Riprendo, dal n. 12 della rivista "FuoriAsse", un mio pezzo sul più recente romanzo di Amélie Nothomb, tra i protagonisti, come di consueto, della rentrée littéraire in Francia. L'intera rivista si può sfogliare sul sito di Cooperativa letteraria, da cui si può anche scaricare: http://cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/105-fuoriasee-12/444-fuoriasse-12-ottobre-2014.html.
“Pétronille”,
il nuovo romanzo di Amélie Nothomb (Albin Michel, 2014), è il racconto di un’amicizia, comico e
affettuoso e pieno di ammirazione. Come sempre, in nome della pratica dell’autofiction, vi si mescolano elementi
presi dalla realtà e pura invenzione letteraria; vi prevale soprattutto quella
sottile trasformazione del dato reale in qualcosa di lievemente simile, ma più
vivido, più colorato, più carico e talvolta, in un certo modo, caricaturale.
“Pétronille”
è tante cose: prima di tutto è, dicevo, la “storia di un’amicizia” (le mie
virgolette vorrebbero rimandare a un’improbabile ascendenza palazzeschiana).
L’amicizia, appunto, tra Amélie e la giovane Pétronille, due figure che come
nel romanzo senile di Palazzeschi, o come vuole la formula di tanti fumetti e
tante commedie brillanti e comiche, appaiono tanto diverse da sembrare
incompatibili, ma aggirano questa incompatibilità grazie ad alcuni forti punti
in comune: nel romanzo gli incontri tra le due sono celebrati attraverso il
comune amore per lo champagne, ma vi sono anche, a unire i due personaggi, la
solidarietà tra due anticonformismi sinceri e naturali contro le cattive
abitudini e le convenzioni della bella società, e soprattutto il reciproco e
profondo rispetto in nome della letteratura. Entrambe sono scrittrici – la
Nothomb già affermata, Pétronille Fanto autrice emergente, di singolare
talento, per certi versi scomoda e, almeno all’inizio, riconosciuta più dagli
amici scrittori che dal grande pubblico. Mentre la Nothomb sembra abbandonarsi
con sorridente condiscendenza al successo, e accompagna l’uscita di ogni suo
libro come a una festa, la Fanto sembra concepire il rapporto con l’editoria e
i lettori come un match che non esclude la violenza, almeno verbale. Insomma,
come Lemmon e Matthau, come Jerry Lewis e Dean Martin, Spirou et Fantasio, le due sono complementari, e si
cercano e si attraggono proprio perché così diverse.
Si
capisce adesso che una delle caratteristiche più forti e un altro punto in
comune tra i due personaggi sta nel sense
of humour, nella capacità di incrinare con un mot d’esprit ciò che sembra frapporsi tra loro e la loro personale
ricerca della felicità. Più spiazzante e tranchante
e icastica Pétronille, più insinuante Amélie, entrambe praticano l’umorismo
come difesa e come attacco, in dialoghi di schietta comicità che ricordano
certi fumetti belgi o le sit-com migliori.
Pétronille
è anche, in un certo senso, un concentrato di francesità: lo è agli occhi della Nothomb, che poco dopo essere sbarcata
a Parigi incontra questo personaggio irriverente e irrequieto (in un’intervista
lo paragona a “Zazie dans le métro”), e ne fa una sorta di Virgilio nella
Parigi esoticamente estranea in cui
lei, belga cosmopolita, si muove dapprima un po’ incerta.
Ma
chi è in realtà Pétronille Fanto? La domanda, che in Francia circola da prima
dell’uscita del romanzo, è in realtà mal posta, perché Pétronille Fanto è
Petronille Fanto, il personaggio di una giovane scrittrice di grande talento
che resta prodigiosamente giovanissima, che gira in jeans e giubbotto di cuoio
e all’inizio potrebbe essere scambiata per un ragazzo tra i quindici e i
diciassette anni. Sicura di sé e dei propri mezzi, sincera fino alla brutalità,
appassionata di letteratura elisabettiana (la Nothomb la paragona più di una
volta a quegli autori dell’età di Shakespeare morti, come Christopher Marlowe,
giovanissimi, in risse da taverna), divoratrice solitaria di tutta la letteratura, amante di musei e
rovine antiche, proviene da un ambiente popolare e da una famiglia di salda
fede comunista con cui ha rapporti contrastati: e in quell’ambiente, sola
contro tutti verrebbe da dire, ha saputo coltivare i suoi interessi culturali e
difendere la sua vocazione
letteraria. Forte, spavalda, aggressiva se occorre, misteriosa (per ciò che non
rivela di sé, per un’interiorità che si sente ricchissima ma che resta ben
nascosta, per le antipatie, le scelte improvvise, per le improvvise sparizioni,
per i segreti che anche la Nothomb rispetta), è pure capace di sintonie
fortissime e impreviste, di indagini psicologiche acutissime: e rivela
fragilità e fobie che la Nothomb racconta con divertimento (e affetto, sempre)
in pagine irresistibili. Nel romanzo, la stessa Nothomb ne chiarisce il ruolo non
solo di disturbatrice delle quiete convenzioni sociali e letterarie e di
scardinatrice del senso comune, ma anche di suggeritrice di un nuovo gusto, di
un nuovo modo di affrontare la realtà, e lo fa risalendo all’origine del nome,
al corrispettivo maschile Petronio, e quindi al Petronio per antonomasia
“arbiter elegantiarum” dei tempi di Nerone.
Questa,
insomma, è Pétronille, la Pétronille del romanzo. Altro è chiedersi chi c’è
dietro a Pétronille, ovvero quale persona reale ha ispirato questo personaggio
che si muove nel bel mondo delle lettere francesi sconvolgendo le abitudini di
chi ha a che fare con lei. Dietro, semplicemente, c’è Stéphanie Hochet, la
scrittrice parigina legata a Amélie da una lunga amicizia, che in Francia è
assai conosciuta e che in Italia si sta facendo conoscere da un paio di anni
(“Le effemeridi”, La Linea, 2012, a cura di Monica Capuani, l’abituale
traduttrice della Nothomb, è la prima edizione in italiano di un suo romanzo).
L’identificazione è tutt’altro che complessa: i titoli dei romanzi di Pétronille
ricalcano troppo da vicino quelli di Stéphanie per costituire un enigma:
“Vinaigre de miel” è il correlativo di “Moutarde douce”, “Le Néon” ammicca a
“Le néant de Léon”, “L’Apocalypse selon Ecuador” a “L’apocalypse selon Embrun”,
con allusione supplementare a uno dei personaggi de “Les éphémérides”, la
cantante di fado Ecuador appunto. Altri titoli (“Sang d’encre”, per esempio)
appaiono mascherati qua e là, nel corso del racconto. E via così. Anche i
ragguagli sulle trame sono letteralmente presi dai veri romanzi della Hochet,
così come i riferimenti alle case editrici e agli altri scrittori legatisi a
Pétronille-Stéphanie (compare anche la parafrasi di una lettera inviata alla
Hochet da Jacques Chessex, il grande scrittore svizzero scomparso qualche anno
fa, lettera nella quale Pétronille è definita “un enfant” e “un ogre”). Per chi
conosce personalmente Stéphanie Hochet, infine, sono numerosi i dettagli
riconoscibili. Ma appunto, sono ammiccamenti in un certo senso troppo facili,
troppo facilmente decifrabili: il che fa supporre che l’intenzione della
Nothomb sia non di raccontare davvero
Stéphanie Hochet in un gioco di enigmi per gli addetti ai lavori o i fan (pensarlo sarebbe ingenuo e anche ingeneroso),
ma, semplicemente, le vicende di qualcuno che la Hochet ha ispirato – qualcuno
che possiede una sua forza, una sua autonomia, e che saprebbe rivendicare la
propria personalità mettendo a posto gli avversari con un paio di battute
taglienti.
“Pétronille”
è il romanzo di un’amicizia, è anche un meta-romanzo, se vogliamo, cioè un
romanzo sullo scrivere romanzi e un romanzo sulla vita che si fa romanzo e sul
romanzo che si travasa nella vita, ma forse è soprattutto un romanzo
d’avventura: non tanto nel senso che le due protagoniste si trovano coinvolte in
alcune movimentate peripezie, alcune buffe (come il week end dedicato allo sci
nella località chiamata Acariaz) altre misteriose (si veda l’improvviso viaggio
di Pétronille in Africa, la sua traversata nel deserto del Sahara, o le ultime
pagine che si sciolgono dalla riscrittura iperbolica della realtà e
attraversano i territori del puramente letterario); ma proprio nel senso che
l’avventura, e i rischi a essa connessi, sono parte costitutiva della
scrittura, che è continua sfida alla finitezza dell’uomo, e flirta con la
morte, come – ma non voglio dire di più, per non guastare il piacere della
sorpresa finale – in una roulette russa. L’ultima frase del romanzo, “J’ai beau
savoir qu’écrire est dangereux et qu’on y risque sa vie, je m’y laisse toujours
prendre” (più o meno, “Per quanto sappia che scrivere è pericoloso e che ci si
rischia la propria vita, ci casco sempre”) non è solo un brillante e
paradossale mot d’esprit, è anche
l’unica conclusione possibile di un libro che celebra la sfida a se stessi e al
mondo parlando argutamente d’altro.
