lunedì 31 agosto 2015

Da Fuori Asse: Romanzi al Salone, 1: Kehlmann, Sacchini, Ciriachi

Riprendo, dallo Speciale di FuoriAsse dedicato al Salone del libro 2015, la prima parte del mio articolo intitolato "Romanzi al Salone".

Daniel Kehlmann era al Salone sabato 14 maggio per presentare il suo ultimo romanzo pubblicato da Feltrinelli, I fratelli Friedland (F nell’originale) nella traduzione di Claudio Groff. Conversando con Armando Massarenti, ha teorizzato un romanzo che torni alle sue radici illuministiche (che so, a Diderot, Voltaire o Sterne) nel suo essere un gioco di intelligenze tra autore e lettori. Erudito, divertente, sorprendente, precisissimo nelle sue divagazioni, lieve anche quando insinua grandi temi di natura filosofica – anzi, lieve soprattutto allora –, Kehlmann continua a raccontare, attraverso i suoi eccentrici personaggi, l’ansia della conoscenza umana e i limiti di questa conoscenza, l’illusione che tutto si possa spiegare e l’intrico di coincidenze e caso che perturba anche le vite più calcolate. L’ascolto delle riflessioni di Kehlmann mi ha fatto venire voglia di inseguire al Salone un certo tipo di romanzo contemporaneo, che misceli racconto con riflessione senza dimenticare mai il sorriso, il benefico distacco dell’ironia sapiente, e nel dosare fantasticheria e razionalità smonti e rimonti allegramente da sé i propri elementi costitutivi alla ricerca di nuove architetture. Gli esempi, va detto, sono tanti: mi accontenterò di soffermarmi su alcuni.
Partirei dall’Incubatore, dove giovedì 14 la neonata casa editrice Coazinzola Press di Riccardo Duranti ha presentato i due suoi autori della collana di narrativa “Figmenti”, Fabio Ciriachi e Stella Sacchini. Ciriachi, con Uomini che si voltano (2014) aggiunge una pensosa, spesso dolente e forse definitiva clausola alla trilogia della memoria (personale, collettiva) che va da Soprassotto (2008) a Le condizioni della luce (2013) attraverso L’eroe del giorno (2010). Romanzo a racconti non classificabile davvero come romanzo, e nemmeno come raccolta di racconti, Uomini che si voltano è il catalogo e la rivisitazione di testi di natura diversa, “esercizi di osservazione” che coprono un periodo che va dagli anni ’70 a oggi, nei quali si esercita un’instancabile capacità riflessiva nutrita di letture coltivate lungo un’intera vita (c’è anche, a suggellare il tutto, Chiudere il cerchio, il testo uscito nello speciale “Labirinti di parole” del 2013, fitto, intimo colloquio con il pensiero di Montaigne). A dare continuità a pagine tanto diverse è il timbro vocale di Ciriachi, quel tono pacato e ostinato, quasi mai sentenzioso, da poeta, che lavora inesausto attorno alle cose.
È un incontro felice anche quello con la “bambina del letto in mezzo”, la protagonista del romanzo Fuori posto di Stella Sacchini, pubblicato sempre da Coazinzola Press. Concentrata, rimuginante, la bambina senza nome misura gli spazi e prende le distanze nell’ospedale in cui è ricoverata per via della spina dorsale “a forma di esse”. Insonne, determinata come una piccola Alice, quando è sola riveste ogni cosa, ogni angolo di corridoio, letto e porta di un significato mitico, e si aggira nell’ospedale come a noi capita di aggirarci in certi sogni dalla geografia determinata. Ha un suo sistema di controllo del sinistro caos che le si spalanca dinanzi (dinanzi e sotto i piedi, negli strati inferiori dell’edificio, fino ai sotterranei): enumera, misura, ripete fino allo sfinimento formule e pensieri, ritualizza gesti, nomina a modo suo (cioè in un modo obliquo, perifrastico) persone e luoghi. Quando dialoga con infermiere e dottori, le sue battute sono sempre un po’ fuori tempo, esternazioni di un flusso interiore di ragionamenti, o puntualizzazioni capziose che gli adulti non sanno cogliere. Il bello è che in quelle pagine di dialogo noi lettori riusciamo a sentire i discorsi degli adulti come li sente la bambina del letto in mezzo: non tentativi di ricondurre la bambina alla ragionevolezza, ma misteriose allusioni a qualcosa di incomprensibile. La bambina e gli adulti che si occupano di lei condividono gli stessi spazi ma restano estranei, come quegli animali che convivono nelle stesse case ma restano incapaci di capirsi e si tengono alla larga gli uni dagli altri.
Stella Sacchini ci accompagna senza concessioni nel mondo interiore della bambina del letto in mezzo: ne trascrive con pazienza certosina ogni pensiero, anche i bamboleggiamenti più divaganti, anche le formule più ripetitive. Non conosce scorciatoie, la bambina del letto in mezzo, non corre mai. E Stella Sacchini la segue passo dopo passo – non è un modo di dire, davvero ci viene raccontato ogni passo, respiro, batter di ciglia, perché ogni minimo gesto è un modo di misurare tempo e spazio, è un’ancora di salvezza, è l’equivalente dei sassolini o briciole disseminati per i boschi nelle fiabe. Grazie a lei penetriamo in un gioco interminabile, molto serio, popolato di fantasmi e di persone reali viste come fantasmi. È un mondo in bianco e nero, anche pauroso, con improvvisi schizzi di colore quando la bambina del letto in mezzo indugia in ricordi di vacanze o di cartoni animati. Intendiamoci: nelle vicende della bambina del letto in mezzo, e nel modo in cui le racconta l’autrice, non c’è nulla o quasi delle furbizie di certi film o libri di oggi, niente, per essere chiari, che ricordi le figurette alla Tim Burton o alla Neil Gaiman. Questo – non esagero – è un romanzo sperimentale, e la piccola protagonista finisce per essere una straordinaria e solitaria performer di una body art che sonda i limiti degli spazi e del corpo.

(A proposito di Stella Sacchini, consiglio di assaporare la sua finissima versione in italiano di Il viaggiatore oscuro di Josephine W. Johnson, appena pubblicato da Del Vecchio. E non perdetevi La scatola nera del traduttore, che riassume il lavoro di adattamento in italiano e racconta l’approccio insieme esegetico, creativo e emotivo di chi traduce.)

(1 - continua)

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