martedì 15 aprile 2014

"A gran giornate" a DiversaMENTE Sentire

Riporto l'intervento con cui Luca Bortolazzi, l'11 aprile 2014, ha aperto la conversazione attorno a "A gran giornate" nel primo incontro della rassegna “DiversaMENTE SENTIRE, tre libri, tre sguardi su sensibilità contemporanee” della Biblioteca regionale di Aosta, a cura di Enrica Iovene.

 “A gran giornate” è un romanzo complesso, di non agevolissima comprensione, anche se la facilità della scrittura potrebbe farlo sembrare tale. La curiosità e/o la complicità che si stabilisce con il lettore potrebbe spingere a bruciare le tappe, a travisare passaggi importanti, in una parola a divorare il libro. Se così fosse, forse sarebbe bene rileggerlo per gustarne la prosa e per comprenderne meglio i personaggi, le impennate che nascono dalla contrapposizione degli stili. Me ne sono accorto rileggendolo per questa presentazione: ho capito molte cose che non avevo nemmeno intuito dopo la prima lettura.
In primo luogo che questi strani tipi di cui scrive l’autore, questi personaggi stralunati, goffi, cinici, involontariamente comici (loro, non l’autore che è sì volontariamente comico), definiti degli “sfigati”, non sono solo degli “sgraziati picareschi antieroi tragicomici contemporanei”, ma raccontano di noi stessi, di ognuno di noi. I loro crucci, i loro dilemmi, i loro scatti, le loro difese, le loro idiosincrasie somigliano alle nostre, sono soltanto più vistose perché poste sotto una lente d’ingrandimento virtuale che ne esalta le caratteristiche.
Casamagna che si accompagna con una bambola gonfiabile, Semenzani che seduce le vecchiette e poi le scippa, Nathan che scopre a sue spese le virtù del naturismo, Spaventa che per campare è costretto a trafiggere il suo corpo, l’Uomo malato che si chiude nella sua orrenda montagna incantata e altri ancora, parlano di noi. La dimostrazione che “loro sono noi” è che anche l’autore, meglio il suo alter ego, è uno dei personaggi. Meno squinternato di loro, ma presente. Se lui stesso si colloca in questa cerchia come potremmo tirarci fuori noi? La contraddizione tra il loro eloquio forbito, educato, mai volgare, e le bassezze morali e materiali a cui si sottopongono non appare subito evidente (anche per questo il libro merita di essere riletto) ma suona come una nota stonata, o meglio, come un accordo dissonante per tutta la durata del romanzo, vista la dimensione corale. Questo tirar di fioretto, questo battibeccare su argomenti futili o inconsistenti non può che sortire un effetto di straniamento che molti definiscono grottesco. E ci può stare.
Per quanto riguarda la trama, anche se io ve la raccontassi, farei uno sforzo inutile. E sarebbe davvero uno sforzo, ma voi, o almeno chi non ha letto il libro, non ne trarreste alcun giovamento. La trama soccombe al peso dei personaggi. Il Nostro nella nota introduttiva parla di tempi morti, rallentamenti, ellissi, balzi in avanti, sgambetti all’indietro… Si tratta insomma di un raccontare sfilacciato e rabberciato di proposito, dove al centro dell’interesse ci sono sempre i personaggi e i loro movimenti per così dire “spontanei” che creano un racconto che non è pianificato in anticipo.

Un’ultima osservazione. Tutte le riflessioni, le esitazioni, i dilemmi nel romanzo classico del Novecento venivano filtrati attraverso la voce narrante, i pensieri del protagonista; in questo romanzo mi pare che tutto ciò passi attraverso una differente modalità espressiva, proprio attraverso gli scatti della narrazione.

Luca Bortolazzi

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