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sabato 31 dicembre 2016

Joca Reiners Terron su Diacritica

Sul fascicolo n. 12 dell'ottima rivista culturale Diacritica compare questa mia recensione a La straordinaria tristezza del leopardo delle nevi di Joca Reiners Terron (Caravan, 2016).
Che inquietante, poetico romanzo La straordinaria tristezza del leopardo delle nevi  del brasiliano Joca Reiners Terron, che Caravan ha pubblicato nel 2015 nella traduzione di Vincenzo Barca e Serena Magi, proseguendo nella lodevole perlustrazione dei territori della giovane narrativa sudamericana.
Vi incontriamo un’umanità dolente e ingabbiata, contaminata con animali dolorosamente reali e con altri trasfigurati dalla fantasia come quello del titolo, e creature che sembrano partecipare di entrambe le nature, almeno finché non scopriamo di quale malattia soffrono. Per l’appunto una delle protagoniste, di età indefinibile, bambina o vecchia (in realtà vecchia, ma non importa), apparente ibrido mostruoso e patetico di uomo e animale, in realtà erosa da una devastante forma di porfiria, costretta a vita notturna, lentissima nei movimenti e muta, si aggira circospetta nel mondo notturno che l’autore le ha imbandito attorno, lasciando dietro di sé una scia di sangue e croste, con il solo conforto di una tata-infermiera, la pia sig.ra X: intabarrata in una mantella rossa che la protegge dalla luce che le aprirebbe orribili piaghe sulla pelle, e dagli sguardi ancora più brucianti dei curiosi, è un vero e proprio Cappuccetto Rosso in balia di troppi lupi.
La aiutano, nel riempire di senso una vita tanto inspiegabilmente insensata, colma di tanto ingiustificato dolore, le fiabe, l’immaginazione, i documentari televisivi. Attraverserà anche un bosco, come è di prammatica in una fiaba, aggregandosi a una compagnia di visitatori notturni di un settore del giardino zoologico – e qui, tra i rottweiler di un tassista matto lasciati liberi di azzannare e uccidere e la malsana curiosità degli altri convenuti, sembra di trovarsi in mezzo a una specie di parodia di Jurassic Park, il film intendo (ci autorizza in questo un accenno dello stesso autore).
Il mondo minaccioso e pronto a esplodere in sussulti violenti della San Paolo di Joca Reiners Terron lascia poche speranze agli innocenti: tensioni razziali tracciate con pennellate ossessive in quartieri in cui i gruppi etnici non convivono mai davvero e si guardano in cagnesco pronti a deridersi o ad attaccarsi; uomini che aizzano bestie per ammirarne la presunta eleganza proprio negli atti più feroci, e che come esteti da quattro soldi trovano nella musica classica più ovvia la colonna sonora ideale di queste messe in scena; curiosità e attrazioni che diventano intimidazioni, aggressioni; un senso dilagante di declino, malattia, morte, che coinvolge anche l’altro protagonista, l’investigatore narrante, meticcio che sulla propria pelle (rossiccia) prova il conflitto tra mondi incompatibili (il padre ebreo, la madre nera), e assiste proprio il padre morente, in pagine che mi hanno ricordato più di una volta il più delicato e stilizzato Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (compare, a un certo punto, anche un grosso bisonte impagliato, per dire).
L’autore riesce – ed è un prodigio – a mantenere un bell’equilibrio tra materiale tanto disparato, che invece di esploderci davanti agli occhi è messo in ordine, implacabile, verso il finale. Il fiabesco rende sopportabili gli sbandamenti splatter, l’amara visionarietà tempera l’accettazione di certe convenzioni noir. La solitudine delle vite coinvolte nel racconto è compensata dalla ricerca (o dal sogno) di un contatto, di una ricomposizione: per il leopardo delle nevi, nel quale la sventurata protagonista si rispecchia, è l’attrazione per l’umano, per ciò che di nobile e libero l’essere umano può creare (il canto, dal potere consolatorio). Il disagio che proviamo nasce dalla sensazione che stia per accadere qualcosa di terribile (lo sappiamo perché assai spesso sin dalle prime pagine si fa riferimento a deposizioni, a verbali di polizia, il che non lascia presagire nulla di buono, anche se lascia incerti sulla reale natura di quello che avverrà).

http://diacritica.it/recensioni/recensione-a-joca-reiners-terron-la-straordinaria-tristezza-del-leopardo-delle-nevi.html

lunedì 31 ottobre 2016

Da Diacritica n. 10: Daniel Krupa, Mariana Enriquez


Mariana Enriquez, nella trilogia di racconti Quando parlavamo con i morti, che Caravan ha pubblicato nel 2014 nella precisa traduzione di Simona Cossentino e Serena Magi, conosce bene il senso della misura: ha cioè quella capacità di suscitare inquietudine e disagio attraverso il non detto, l’allusione, il depistaggio. Evoca con ammirevole asciuttezza situazioni che, nelle premesse, farebbero pensare a sviluppi truculenti, a chiusure splatter, ma sa che il vero orrore sta proprio in quelle premesse e nella sollecitazione del senso dell’attesa, e che ogni esplicitazione dell’orrore rischia di suonare inadeguata, forzata, retorica. Sa anche che dinanzi all’orrore della storia – e qui non possiamo non collegarci alla provenienza dell’autrice, all’Argentina la cui storia recente ha fornito esempi devastanti –, di fronte al sanguinamento delle ferite ancora recenti, alla tensione di conflitti sociali e politici irrisolti e potenzialmente esplosivi, dinanzi alla perversa inventiva del male al servizio della dittatura, la letteratura, se vuole rimanere tale e non farsi semplice servizio di denuncia, può solo inchinarsi, al massimo lavorare di allegoria, abbassare la voce più che urlare – ne uscirà in ogni caso una voce potente, frastornante, che parlerà per immagini comunque chiare.
I morti evocati dalle ragazzine nel primo racconto, che dà titolo alla raccolta, e i bambini revenantche popolano l’ultimo e più ampio, Bambini che ritornano, sono lì, testimoni laconici di una violenza passata che tutti hanno preferito rimuovere, sono le vittime, oltre che delle epurazioni e delle uccisioni di massa, di una gigantesca damnatio memoriae; non c’è bisogno che agiscano, basta la loro presenza a scatenare reazioni, a suscitare un profondo disagio che non diventa catartico – verrà in mente a qualcuno Les Revenants, il serial francese di Fabrice Gobert, che però al confronto sembra una brillante ma un po’ accademica esercitazione. Il racconto di mezzo, Le cose che abbiamo perso nel fuoco, incentrato sul tema della violenza maschile contro le donne, inventa l’atroce atto di ribellione dell’autocombustione, esibita come scelta estrema e provocatoria da una comunità femminile. Allegoria non peregrina, come le altre, anche trasparente, ma non per questo ovvia.

Più lieve, almeno nello stile sbarazzino, il breve romanzo Serpenti, di Daniel Krupa, sempre edito da Caravan nel 2014 (nella traduzione di Vincenzo Barca). Tre ragazzi, Fanta, Polonio e Seco, indecisi se continuare a sentirsi adolescenti o tentare il balzo verso un’età più adulta, si misurano con una sorta di rito di iniziazione passando qualche giorno di vacanza in una estancia perduta nella foresta tra Argentina, Paraguay e Brasile. Dei tre, Fanta è quello più complesso: alle sue fisime unisce un certo interesse per la letteratura e una capacità di osservazione che agli altri due manca. Naturalmente tutto andrà storto (il che garantisce la tenuta anche umoristica del romanzo): l’ofidiofobia di Fanta, unita a una certa ipocondria, condizionerà i tre, la zuppa di funghi allucinogeni li porterà a confondere realtà e delirio per un bel pezzo, ripicche, litigi, incontri inaspettati, incidenti, malori faranno il resto. L’iniziazione alla vita si fa anche sessuale, in una scena a tre che rischia sempre di precipitare nella farsa atroce e invece rimane tra l’imbarazzante e il misterioso.
L’approccio di Krupa a questa materia oscilla appunto tra il puro intrattenimento con sbandateslapstick e il desiderio di insistere sull’inquietudine e il mistero (e un senso di minaccia e di scivolamento verso il peggio che condiziona gli ultimi capitoli, in cui i segnali misteriosi e inquietanti si accumulano senza consentire una totale decifrazione).

http://diacritica.it/recensioni/recensioni-a-mariana-enriquez-quando-parlavamo-con-i-morti-e-a-daniel-krupa-serpenti.html