sua fase matura (con “Parlami ancora”, del 1992) una sorta di sintesi consapevole
delle ribellioni e le lotte di tutti i tempi. Vale la pena citare le parole con
cui i Kina presentavano l’LP al momento della sua uscita: “Le idee e le
battaglie ci parlano ancora: noi proviamo ad ascoltare l’eco di ieri per
costruire nuovi suoni oggi, sperando che questo disco parli ora e in futuro a te
e a coloro che verranno”. È una dichiarazione di poetica e di politica, insieme
ambiziosa e umile (“proviamo”,
“sperando”), in cui il legame con il passato nutre la ricerca del presente e
del futuro e che travalica ogni definizione di genere. “È l’essenza del punk
hardcore” mi conferma Stephania. “È quel che mi ha formata da sempre. Sono le
idee e le battaglie che ho fatto mie negli anni. E come ho fatto io, avranno
fatto molti altri.”
La musica dei Kina
finisce per avere una funzione insieme terapeutica e catartica: scatena l’urlo,
e insieme “cuce le ferite e cura gli ematomi”; evoca gli angosciosi e mai
rimossi “rumori” sintomi di ingiustizia e allo stesso tempo li formalizza e li
ricompone in un tessuto che li spiega e li domina: esalta e appiana. Musica e
testi dei Kina sono inframmezzati al racconto e collegati a momenti della vita
dell’autrice come se ne avessero previsto lo svolgimento o come se la scoperta
di quei testi rappresentasse l’indicazione di una svolta, la rivelazione che
quello che le accadeva non riguardava solo lei, ma era tappa di un percorso
comune.
Quanto ai dettagliatissimi
capitoli firmati da Capra, vi notiamo grande determinazione, insoddisfazione e caparbietà
(nel senso migliore), desiderio di imparare e mettersi in gioco continuamente,
fino allo sfinimento; io vi leggo anche l’elogio dell’onestà intellettuale,
della sincerità, anche (paradossalmente) della pazienza. Il suo resoconto è
privo di quel macchiettismo fin troppo facile a cui molti ricorrono in casi simili,
eppure è divertente, schietto nel descrivere prove, concerti, cambiamenti di
formazione, fondazione dell’etichetta indipendente Blu Bus, e soprattutto la
serie impressionante di concerti in giro per l’Europa.
“Ci sarebbe bisogno anche
oggi di qualcuno come i Kina” mi confida Stephania. “A livello musicale ci sono
nuovi gruppi punk hardcore non male in Italia e all’estero. La crisi dovrebbe
essere terreno ancora più fertile per far nascere il conflitto, la dissidenza e
la voglia di produrre musica in linea con l’attitudine della protesta. In
realtà molti gruppi, fortunatamente non la maggioranza a mio parere, si
abbandonano a un cinismo musicale, anziché riportare in vita quella che era
l’agitazione del punk hardcore, perché sembrano dire «Se è morto, non sarò io a
risuscitarlo».”