In “Guarire il disordine del mondo – Prosatori italiani tra
Otto e Novecento” (Mucchi, 2013), Maria Panetta ha raccolto saggi di diversa
ampiezza, molti dei quali già apparsi su riviste o miscellanee. A dare unità e
compattezza alla raccolta, oltre ai limiti temporali e di genere precisati nel
sottotitolo, c’è un’idea umanistica di letteratura, che risuona forte e
costante presso autori anche molto diversi ma accomunati da un’ansia di ricerca
e insieme dalla rivendicazione di una libertà intellettuale – una libertà che
può diventare impegno personale ma anche isolarsi in una sorta di atemporalità
che non è mai indifferenza. Sta in questa tensione di chiara impronta etica, in
questo procedere per tentativi
attorno alle domande più pressanti dell’uomo (e “tentativo”, assieme a
“ricerca”, è parola che ricorre spesso nelle pagine di Panetta, sin dalla
Premessa, e che va letta in chiave positiva), il senso della letteratura per
gli autori scelti da Panetta. Tutti loro “tentano” di tracciare la profondità
di un paesaggio sociale, interiore, personale o ambientale – e lo fanno
attraverso una scrittura in prosa che è phàrmakon,
ovvero, come ricorda la stessa Panetta nella Premessa, veleno (dell’inganno,
del depistaggio) e medicina (della Verità, almeno di una possibile verità).
Nel metodo di Maria Panetta, nell’instancabile interrogare
autori che a loro volta si sono a lungo interrogati, nel fornire risposte
impreviste, si sente risuonare una concezione della critica come dialogo a
distanza con gli autori, anche e soprattutto con quelli apparentemente
inattuali, sempre con maestri di
libertà intellettuale. Certo, accanto a questo c’è sempre lo scavo erudito nei
testi, l’esplorazione filologica, l’indagine metacritica: ma a contare è
soprattutto, nello sguardo critico come nell’oggetto di tale sguardo, che siano
narratori o critici a loro volta, il senso della ricerca.
Vediamo più da vicino come Maria Panetta interroga i suoi
autori e le loro opere.
Di Alvaro, ad esempio, Panetta insegue il rapporto complesso,
intenso, con i luoghi natali, rivissuti da lontano tramite il filtro della
memoria, decantati attraverso i sensi: ed è una memoria sfuggente proprio
mentre si fa più precisa, più legata ai dettagli minuti delle cose, delle quali
Alvaro sembra ricercare un senso segreto, in un continuo gioco analogico tra
animato, umano e inanimato.
Non di rado poi, nelle pagine degli autori esaminati, appaiono
prigioni e isole penitenziarie e sanatori e fortezze e Castelli, luoghi
caricati sempre del peso di reminiscenze letterarie, di un portato allegorico,
o almeno ossequienti a certi cliché. Così in Pellico, che pure ha conosciuto
davvero le pene della reclusione, in Settembrini; così soprattutto in Bufalino
e nell’ultimo Sciascia.
Le pagine nelle quali Panetta fa il punto sulla letteratura
di ispirazione carceraria sono particolarmente avvincenti. In Pellico, la dura
reclusione diventa autodisciplina, condizione di crescita e di formazione: finisce
per consentire e anzi favorire la preghiera, l’esercizio della memoria,
l’amicizia, la lettura, l’approdo alla letteratura. La stessa cella del carcere
viene equiparata a una cella monastica, a un eremo. Anche in Carlo Bini la
prigione finisce per affinare lo spirito, costringe a cogliere in modo nuovo la
dimensione del tempo della vita.
Nel saggio più ampio e articolato, quello dedicato a “Il
deserto dei Tartari”, Maria Panetta esplora con finezza tutte le strategie
della narrazione fantastica, chissà quanto consapevolmente messe in atto
dall’autore: attesa, frustrazione, esitazione, elementi allucinatori, false
risoluzioni, visioni oniriche, un costante senso di “amaro stupore” dinanzi al
mistero rimasto chiuso. E lo fa vagliando prima le numerose e anche discordanti
valutazioni critiche sulla struttura e il senso (quel senso di attesa, di
sospensione e di ricerca frustrata che coglie noi lettori assieme a Drogo) dell’opera
di Buzzati, per passare poi a una sua disamina.
Nell’opera più celebre di Buzzati, Panetta vede il racconto
dell’accettazione distaccata (ma non ironica), antieroica, della morte; di
questo romanzo e sfuggente pur nella sua semplicità di struttura coglie un
senso nuovo nel differimento della
fine, della morte insomma, più che nell’attesa.
Compaiono saggi anche su critici e storici della letteratura,
come De Sanctis, Graf, Serra. A proposito del primo, Panetta vaglia la diffusa
interpretazione della “Storia della letteratura italiana” come romanzo della letteratura italiana,
colto tra forti tentazioni narrative (e drammatizzazioni di gusto teatrale,
anche), giustificate dalla destinazione didattica della vasta opera, e rigore
analitico: e Panetta sonda lo stile colloquiale e incalzante, il continuo
dialogare con il lettore, l’intrusione di elementi autobiografici, entra fin
nelle scelte lessicali, nella sintassi, nel periodare. Emerge una “Storia” come
romanzo anche contro lo stesso De
Sanctis, che valutava negativamente il romanzo inteso come genere, a parte
l’esempio eccellente dell’unicum manzoniano – e, conclude Panetta, come opera
di natura contraddittoria, e anche per questo affascinante, in ogni caso
fortemente consapevole del proprio ruolo fondativo.
Ecco delinearsi, saggio dopo saggio, un’idea della
letteratura come filtro e salvezza, e proprio in autori dal solido pessimismo,
se non di lucida disperazione; in questi, Panetta rintraccia con sottigliezza i
segni di speranza e di fiducia (nell’uomo, se non altro). E lo fa nonostante gli stessi autori, in un
certo senso, là dove questi autori (Morselli, che so, Bufalino) usano la
letteratura per mentire, per nascondere se stessi, e vi cercano rifugio e senso
come in un mondo a parte fatto di lingua desueta, di citazioni mascherate, di
riferimenti colti, dominato insomma dalla parola che filtra la lancinante
sofferenza della realtà. È previsto, ed è umano,
che la letteratura, anche quando si propone come un tentativo di individuazione
della verità, proceda per depistaggi, per scontrosità o per ingannevoli
affabilità, come accade in un’indagine poliziesca: e che questi depistaggi
siano attuati dall’autore proprio quando le pagine scritte rischiano di
rivelare qualcosa di lui stesso (così in Bufalino, Morselli, anche in Sciascia).
Quando si fa gioco, o sotie (come
Sciascia sottotitola “Il Cavaliere e la Morte”), maschera in realtà una ricerca
che si fonda sulla problematicità del mondo, sull’emersione di vasti dilemmi
morali, sul tentativo di sistematizzazione della complessità della vita
attraverso il ricorso rassicurante all’allegoria, all’emblema, all’apologo.
Diventa spesso, questa letteratura, un’inchiesta sulla dimensione umana
(universale, individuale) del dolore
nel gran teatro del mondo – un dolore colto come segno di dignità dell’uomo – e
sulla presenza del male nella vita;
diventa anche, e inevitabilmente, un continuo interrogare e interrogarsi sulla
morte (in Morselli, Buzzati, nell’ultimo Sciascia). Il senso ultimo di questo
tipo di letteratura lo si coglie bene nelle parole con cui Maria Panetta chiude
l’ultimo saggio su Sciascia e l’intero volume: dopo aver definito “Il Cavaliere
e la Morte” un romanzo sulla Verità
(notate la maiuscola), intravista seppure “sempre inaccessibile e lontana”,
l’autrice scrive: “E insieme è un invito alla Quête: a non abbandonare mai la propria lucida ‘ricerca’, fino allo
stremo delle forze fisiche e intellettuali”.

