Riporto l'intervento con cui Luca Bortolazzi, l'11 aprile 2014, ha aperto la conversazione attorno a "A gran giornate" nel primo incontro della rassegna “DiversaMENTE SENTIRE, tre libri, tre sguardi su sensibilità
contemporanee” della Biblioteca regionale di Aosta, a cura di Enrica
Iovene.
“A gran giornate” è un romanzo
complesso, di non agevolissima comprensione, anche se la facilità della
scrittura potrebbe farlo sembrare tale. La curiosità e/o la complicità che si stabilisce
con il lettore potrebbe spingere a bruciare le tappe, a travisare passaggi
importanti, in una parola a divorare il libro. Se così fosse, forse sarebbe
bene rileggerlo per gustarne la prosa e per comprenderne meglio i personaggi, le
impennate che nascono dalla contrapposizione degli stili. Me ne sono accorto rileggendolo
per questa presentazione: ho capito molte cose che non avevo nemmeno intuito
dopo la prima lettura.
In primo luogo che questi strani tipi di cui scrive l’autore,
questi personaggi stralunati, goffi, cinici, involontariamente comici (loro,
non l’autore che è sì volontariamente comico), definiti degli “sfigati”, non
sono solo degli “sgraziati picareschi antieroi
tragicomici contemporanei”, ma raccontano di noi stessi, di ognuno di noi. I
loro crucci, i loro dilemmi, i loro scatti, le loro difese, le loro
idiosincrasie somigliano alle nostre, sono soltanto più vistose perché poste
sotto una lente d’ingrandimento virtuale che ne esalta le caratteristiche.
Casamagna che si accompagna con una bambola gonfiabile, Semenzani
che seduce le vecchiette e poi le scippa, Nathan che scopre a sue spese le
virtù del naturismo, Spaventa che per campare è costretto a trafiggere il suo
corpo, l’Uomo malato che si chiude nella sua orrenda montagna incantata e altri
ancora, parlano di noi. La
dimostrazione che “loro sono noi” è che anche l’autore, meglio il suo alter
ego, è uno dei personaggi. Meno squinternato di loro, ma presente. Se lui
stesso si colloca in questa cerchia come potremmo tirarci fuori noi? La
contraddizione tra il loro eloquio forbito, educato, mai volgare, e le bassezze
morali e materiali a cui si sottopongono non appare subito evidente (anche per
questo il libro merita di essere riletto) ma suona come una nota stonata, o
meglio, come un accordo dissonante per tutta la durata del romanzo, vista la
dimensione corale. Questo tirar di fioretto, questo battibeccare su argomenti
futili o inconsistenti non può che sortire un effetto di straniamento che molti
definiscono grottesco. E ci può stare.
Per quanto riguarda la trama, anche se io ve la raccontassi, farei
uno sforzo inutile. E sarebbe davvero uno sforzo, ma voi, o almeno chi non ha
letto il libro, non ne trarreste alcun giovamento. La trama soccombe al peso
dei personaggi. Il Nostro nella nota introduttiva parla di tempi morti,
rallentamenti, ellissi, balzi in avanti, sgambetti all’indietro… Si tratta
insomma di un raccontare sfilacciato e rabberciato di proposito, dove al centro
dell’interesse ci sono sempre i personaggi e i loro movimenti per così dire
“spontanei” che creano un racconto che non è pianificato in anticipo.
Un’ultima osservazione. Tutte le riflessioni, le esitazioni, i
dilemmi nel romanzo classico del Novecento venivano filtrati attraverso la voce
narrante, i pensieri del protagonista; in questo romanzo mi pare che tutto ciò
passi attraverso una differente modalità espressiva, proprio attraverso gli
scatti della narrazione.



-con-i-logo.jpg)
