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sabato 28 novembre 2015

Da Diacritica n. 5: Maurizio Cotrona

Nel romanzo Primo (Gallucci HD, 2015), Maurizio Cotrona illustra le reazioni di una famiglia composta dal padre Giacomo, dalla madre, dal primogenito Luca, all’arrivo del secondogenito, Primo appunto – e già la scelta del nome implica dinamiche insolite. Primo è fagocitante sin dalla nascita. Il parto riduce la madre all’ombra di se stessa, in una visione iperbolica della depressione post partum; agonizzante, la madre si oppone alla vitalità intrattenibile del figlioletto, se ne ritrae, rallenta fin quasi all’immobilità i gesti, si rifugia nell’ombra della camera. Invece Giacomo, che ha la tendenza a programmare ogni cosa per sé e per gli altri, investe tutto nel nuovo arrivato, in cui vuole realizzare il capolavoro pedagogico che non gli è riuscito con il primogenito; ma il dramma è che vuole farlo in un mondo che non ha futuro, in un’epoca di declino e imbarbarimento in cui tutto si frantuma contro l’assenza di prospettive.
A questo proposito, in certe pagine può scattare in certi lettori una sorta di “allarme-distopia”: l’autore dissemina, va detto con una certa parsimonia, i segnali di decadimento della civiltà occidentale, ambientando le vicende molto private della famigliola dei protagonisti in un futuro prossimo che è la versione esasperata e degradata del nostro presente. Sembra, a momenti, di seguire le vicende dei vicini di casa dei personaggi di XXI secolo di Paolo Zardi (Neo, 2014). Forse Primo non avrebbe bisogno di questa ambientazione pre-apocalittica, che rischia anzi di smorzare l’effetto perturbante delle vicende private.
All’inizio Primo è vitale, curioso, anche violento. Per fortuna Cotrona non fa di lui un “baby killer” (qualcuno ricorderà il film di Larry Cohen It’s Alive del 1973, meritevole essenzialmente per la colonna sonora di Bernard Herrmann); e nemmeno lo rende un troll devastante in una famiglia impotente a gestire le crisi come Embrun, la bambina maliziosa, oggettivamente inquietante e perfino carica di allusioni demonologiche raccontata da Stéphanie Hochet nel romanzo inedito in Italia L’Apocalypse selon Embrun (Stock, 2004). Cotrona piuttosto enfatizza i comportamenti naturali di un bambino: sono gli altri a leggerli ora come manifestazioni di una natura imperiosa e affascinante, ora come irresistibili tattiche di seduzione infantile, ora come pulsioni distruttive e fuori da ogni canone, tese a ottenere lo status di capobranco (nomen omen). Superometto animato dal solo principio del piacere, esuberante Pantagruel del ceto medio, Primo è padrone dei suoi mezzi (anche del pianto, di cui sfrutta la forza dirompente sugli altri) e acquisisce via via consapevolezza di questa sua forza.
Il fratello Luca, lungi dall’essere geloso (e questo è un dato originale, interessante), è affascinato dall’energia del fratellino, attratto dal rapporto di questi con le cose, dai suoi esercizi di dominio del mondo. Luca vede in Primo ciò che a lui non è concesso. Primo diventa l’eroe (il piccolo supereroe) dei suoi giochi solitari, alimenta le sue fantasie, popola i suoi sogni; delle gesta di Primo, Luca diventa l’aedo. La mancanza della madre, il vuoto d’amore lasciato dall’inerzia malata di Anna alle iniziative del marito, accentua e aggrava la crisi. Luca ne soffre particolarmente: e il legame straordinariamente stretto e solido con Primo, scevro di ogni gelosia infantile, nasce anche dal bisogno di trovare un altro sbocco al proprio bisogno di trasmettere e ricevere amore. E quando si adatta alla visione di Luca la scrittura di Cotrona è spesso lirica: e rievoca quella capacità naturalmente poetica che è riconosciuta al fanciullo di mescolare immagini, sensazioni, quello sguardo sensuale e colmo di stupore e quell’approccio sinestetico alle cose che non fa economie e si preoccupa poco degli intorbidamenti e dei rallentamenti.
Cotrona sa evitare le insidie della situazione, e proprio quando il suo romanzo sembra assestarsi sull’osservazione ossessiva dello sconvolgimento familiare per effetto del nuovo arrivato, ecco che prende direzioni diverse, spinge i personaggi all’esterno e li costringe a muoversi in quel mondo ostile e distopico che nella prima parte era apparso per cenni. Qui, a partire dalla fuga di Luca e Primo dalla casa rassicurante e soffocante, il modello sembra essere quello di The Night of the Hunter Davis Grubb, o del visionario film che ne ha tratto Charles Laughton nel 1955. Soli in un mondo ostile – ma forse non così ostile come si vorrebbe credere – i due bambini affrontano un viaggio iniziatico, a metà tra veglia e sogno.

Siamo penetrati insomma nelle sezioni successive del romanzo di Cotrona, che sviluppa in modo non scontato le premesse e depista salutarmente il lettore – non è Primo a sfaldare la famiglia in cui è nato. Sono i membri stessi della famiglia che si autodistruggono, a partire dal padre e dalla madre, prigionieri di convenzioni e del loro ruolo, a casa e al lavoro. Afflitti da una spaventosa fragilità, i genitori (soprattutto Giacomo, così apparentemente fiducioso che programmare e calcolare tenga a bada l’angoscia del caos) finiscono per andare in pezzi: la madre implode, paralizzandosi in una catatonia che la riduce a una larva; il padre esplode, drammaticamente, anche tragicomicamente, in scatti di violenza allucinatoria che provocheranno la fuga dei figli. Sono entrambi personaggi emblematici di fallimenti culturali: attraverso il loro tracollo ci vengono raccontati l’inadeguatezza dei ruoli tradizionali e lo sfaldarsi dell’istituzione familiare e, di riflesso, di un’intera società. E, a dire il vero, non importa molto che alla fine, ognuno per conto suo, padre e madre recuperino un po’ di consapevolezza e reagiscano – con paura, con amore, anche con un po’ di coraggio, finalmente – alla scomparsa dei figli e al ricovero di questi in ospedale. Sentiamo che comunque il legame vero, quello più solido, anche eroico, è quello che si è instaurato tra i due fratellini, che all’occorrenza sanno proteggersi da soli e sono in grado di stringere alleanze inaspettate per difendersi dagli agguati del mondo.

domenica 27 settembre 2015

Da Letteratitudine: "Nidi di note"

“Nidi di note – un cammino in dieci passi verso la musica”
Testo di Bruno Tognolini
Disegni di Alessandro Sanna
Musiche di Sonia Peana e Paolo Fresu
Gallucci, 2012

Come avvicinare i bambini alla musica? Be’, non dovrebbe essere difficile: i bambini sono naturalmente attratti dalla musica, hanno però bisogno che questo loro interesse perduri, si rafforzi, maturi, diventi consapevole. Nato dall’esperienza diretta e concreta di un laboratorio didattico a Bologna che poi si è sviluppato in una serie di incontri e concerti, “Nidi di note”, attraverso le movenze della fiaba, con accenti poetici e un franco umorismo lavora proprio su ciò che la musica è e su ciò che può dare, al di là del semplice e accattivante abbinamento di ritmo e melodia.
Due bambini, Cirino e Coretta, poveri ma belli e soprattutto intelligenti, partono alla ricerca del Sole Suonatore e della Luna Cantante dal regno di Quandomai, la cui popolazione è afflitta da un Re e una Regina che istupidiscono i loro sudditi cantando dalla sera alla mattina, come sirene ingorde, come televisori sempre accesi sui peggiori programmi. Nella loro peregrinazione, i due bambini attraversano paesi-città che mancano tutti di qualcosa: Iniziò è fatto di niente e non è mai iniziato, Forsecè è abitato da persone che, colte da dubbi e paure, non osano mai fare nulla, Machiè da poveretti che hanno tutti lo stesso nome (Peppino) e chiamano con quel medesimo nome ogni cosa, un po’ come i Puffi ma peggio; nel paese di Fanonfà il tempo non scorre e si rimane in un eterno presente; in quello di Fortepià ogni cosa è portata all’eccesso, tutti urlano e nessuno conosce le sfumature. E ancora: nel paese di Giù gli abitanti non conoscono l’alto, ma solo il basso, a Menopiù tutti evitano di avvicinare gli altri per paura di scoprire i loro odori, i difetti; a Maconché si mangiano e si usano solo cipolle, per ogni cosa; a Suonoquì sono banditi i rumori del corpo, compresa la voce e il canto, e si comunica attraverso un gran via vai di foglietti. In tutti questi paesi Cirino e Coretta, dopo un primo attimo di stupore, sono ben accolti, e provocano, con la spontaneità propria del fanciullo (almeno del fanciullo delle fiabe), un salutare scossone, risolvendo così le paure e i problemi degli abitanti e uscendone come eroi, carichi di doni.
Dove sta propriamente la musica in tutto questo? Sta nel CD che accompagna il libro e che contiene le tracce ispirate a un jazz lieve, cantabile, ma non rinunciatario (perché la fiducia nel buon gusto dei piccoli ascoltatori-lettori non deve venir meno), in cui domina, pacata e affabile, la tromba di Fresu, alternate alle filastrocche recitate da Bruno Tognolini con una voce per nulla pargoleggiante. La musica sta, soprattutto, nella chiave di lettura che danno i sottotitoli ai diversi capitoli: così l’episodio di Forsecè è presentato come “I suoni esistono”; quello di Machiè come “I suoni sono diversi”; Fanonfà come “I suoni si alternano al silenzio”; Fortepià ovviamente come “I suoni possono essere forti o deboli” e Suegiù come “I suoni possono essere acuti o gravi”. Si passa poi, da Menopiù in poi, alla scoperta dei timbri appartenenti ai diversi strumenti, all’armonia prodotta da combinazioni di più strumenti, alla voce e a tutto ciò che è suono del corpo. Negli interludi meditativi e boscherecci i due bambini ascoltano i mille suoni della natura e imparano a distinguere le foglie, il vento, i versi animali, l’acqua: la loro conoscenza si affina, si rafforza la loro capacità di cogliere la varietà del mondo e di trasmettere agli altri, meno fortunati o solo più distratti, le conoscenze che hanno acquisito.
Dietro alla scoperta del mondo dei suoni c’è – e non è una sorpresa – la scoperta della bellezza e della necessità delle relazioni umane, della tolleranza e del sorriso, della curiosità e anche dell’incontentabilità: tutte virtù che chi segue dei corsi di musica d’assieme impara a conoscere, attraverso la pratica paziente, il divertimento e la disciplina, la collaborazione, l’attenzione. Conoscendo gli altri – pian piano, per gioco, i giochi sempre molto seri a cui si dedicano i bambini – si finisce per conoscere più in profondità se stessi.

Forti dell’esperienza maturata nel loro viaggio, i due bambini torneranno al loro paese. Non aspettatevi conclusioni definitive alla “Vissero felici e contenti”, perché questa è una fiaba contemporanea, e i tiranni della città sono troppo forti e invadenti. Piuttosto, nel finale aperto, con un ribaltamento ironico alla Pifferaio magico, Cirino e Coretta, divenuti ispirati e abili musicanti, si porteranno dietro tutti i bambini della città, verso altre esperienze che il libro non racconta ma che ogni piccolo lettore può a questo punto immaginare in un’ideale continuazione di “Nidi di note”.

martedì 11 agosto 2015

Da Letteratitudine: Grazia Verasani, "Accordi minori"

“Strano, più muoio più mi applaudono.”
Grazia Verasani, nei brevi racconti-monologhi di “Accordi minori” (Gallucci, 2013), esplora con sensibilità partecipe quel particolare settore della musica (per lo più pop, con qualche scantonamento nel jazz) che in questi ultimi cinquant’anni ha fatto surf sull’onda lunga del maledettismo – lo diciamo senza preoccuparci di suonare irriverenti. È un mondo insieme colorato e umbratile, notturno anzi, in cui artisti di talento hanno vissuto la loro dedizione alla musica fino in fondo, fino agli esiti tragici. Incapaci di gestire il successo, la pressione, la fama, oppure logorati da ruoli che sono stati ritagliati loro addosso e in cui non si riconoscono, i musicisti coinvolti in questa dolente via crucis sono quasi tutti cantanti – fa eccezione Chet Baker, in rappresentanza di tutti gli infelici morti per autocombustione di cui è costellata la storia del jazz. Certo, alcuni di loro, oltre che interpreti, sono stati anche autori delle canzoni che li hanno portati al successo: ma nei racconti di Verasani compaiono come icone, come animali da palcoscenico oggetto di culto (di massa o di nicchia), e non li vediamo seduti a tavolino a scribacchiare versi, o intenti a comporre alla chitarra o al pianoforte, ma esposti a riflettori che ne rivelano le drammatiche debolezze, la stanchezza insostenibile, la profonda solitudine, gli abusi e l’alterazione. La musica, si direbbe, non ha rappresentato per loro una via di salvezza, ma piuttosto un’accelerazione verso la perdizione. Alla fine, «a vincere è solo la musica», come si legge nella conclusione di “Born to be kings” (Freddie Mercury): il che significa che la musica resta, anche dopo la morte dell’artista, ma anche, se vogliamo, che la musica vince su tutto, compresa la vita dell’artista.
Sin dal primo racconto, che raccoglie le esternazioni vaneggianti di Janis Joplin, i personaggi sono colti nella fase finale della loro parabola, nel momento in cui, crudelmente, il delirio ha la meglio sulla razionalità, ogni cosa è alterata da droghe alcol o follia e la deriva fatale dello spirito dionisiaco ha raggiunto un punto di non ritorno – alcuni di loro anzi ci parlano da un post mortem che non sembra migliore della vita precedente.
Le pagine più intense – quelle in cui la musica non entra come corredo di un atteggiamento da maudit, come arredo sonoro al bruciarsi di vite che si sarebbero bruciate comunque – ci rivelano anime inquiete, errori scontati in castigo per un’intera esistenza. Così in “La musica è finita”, la voce di Umberto Bindi narra senza troppo vittimismo la condanna al buio delle quinte che il mondo perbenista dello spettacolo ha decretato dopo il suo coming out, irreparabilmente in anticipo sui tempi.

Il loro confondere musica e vita (la musica è la vita, la vita è musica) a lungo andare ha isolato questi musicisti, li ha corrosi, li ha scollati. «Per me e per te» si legge in “Oh, ma belle”, dedicato a Giuni Russo, «l’arte è stata la vita intera, e anche nell’amore le abbiamo dato spazio. Abbiamo fatto musica e vita, insieme. Anche nelle malattie, nei fuori gioco». La musica permea quelle vite infelici al punto che nei monologhi si insinuano, con un certo virtuosismo, frammenti dei testi delle loro canzoni più celebri, e sembra quasi che i personaggi non sappiano distinguere più tra il mondo stilizzato concentrato in una canzone e la loro stessa vita – oppure significa, più probabilmente, che le canzoni, anche quelle più convenzionali, contengono in forma semplice e sintetica verità profonde, e che quello che accade nei tre minuti di una canzone è la trasfigurazione di quanto accade nella vita reale. Verasani incoraggia questa promiscuità tra vita e arte scrivendo pagine à la maniere de, in cui tono, registro, sostanza della scrittura sembrano di volta in volta imitare lo stile, le cadenze, perfino i manierismi dei dedicatari.
In questi racconti vi è comunque poca musica in senso tecnico: giusto qualche giro di accordi, all’inizio di “Grace”, dedicato a Jeff Buckley: «Ti ricordi come faceva Hallelujah, Keith? La quarta, la quinta, la caduta in minore, l’ascesa maggiore…» Per il resto, palchi, camerini, camere d’albergo. Un po’ spiace non sorprendere Tenco, Bindi, Buckley o Cobain nel momento della creazione artistica, al pianoforte o alla chitarra, intenti a trovare l’accordo giusto, la cadenza più adatta, a far combinare testo e melodia, e melodia e accordi. Ma questo lato diciamo artigianale non sembra interessare l’autrice, che invece preferisce estrapolare ciò che di noir emerge dal vissuto dei musicisti, fino a farne personaggi da noir a tutti gli effetti (di un noir immaginario in cui, temiamo, rivestirebbero tutti il ruolo di vittime).


Molti di quei nomi torneranno nel racconto finale, l’elegiaco “Cinque donne facili”, in cui l’io narrante, Angelo Catelli, pianista di pianobar che lavora al Cocorito e si dice privo di vero talento, ricorda le cinque donne della sua vita, tutte, in un modo o nell’altro, legate alla musica, e tutte – lo riconosce lo stesso Catelli – amanti della musica molto più di lui. Si respira un’aria piacevole di déjà-vu in queste pagine, anche per il fatto che lo stesso Catelli è figura grigia, modesta, priva di carattere e di gusti: di volta in volta si adatta al carattere e ai gusti delle donne con cui vive un’avventura, tra pop, jazz e cantautorato, esattamente come si adatta ai gusti e alle nostalgie dei clienti del Cocorito e suona standard che non gli dicono gran che. Ma insomma – qui sta un motivo particolare d’interesse – le donne, sia pure presenze fugaci e spesso fraintese nella sua vita, in qualcosa lo cambiano, qualcosa gli lasciano: anche solo canzoni da suonare svogliatamente per sconosciuti, attraverso cui essere rievocate ed evocare un’idea di amore infelice che sembra non possa fare a meno della musica (della forma-canzone) per esprimersi.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2015/07/28/accordi-minori/

mercoledì 4 marzo 2015

Da "Fuori Asse" n. 13: Maurizio Fiorino, "Amodio"

"Il Sud è davvero bello, pensai guardando fuori dal finestrino dell’autobus".

Quella raccontata nel veloce, vivace romanzo “Amodio” di Maurizio Fiorino (Gallucci, 2014) è la storia di un nostos molto contemporaneo e insieme molto antico: il giovane Armando, assente dalla nativa Crotone da quattro anni, vi torna quasi di nascosto come un esule, come un Odisseo rimasto troppo tempo lontano, per motivi che si sveleranno solo alla fine del libro, e che non credo anticiperemo qui. Ritrova la città nel caldo assolato di sempre, in quell’eterna estate che ha accompagnato la sua adolescenza e che sembra fermare gli ambienti in un’immagine fotografica sovraesposta. Ad attenderlo, o meglio a non rinunciare ad attenderlo nonostante tutto, pochi amici: l’esuberante barista Ana, Vincenzina, drag-queen che si esibisce la sera in modesti spettacoli in play-back in cui si spende totalmente – e che una volta era Vincenzo, vecchio amico del corso di danza e complice nel culto delle Spice Girls. Attendono Armando soprattutto i ricordi, ancora intensi e dolorosi, di persone scomparse: il nonno fotografo, da cui il giovane ha imparato l’arte e ereditato lo sguardo affilato sulle cose e le persone, e soprattutto l’amato Amodio, figlio di un capoclan della ‘ndrangheta locale che, a dispetto della famiglia e del padre latitante, rifiuta ogni coinvolgimento negli affari della cosca e vuole riscattarsi diventando pugile. Il romanzo racconta proprio questo: il riemergere della memoria, il rinsaldarsi degli ultimi affetti rimasti, un ritrovarsi attorno alle poche cose per cui vale la pena vivere (l’amicizia, l’attrazione e l’amore, il culto della bellezza, la speranza di una realizzazione attraverso la disciplina, il piacere della condivisione, cose così). Non c’è alcun conto in sospeso da regolare, nessuna conclusione in attesa: tutto è già accaduto, drammaticamente, qualche anno prima, in una Crotone torpida anche nei momenti di violenza; ora resta solo da ripercorrere, con il conforto degli ultimi amici rimasti, quei momenti precipitosi che hanno preceduto la partenza dalla città, provare a dare un senso al dolore della perdita della persona amata.
Maurizio Fiorino è fotografo, e si sente: non tanto nei riferimenti all’arte della fotografia o per la figura esemplare, raccontata con vero affetto e sincera ammirazione, di nonno Amato, prima fotografo di guerra poi instancabile organizzatore di corsi sull’uso della camera oscura avverso alle scorciatoie della fotografia digitale; lo si sente, soprattutto, nella capacità di mettere a fuoco gli ambienti e le persone, le ore del giorno e il passare degli anni lavorando su dettagli caricati di un sovrappiù di senso e su ben dosati rapporti di luci e di ombre. Si pensi a certi interni, come il minuscolo alloggio di Vincenzina soprannominato Smart, affollato di oggetti e icone che rimandano a quello che lei vuole fortissimamente essere; o allo squallore delle stanze dell’Albergo Sole, un non-luogo decadente ma dalla vista mozzafiato sul mare in cui tutti, prima o poi, si trovano a passare, nelle loro fughe. Si pensi allo stesso mare, che agli occhi dei personaggi più irrequieti assume tutto il significato di un mondo aperto, luminoso, carico di promesse. Questo talento per le luci toglie pesantezza anche alle scene più violente e cupe e permette di raccontare i drammi con una levità insolita, con tenerezza divertita, da commedia trasognata: consente, anche, di raccontare la scoperta delle proprie inclinazioni e il nascere del desiderio come un’esperienza insieme estetica e morale.
Che qualcosa dell’autore, Maurizio Fiorino, sia rimasto appiccicato al protagonista e io-narrante è ovvio, ed è giusto: sul suo sito (www.mauriziofiorino.com, dateci un’occhiata) l’autore si presenta così: “Sono nato a Crotone il 24 settembre. (…) Della mia città mi porto dietro i colori, gli odori, gli sguardi della gente. Chi non è nato nel Sud non potrà mai capire questa appartenenza, per questo ho cominciato il mio primo romanzo con le parole: "Il Sud è davvero bello". Anche se la Calabria è oltre il Sud, è un mondo a parte. Ad ogni modo, da Crotone me ne sono scappato appena ho compiuto diciotto anni. Pensavo fosse la fuga del secolo, invece è stata la prima delle tante.”
“Amodio” racconta il ritorno – non facile, forse nemmeno voluto davvero fino in fondo, ma in un certo senso necessario – da questa fuga, alla ricerca di una possibile ricomposizione, con la forza di una raggiunta consapevolezza.