domenica 30 ottobre 2016

Premio Procida: l'intervista

Sul sito del premio Procida – Isola di Arturo – Elsa Morante compare la trascrizione dell’intervista rilasciata a Pasquale Lubrano Lavadera in occasione della premiazione il 24 settembre.
Di seguito l'inizio.

La giuria popolare dei lettori ha decretato vincitore della XXIX edizione del Premio “Procida – Isola di Arturo – Elsa Morante” 2016, lo scrittore valdostano Claudio Morandini con il romanzo Neve, cane, piede (Exòrma 2015). Lo abbiamo incontrato nel suo passaggio per Procida presso il giardino dell’Albergo Savoia per conoscerlo più da vicino, discorrere sul suo romanzo e non solo. La prima domanda è stata sull’isola di Procida e sull’impatto che ha avuto su di lui questo suo primo incontro:
Per la verità sull’isola c’ero già stato anni fa, grazie alla lettura del romanzo della Morante L’isola di Arturo, ed ero stato colpito dalla fastosa luminosità di tante pagine. Lo sto rileggendo in questa settimana qui sull’isola e devo dire che ho riconosciuto l’incanto degli stessi colori, la stessa atmosfera già assaporata nel libro. Abituato a orizzonti resi angusti dal profilo delle montagne, sono profondamente attratto da paesaggi che mi offrono aperture più vaste: adoro i paesaggi collinari, la pianura, e sono affascinato dal paesaggio di quest’isola, che per me contiene un invito ad allungare lo sguardo ancora più in là fino a perdercisi, leopardianamente.
Cosa rappresenta per lei questo riconoscimento ricevuto nel nome di Elsa Morante?
Una gioia difficile da descrivere, non solo per l’innegabile prestigio del Premio, o per l’amabilità con cui siamo stati accolti e l’interesse palpabile per la letteratura che qui a Procida si avverte un po’ ovunque; ma anche per le motivazioni con cui la giuria tecnica e quella dei lettori hanno voluto segnalare l’importanza di un’idea di letteratura che non vuole rinunciare alla ricerca, osa percorrere strade poco battute e anche rischiose, si muove in territori lontani dalle consuetudini editoriali più in voga. La scrittura di Elsa Morante, per me, continua a rappresentare in questo senso un sontuoso modello di libertà espressiva.
Parliamo un po’ di questo libro ambientato su una montagna e che parla di un uomo solitario che rompe con il contesto sociale: un mondo che va scomparendo ma che il vecchio Adelmo abita e riporta in vita.
In un certo senso è così; però Adelmo non vuole ritornare a un passato che non riesce più a capire. Nelle prime pagine la descrizione puntigliosa di tutti gli attrezzi che sono ancora contenuti nella stalla rimanda alla sapienza contadina di un tempo, sono le tracce di generazioni passate capaci di abitare territori difficili e di sfruttarli fino in fondo: le pietre spostate sui prati degli alpeggi, gli attrezzi nella stalla… Ma temo che Adelmo non voglia tornare a quel mondo che gli sta sfuggendo a causa della sua demenza senile. La sua è sì una fuga all’indietro, ma non verso la condizione tradizionale della società contadina di uno o due secoli fa: inconsapevolmente sta tornando ancora più indietro, a una sorta di condizione preistorica dell’uomo, a un mondo fondato sul conflitto perenne con la natura con la quale si è costretti a combattere ogni giorno per sopravvivere.

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