Nel romanzo Primo (Gallucci HD, 2015),
Maurizio Cotrona illustra le reazioni di una famiglia composta dal padre
Giacomo, dalla madre, dal primogenito Luca, all’arrivo del secondogenito, Primo
appunto – e già la scelta del nome implica dinamiche insolite. Primo è
fagocitante sin dalla nascita. Il parto riduce la madre all’ombra di se stessa,
in una visione iperbolica della depressione post
partum; agonizzante, la madre si oppone alla vitalità intrattenibile del
figlioletto, se ne ritrae, rallenta fin quasi all’immobilità i gesti, si
rifugia nell’ombra della camera. Invece Giacomo, che ha la tendenza a
programmare ogni cosa per sé e per gli altri, investe tutto nel nuovo arrivato,
in cui vuole realizzare il capolavoro pedagogico che non gli è riuscito con il
primogenito; ma il dramma è che vuole farlo in un mondo che non ha futuro, in
un’epoca di declino e imbarbarimento in cui tutto si frantuma contro l’assenza
di prospettive.
A questo proposito, in certe pagine può scattare in certi
lettori una sorta di “allarme-distopia”: l’autore dissemina, va detto con una
certa parsimonia, i segnali di decadimento della civiltà occidentale,
ambientando le vicende molto private della famigliola dei protagonisti in un
futuro prossimo che è la versione esasperata e degradata del nostro presente.
Sembra, a momenti, di seguire le vicende dei vicini di casa dei personaggi di XXI secolo di Paolo Zardi (Neo, 2014). Forse
Primo non avrebbe bisogno di questa
ambientazione pre-apocalittica, che rischia anzi di smorzare l’effetto
perturbante delle vicende private.
All’inizio Primo è vitale, curioso, anche violento. Per
fortuna Cotrona non fa di lui un “baby killer” (qualcuno ricorderà il film di
Larry Cohen It’s Alive del 1973,
meritevole essenzialmente per la colonna sonora di Bernard Herrmann); e nemmeno
lo rende un troll devastante in una famiglia impotente a gestire le crisi come Embrun,
la bambina maliziosa, oggettivamente inquietante e perfino carica di allusioni
demonologiche raccontata da Stéphanie Hochet nel romanzo inedito in Italia L’Apocalypse selon Embrun (Stock, 2004).
Cotrona piuttosto enfatizza i comportamenti naturali di un bambino: sono gli
altri a leggerli ora come manifestazioni di una natura imperiosa e
affascinante, ora come irresistibili tattiche di seduzione infantile, ora come
pulsioni distruttive e fuori da ogni canone, tese a ottenere lo status di
capobranco (nomen omen). Superometto
animato dal solo principio del piacere, esuberante Pantagruel del ceto medio, Primo
è padrone dei suoi mezzi (anche del pianto, di cui sfrutta la forza dirompente
sugli altri) e acquisisce via via consapevolezza di questa sua forza.
Il fratello Luca, lungi dall’essere geloso (e questo è un
dato originale, interessante), è affascinato dall’energia del fratellino,
attratto dal rapporto di questi con le cose, dai suoi esercizi di dominio del
mondo. Luca vede in Primo ciò che a lui non è concesso. Primo diventa l’eroe
(il piccolo supereroe) dei suoi giochi solitari, alimenta le sue fantasie,
popola i suoi sogni; delle gesta di Primo, Luca diventa l’aedo. La mancanza
della madre, il vuoto d’amore lasciato dall’inerzia malata di Anna alle
iniziative del marito, accentua e aggrava la crisi. Luca ne soffre
particolarmente: e il legame straordinariamente stretto e solido con Primo,
scevro di ogni gelosia infantile, nasce anche dal bisogno di trovare un altro
sbocco al proprio bisogno di trasmettere e ricevere amore. E quando si adatta
alla visione di Luca la scrittura di Cotrona è spesso lirica: e rievoca quella
capacità naturalmente poetica che è riconosciuta al fanciullo di mescolare
immagini, sensazioni, quello sguardo sensuale e colmo di stupore e
quell’approccio sinestetico alle cose che non fa economie e si preoccupa poco
degli intorbidamenti e dei rallentamenti.
Cotrona sa evitare le insidie della situazione, e proprio
quando il suo romanzo sembra assestarsi sull’osservazione ossessiva dello
sconvolgimento familiare per effetto del nuovo arrivato, ecco che prende
direzioni diverse, spinge i personaggi all’esterno e li costringe a muoversi in
quel mondo ostile e distopico che nella prima parte era apparso per cenni. Qui,
a partire dalla fuga di Luca e Primo dalla casa rassicurante e soffocante, il
modello sembra essere quello di The Night
of the Hunter Davis Grubb, o del visionario film che ne ha tratto Charles
Laughton nel 1955. Soli in un mondo ostile – ma forse non così ostile come si
vorrebbe credere – i due bambini affrontano un viaggio iniziatico, a metà tra
veglia e sogno.
Siamo penetrati insomma nelle sezioni successive del romanzo
di Cotrona, che sviluppa in modo non scontato le premesse e depista salutarmente
il lettore – non è Primo a sfaldare la famiglia in cui è nato. Sono i membri
stessi della famiglia che si autodistruggono, a partire dal padre e dalla
madre, prigionieri di convenzioni e del loro ruolo, a casa e al lavoro.
Afflitti da una spaventosa fragilità, i genitori (soprattutto Giacomo, così
apparentemente fiducioso che programmare e calcolare tenga a bada l’angoscia
del caos) finiscono per andare in pezzi: la madre implode, paralizzandosi in
una catatonia che la riduce a una larva; il padre esplode, drammaticamente, anche
tragicomicamente, in scatti di violenza allucinatoria che provocheranno la fuga
dei figli. Sono entrambi personaggi emblematici di fallimenti culturali:
attraverso il loro tracollo ci vengono raccontati l’inadeguatezza dei ruoli
tradizionali e lo sfaldarsi dell’istituzione familiare e, di riflesso, di
un’intera società. E, a dire il vero, non importa molto che alla fine, ognuno
per conto suo, padre e madre recuperino un po’ di consapevolezza e reagiscano –
con paura, con amore, anche con un po’ di coraggio, finalmente – alla scomparsa
dei figli e al ricovero di questi in ospedale. Sentiamo che comunque il legame
vero, quello più solido, anche eroico, è quello che si è instaurato tra i due
fratellini, che all’occorrenza sanno proteggersi da soli e sono in grado di
stringere alleanze inaspettate per difendersi dagli agguati del mondo.



