Chi era Alberto Spadolini e perché
ci siamo dimenticati di lui? Ignazio Gori, nel ritratto del “Danzatore,
pittore, agente segreto” Alberto
Spadolini (Castelvecchi, 2015), risponde a queste domande scegliendo la via
del resoconto amabile e scrupoloso – in cui però, sottilmente, la reinvenzione letteraria
ha una parte preponderante.
Sin da adolescente Alberto Spadolini
(nato nel 1907) ha ammaliato pittori, scultori, artisti, ai quali è apparso
come un’epitome di bellezza maschile; il suo mondo, tra l’Italia e la Francia
con diramazioni negli Stati Uniti e altrove, era frequentato da nomi come
Bragaglia, D’Annunzio, de Chirico, Bontempelli, Cocteau, Joséphine Baker, Picasso,
Marlene Dietrich, Maurice Chevalier e molti altri. Nessuno di loro si è
mostrato indifferente al fascino (artistico e umano) di questo personaggio:
eppure, nonostante la vastità dei suoi interessi e l’impressione che suscitò ai
suoi tempi, Spadolini è stato rimosso dalla memoria collettiva e ridotto a
culto di una ridotta nicchia.
Gori evidenzia bene il vorace
amore di Spadolini per la vita, l’entusiasmo mai disgiunto dalla ricerca della
perfezione. Ne fa un personaggio complesso e sfuggente nella sua complessità,
non contraddittorio ma articolato, mai caricaturale, nemmeno nei momenti in cui
l’eccesso o l’improvvisazione sembrano togliergli spessore trasformandolo in un
semplice corpo perfetto.
Che l’interesse per questa figura
eclettica ed eccentrica sia frutto di passione autentica è chiaro sin dalla
Premessa, in cui Ignazio Gori confida la scoperta della «bellezza» e
dell’«eleganza» di Spadolini attraverso la visione di un’antica foto di Dora
Maar, Uomo nudo con sfera in mano. Questa
confidenza mi ha ricordato quell’altro romanzo biografico, anch’esso sottile
gioco di invenzione e documentazione, che è il Riefenstahl di Lilian Auzas, in Italia pubblicato nel 2013 da
Elliot.
Talvolta, nella ricostruzione
d’epoca, Gori si concede qualche pennellata stilistica d’antan: ed ecco che la partenza del giovane Spadolini viene
descritta con queste parole: «si sente libero di sciogliersi i calzari materni,
di riempirsi il petto di giovane sparviero e d’involarsi lontano dalla sua
dolce Ancona». In altri punti, l’ispirazione dell’autore, nella descrizione di
pose e movenze di personaggi, sembra essere certo cinema muto dei primi decenni,
ancora teatrale: così è nelle scene delle visite da D’Annunzio, o (e qui il
riferimento al cinema muto è esplicitato) nella partenza alla stazione dopo la
chiusura degli Indipendenti di Bragaglia, o nelle numerose altre scene di
interni – quelle in cui Spadolini, con la sua bellezza e prestanza, seduce
qualcuno magari senza volerlo.
Insomma, c’è materia
sufficiente per una conversazione con l’autore Ignazio Gori.
CM - Spadolini attrae, turba, seduce. Nei campi non solo
artistici in cui si muove (nella pittura, nella danza, nella canzone, nel
documentarismo, in ogni attività creativa a cui si dedica, persino nelle parentesi spionistiche, esoteriste
e mistiche) provoca reazioni mai tiepide, eccessi di generosità e di trasporto
oppure scossoni, gelosie, rivalità, pettegolezzi feroci. Certo, i suoi dipinti
possono apparire di fattura modesta, e gli elogi di amici artisti ci suonano
francamente esagerati, condizionati più dal fascino dell’autore che dal valore
delle opere. Quanto alla danza, per lui è passione, poesia, insomma non
essenzialmente tecnica; per questo, Bragaglia lo ha definito “danzatore
barbaro”. I rarissimi frammenti che ci mostrano Spadolini su un palco
confermano questo giudizio.
Mi
pare, insomma, che l’aspetto più determinante della sua vita sia stato un prodigioso
dilettantismo. Sei d’accordo con questo giudizio?
IG - Decisamente sì. Nel caso
di Spadolini però il “dilettantismo” ha un valore intrinseco alla sua
dirompente espressione poliedrica; si tratta quasi di uno showman a tutto
tondo, ma di natura raffinata. Probabilmente Spadolini aveva un contenzioso
aperto fra istinto e professionalità, avendo tra l’altro intrapreso lavori
diversi, come la scenografia e la danza. Ma forse non è questo il punto. In
Spadolini quello che affascina e sorprende è un istinto – barbaro e charmant allo stesso tempo – che lo ha
portato a una carriera scintillante, decisamente ben oltre valori critici
universalmente riconosciuti, anche se non vanno trascurate delle
caratteristiche uniche, che rendono esclusivi alcuni suoi exploit, parlo della
sua personalissima interpretazione danzante del “Bolero” di Ravel, e anche di tutta
la serie di dipinti sulla danza, definiti veri e propri scrigni allegorici, di
tipo esoterico. La forza di Spadolini sta dunque proprio nella sua istintività
artistica, in un opportunismo camaleontico e in un gusto per il bello
sopraffino.
CM - Fenomeno di massa, cresciuto al di là dei meriti
artistici, Spadolini è stato tra i primi personaggi vittime del gossip. Eppure,
paradossalmente, oggi è ricordato da pochi. Perché, secondo te, è stato oggetto
di questa sorta di damnatio memoriae?
IG - L’Italia purtroppo è il
“Paese senza memoria” per eccellenza, ma il caso-Spadolini è particolare. Ha
lasciato il paese molto giovane, dopo il declino, provocato dal regime
fascista, del Teatro degli Indipendenti di Bragaglia, dove Spadolini lavorava
come scenografo, per approdare a Parigi, allora la capitale mondiale dell’arte,
delle opportunità. Molti italiani hanno deciso di trasferirsi a Parigi, su
tutti il pittore e poeta Filippo de Pisis. Il vuoto temporale è stato enorme,
perché ritroviamo Spadolini in Italia quasi solo un ventennio dopo e infine nell’ultimo
periodo della sua vita, quando decise di tornare nelle sue Marche. Nel
frattempo il regime non permetteva a personaggi “scandalistici”, come lo era in
parte Spadolini, di catturare l’attenzione popolare, tutta accentrata sui
valori della famiglia e sull’arte razionale e razionalista. Gli stessi Cocteau,
Josephine Baker, Picasso (osteggiato perché “comunista”), Jean Marais, e altri,
non divennero popolari in Italia se non alla fine degli anni ’40.
CM - Spadolini entra nelle vite già avviate dei
personaggi con cui ha a che fare «con una dolce insolenza», come tu dici del
suo incontro con la contessa Yvette de Marguerie. Questa «dolce insolenza»,
così ricorrente, assieme alla passione sincera e anche ingenua disseminata
generosamente in ogni cosa, può essere considerata una delle ragioni del suo
fascino?
IG - C’è una bellissima poesia
di Brecht intitolata “Consigli di una puttana vecchia a una puttana giovane”
dove l’autore in sostanza fa dire alla vegliarda il suo consiglio più prezioso:
Non bisogna innamorarsi mai. Secondo me Spadolini, consapevole del suo fascino,
nella sua vita non si è mai innamorato veramente, cavalcando l’attrazione che
esercitava su straordinari personaggi, ma rimanendone distaccato, quasi
intoccabile. Ha attraversato la sua epoca – il fulcro artistico del Novecento –
sollevato mezzo metro da terra, leggero come una piuma. La presunzione di Spadolini
era probabilmente supportata da un ego smisurato, da una padronanza dei propri
limiti con pochi eguali. Paul Colin gli diede la chance di diventare aiuto
scenografo quasi sulla parola; Josephine Baker rimase folgorata la prima volta
che lo vide danzare; e così tanti altri. Non può essere stato sempre un caso.
CM - Tu parli di uno Spadolini teso sempre tra due poli, da
una parte la carnalità passionale (e, legata a questa, la danza e le altre
attività artistiche connesse a questa), e, dall’altra, una spiritualità che
oscilla tra l’esoterismo e la riscoperta del cattolicesimo delle sue origini.
Nel tracciare le contraddittorietà della sua vita, lo mostri sempre comunque
come una figura credibile, sincera, qualunque fosse l’interesse del momento.
IG - Perché era così. Alberto
Spadolini è il prototipo dell’italiano, avendo mostrato un lato profondamente e
sinceramente cattolico, intriso di arte barocca, e un lato passionale, carnale,
quasi irrefrenabile. Si può essere, come è stato detto, cristiano e libertino?
Forse sì, anche se “libertino” non è il termine adatto per definire Spadolini, perché
parafrasando D’Annunzio – uno dei sostenitori di Spadò – ogni bel fiore è
destinato a sbocciare, anche in sgarbo a Dio. L’arte sacra rappresenta una
grossa fetta della storia dell’arte e anche se col tempo Spadolini ha cambiato
genere, non ha potuto sottrarsi dall’esprimere una tenera spiritualità,
riflessiva e autoriflessiva; non bisogna nemmeno dimenticare che il primo
maestro di pittura di Spadolini è stato Gianbattista Conti, pittore in forza al
Vaticano. Il caso più emblematico dove Spadolini sembra coniugare narcisismo
intimità e fervore religioso è il San Francesco,
una sorta di autoritratto alienato. Non a caso era il dipinto che più lo
rendeva orgoglioso. Ma la spiritualità del marchigiano va ben oltre, fino ad
abbracciare l’esoterismo, con il quale Spadolini dimostra di non voler fuggire
da niente, tantomeno dalla sua innegabile contraddittorietà.
CM - Ammetti, nelle prime pagine, di lavorare alla vita
del tuo personaggio come a una fiaba: edificando cioè, accanto alla congerie di
dati reali e testimonianze storiche, parti morbide di invenzione, animate da
«licenze poetiche», in cui «il sogno fa da collante agli eventi». Così, quando
mancano le testimonianze dell’epoca, immagini come avrebbero potuto parlare di
Spadolini i suoi contemporanei.
Come sei riuscito a conciliare la ricostruzione storica
con l’invenzione letteraria?
IG - Innanzi tutto devo dire
di essere rimasto folgorato dalla bellissima biografia che Pietro Citati ha
fatto di Katherine Mansfield, e poi anche di quella su Manouche scritta da
Roger Peyrefitte. Anche per Spadolini ho dovuto attuare una scelta non facile,
perché a differenza della Mansfield e di Manouche (altro personaggio conosciuto
di persona da Spadolini) il nostro vantava una vita non priva di enormi vuoti,
periodi con date ed eventi contrastanti, se non ambigui e confutabili; era in
definitiva una esistenza semileggendaria, tutta da ricucire. Così ho optato per
una ricostruzione frammentaria, dal tono magico, permeata di una leggerezza
complice. Certo, si poteva anche scegliere diversamente, ma in questo caso, non
essendo il personaggio di natura rigorosa o scientifica, una scelta di tono
favolistico mi è sembrata la più adatta. È stato un lavoro difficile,
soprattutto il coniugare il giornalistico con il poetico, il cronachistico con
il gossip da rivista.

CM - Più volte, leggendo il tuo libro, mi sono tornate in
mente le rivisitazioni biografiche oscillanti tra esaltazione e degradazione
alla Ken Russell. Russell avrebbe adorato un personaggio come Spadolini, «uomo
sorretto dai segreti» (secondo Bragaglia) teso tra «eleganza e mistero,
modestia e sfrenatezza, fede religiosa e lussuria» (secondo te), pronto insomma
per diventare un mito contemporaneo, o almeno un abbozzo di mito. Ma mi pare
che tu abbia scelto strade diverse, che tu ti sia tenuto lontano dagli eccessi
e dal rischio del kitsch. C’è un modello di biografia romanzesca a cui ti sei
ispirato per tracciare la vita del tuo protagonista?
IG - Spiegando meglio la
risposta precedente, devo ammettere che mi sono concesso delle “licenze
poetiche” ma solo in via deduttiva e verosimigliante. Prima ho citato le biografie
scritte da Peyrefitte e da Citati, le quali rispetto alla mia sono senz’altro
opere di carattere prosaico, quasi dei romanzi. La mia invece ha il carattere
frammentario, perché descrivendo la vita di Alberto Spadolini passo dopo passo,
ho utilizzato dei quadri sospesi, dove il protagonista entra ed esce di scena,
come i personaggi dei sogni, eterni e integri, senza contaminare nulla né prima
né avanti a sé; il passato e il futuro nelle favole non hanno rilevanza, solo
la forza, la magia del presente ne ha. L’evitare il kitsch, che pur avrebbe avuto
un grosso spazio nella vicenda spadoliniana, è stata una mia scelta precisa,
come il non calcare troppo sugli eventuali eccessi che un artista del genere si
concede. Come dire: il fatto che Cocteau fumasse oppio non sminuisce affatto la
sua opera letteraria, anzi, la integra e la spiega, così in altri termini avrei
potuto dire di Spadolini, ma non l’ho fatto perché non mi interessava. Riguardo
a Ken Russell, ricordo il capolavoro L’altra
faccia dell’amore e non nego di averci pensato più volte durante la stesura
di questo libro. La vita del grande compositore russo Čajkovskij presenta caratteri simili a
quella di Spadolini, con aspetti intimi contrastanti ed eccitanti. Ken Russell
ci è riuscito in pieno, spero di esserci riuscito anch’io.