Massimiliano
Borelli dedica il saggio “Prose dal dissesto – Antiromanzo e avanguardia negli
anni sessanta” (Mucchi, collana “Lettere Persiane”, 2013) alla produzione
narrativa del Gruppo 63, o, se vogliamo dire altrimenti, a quel complesso, irrequieto
e radicale lavorio che alcuni autori riconducibili a quel gruppo hanno compiuto
sui meccanismi e le convenzioni della prosa, in particolare del romanzo. Accanto
a certe opere fondamentali e inevitabili di Manganelli e Arbasino, di
Sanguineti e Malerba, di Porta e Balestrini, l’autore presta attenzione
particolare ai contributi letterari di scrittori come Ceresa, Di Marco, Vasio,
Spatola – ne emerge un ricco mosaico di voci, una vivace polifonia di
sperimentazioni e riflessioni critiche attorno ad alcuni fondamenti condivisi.
Che cosa ancora ci possono dire, a cinquant’anni di distanza, “questi strani
romanzi”, queste “prose dal dissesto”? Lo chiedo allo stesso Massimiliano
Borelli.

CM - Nel tuo
saggio il Gruppo 63 appare come un’esperienza storicizzata, che ormai possiamo
valutare pacatamente collocandola in un contesto culturale ben preciso; eppure
ancora oggi la rottura rappresentata dal Gruppo 63, i morti e i feriti che, per
così dire, ha lasciato sul campo, vengono letti da molti con un coinvolgimento
emotivo più che scientifico. Da che cosa dipende, secondo te?
MB - Non c’è dubbio che sia possibile fare, oggi
che cade il cinquantenario della fondazione del Gruppo, una lucida storia della
neoavanguardia italiana, che infatti è già stata fatta più di una volta. Tuttavia,
quello che ho cercato di fare io, più che una storia, è stato andare a leggere da
vicino i testi, le opere che il Gruppo ha prodotto, concentrandomi sull’ambito
narrativo. Le ricostruzioni storiche hanno infatti sempre preferito dare più
conto delle teorie e dei dibattiti che hanno animato questa esperienza; con
parecchie ragioni, ben inteso, perché proprio le teorie e i dibattiti sono stati
un aspetto fondamentale e hanno rappresentato un elemento di novità assoluto
nel panorama letterario (e non solo) italiano di quegli anni. Quello che mi
premeva maggiormente però era sondare i valori specifici dei testi, di quelle
opere che i detrattori hanno sempre liquidato come inconsistenti, come mero
prodotto di un esercizio di laboratorio, secondo l’ormai fiacco adagio che il
Gruppo 63 ha prodotto molta teoria, ma nessuna opera degna di restare nel
canone italiano e quindi di essere letta ancor oggi. Alla fine spero di aver
dimostrato come invece i romanzi, o antiromanzi, della neoavanguardia
presentino tutto uno spettro (molto ampio e diversificato) di possibilità
espressive, che, se appaiono lontani anni luce dalle modalità narrative
attuali, custodiscono tuttavia dei fertilissimi dispositivi di emozione
intellettuale e di scoperta dell’esperienza, oltre che di critica dell’esistente.
Ribaltando quell’accusa, dunque, è proprio qui, nelle opere, che il Gruppo 63 ha
secondo me ancora qualcosa da dire, qualcosa che non permette di guardare a
esso in maniera “pacata”, perché il suo corpus rimane un oggetto letterario
irrequieto, resistente all’assorbimento, disseminato di stratagemmi inventivi.
Mi piace pensare a questi testi come ai chicchi di grano non germogliati custoditi
dalle piramidi di cui parlava Benjamin, che nel tempo hanno conservato tutta la
loro forza germinativa; forse anche queste opere sono lì che aspettano i loro
nuovi lettori, che in esse potranno trovare nuove chiavi per disvelare il
contemporaneo. Per quanto poi riguarda il livore con cui gli oppositori del
Gruppo 63 continuano a riferirglisi (che talvolta assume davvero un tono misero
e grottesco), ciò dipende probabilmente proprio dal fatto che, per quanto ne
dicano, la scrittura della neoavanguardia è tuttora viva, o perlomeno
“attivabile” da chi è disposto ad accostarglisi per sentire quel che ha da
dire.
CM – Quella
del Gruppo 63 stata un’esperienza polifonica (e polimorfica), ma si possono
individuare due, tre nuclei forti attorni ai quali si sono concentrati i
differenti contributi? Penso al rapporto con il pubblico, alla destrutturazione
del sistema dei personaggi, alla ridefinizione dei criteri dello spazio e del
tempo…
MB - Sì, al di là delle notevoli, a volte
dicotomiche differenze delle varie voci del Gruppo, si può senz’altro individuare
un vocabolario comune, e le voci che tu elenchi vi compaiono sicuramente. Se da
una parte la neoavanguardia non si è mai data un manifesto programmatico da
seguire, con delle precise prescrizioni stilistiche, com’era stato il caso
delle avanguardie storiche, a partire dal futurismo, dall’altra è indubbio che
tutti gli scrittori e le scrittrici che ne facevano parte condividevano anzitutto
l’obiettivo di “provare a farne un’altra”, di letteratura, e di smarcarsi dalle
dominanti realista (in prosa) ed ermetica (in poesia). Ciò si è condensato dapprima
– nell’atto per molti versi inaugurale del Gruppo, l’antologia dei Novissimi – in un paio di snodi
critico-teorici (la riduzione dell’io, la visione schizomorfa della realtà ecc.),
rilevati a posteriori da Giuliani, che hanno dato il la a molte scritture di
quel torno di anni. Per il resto a quel che non ha provveduto un manifesto, hanno
supplito i dibattiti e i convegni, che si svolgevano annualmente. Si veda per
esempio quello del ’65 dedicato al romanzo sperimentale (i cui atti vengono ora
finalmente ridati alle stampe in una nuova edizione – nella nuova serie della
collana “fuoriformato” di Andrea Cortellessa, per L’orma editore –, accresciuta
di una preziosa sezione “col senno di poi”, in cui critici e scrittori di ieri
e di oggi fanno i conti con quel che resta di quella infervorata discussione). In
questo vivacissimo scambio di idee vengono fuori molte proposte, in una corale
discussione la cui energia intellettuale lascia oggi davvero impressionati
(specie se si pensa che l’oggetto del contendere era il “romanzo”, ovvero il
genere che più di tutti viene ormai dato per certo nelle sue caratteristiche,
pur essendo stato, paradossalmente, il genere più camaleontico di tutti, nel
corso della storia letteraria). Per restare in ambito narrativo, gli esiti
delle opere sono stati molto variegati, e ognuno, alla fine, ha fatto scuola
per sé. Tuttavia, come ho indicato nel mio libro, vi sono alcuni nodi a cui,
per un verso o per un altro, le scritture, pure quelle più lontane (mettiamo,
di un Sanguineti e di un Manganelli, di un Balestrini e di una Vasio, ecc.), possono
essere ricondotte; parlo dell’impiego critico del montaggio, dell’uso intensivo
della retorica, della riformulazione dell’antropologia del personaggio e così
via. Ciò perché il Gruppo era composto in primo luogo da tante voci differenti,
nessuna delle quali ha mai abdicato al suo punto di vista (il che ha dato vita
a più di una scintilla d’attrito), ma tutte ragionavano su e si riconoscevano
in esigenze espressive comuni.
CM - Ho
l’impressione che uno dei problemi più sentiti dagli autori del Gruppo 63 sia
stato (e non era certo la prima volta, in Italia) quello linguistico, quello
cioè della ridefinizione o rifondazione di una lingua letteraria.
MB - Non c’è dubbio. Tutto nasce da lì, dalla
percezione che la lingua che veniva impiegata dalla poesia e dalla narrativa
contemporanea non fosse più adeguata a cogliere le tensioni e le contraddizioni
che agitavano l’era del nucleare, della plastica, dei consumi. Non c’era alcuna
pretesa di fondare una lingua nuova: la langue
doveva essere quella della collettività, considerata un materiale come un altro
(si pensi all’uso oggettuale che delle parole altrui ha fatto Balestrini,
secondo una prassi testuale che troverà un efficace corrispettivo teorico nella
semiotica di Ferruccio Rossi-Landi). Era nella parole, però, che si giocava tutto: nella capacità di riordinare il
linguaggio secondo procedimenti e tecniche apportatori di conoscenza, secondo
un’ideologia (non si può non citare la decisiva endiadi sanguinetiana di ideologia e linguaggio) incarnata nella
disposizione e nel funzionamento del testo (e non somministrata dai contenuti,
calati dall’alto). Se si rileggono i testi del Gruppo oggi, la loro sembra talvolta
una lingua del tutto diversa dalla nostra, specialmente in certi casi estremi;
ma il fatto è che ci siamo disabituati a pensare al testo letterario come a un
organismo linguistico, con delle regole e delle difficoltà interpretative
proprie. Non era solo la neoavanguardia a guardare al linguaggio come a un
oggetto – un materiale – da lavorare, ovviamente (i casi degli isolati Gadda e
Landolfi, o ancor prima di Lucini e Dossi, tra molti altri, negano questa
opinione), ma la neoavanguardia ha avuto il merito di portare la questione della
lingua alla ribalta, come il problema
che ogni scrittore deve porsi prima durante e dopo la scrittura.
CM - In
questo senso, quali sono stati i rapporti tra lingua della prosa e lingua della
poesia all’interno del Gruppo?
MB - Di certo molto produttivi, d’altronde molti
dei narratori erano anche, se non in primo luogo, poeti. Credo che uno dei
contributi maggiori della discussione sul romanzo sperimentale sia stato proprio
quello di aver messo in luce come la scrittura in prosa non abbia minor bisogno
di una problematizzazione della parola rispetto alla poesia, e di aver infranto
quindi le barriere tra i generi, in una osmotica sovrapposizione. Come dicevo, se
ci sono dei narratori “puri”, come Manganelli (di cui pure sono uscite postume
delle poesie), Malerba, Arbasino, Lombardi, Ceresa, Filippini ecc., parecchi dei
più esemplari romanzi sperimentali degli anni Sessanta vengono scritti da coloro
che stanno rifondando anche la poesia contemporanea: Sanguineti, Balestrini, Porta,
Spatola, ecc.; e per ognuno di essi si potrebbero facilmente trovare delle
consonanze fra le opere in versi e quelle in prosa. L’obiettivo è convergente:
abbattere il “poetese” da una parte, e infrangere il romanzo “ben fatto” dall’altra,
con la medesima carica distruttiva e una sempre presente proposta alternativa.
CM – Come
dicevamo all’inizio, i più polemici nei confronti del Gruppo 63 tendono a
sottolinearne la carica provocatoria e distruttiva e insistono a mostrare
quanto la produzione letteraria di quegli autori non abbia retto alla prova del
tempo, a differenza della buona tenuta dei loro bersagli. È davvero così, o le
opere del gruppo 63 si possono ancora leggere, o riscoprire oggi, o addirittura
ci possiamo ormai accostare a esse come a dei “classici”?
MB - Questa è stata un po’ la mia scommessa:
andare a leggere davvero queste
opere, registrare la loro tenuta, capire cosa le rendesse tuttora vive. Dal mio
punto di vista, per forza parziale, questi strambi romanzi hanno ancora molto
da dire, ciascuno secondo il suo accento. E prenderli in mano è come inoltrarsi
in una galassia remota, che tuttavia manda una radiazione particolarissima
tutta da indagare. Nelle loro pagine si verificano scoperte, sorprese, salti
mortali, tradimenti, vertigini, slittamenti, disastri, metamorfosi e alchimie,
in un’avventura continua della parola e dell’immaginazione. Non c’è dubbio che
si tratti di letture faticose, da non fare a letto prima di andare a dormire,
per conciliare il sonno. Tuttavia esse sono in grado di dare delle scosse che
forse il panorama letterario attuale non conosce più, e di mettere in crisi
certi calcificati paradigmi identitari che permangono oggi come allora. E poi
quello che dici sulla classicità di questi testi è verissimo. Sanguineti usava
dire che il vero realismo, nel Novecento, è stato il “realismo
dell’avanguardia”: alterato, deforme, disarmonico. Potremmo parafrasarlo dicendo
che il vero romanzo contemporaneo, proprio di un’epoca di crisi, dev’essere un
“romanzo sperimentale”. Tuttavia, anche se quando si vuole fare una storia
letteraria della seconda metà del secolo scorso non è possibile espungere
quest’esperienza, che ha inciso come un bisturi il corso della narrativa
italiana, non credo proprio che nel senso comune, o anche nel ristretto ambito
accademico, essa si configuri con le caratteristiche (sempre arbitrarie) del
“classico”. D’altronde il rischio dei classici (lo diceva un autore amato da
Manganelli, Edgar Wind) è quello di venire anestetizzati, di non riuscire a far
sentire più la rovente urgenza che li ha generati. In questo senso il romanzo
sperimentale e la scrittura della neoavanguardia tutta si pongono piuttosto dal
lato di quell’anticlassicismo che ha percorso la nostra storia letteraria. Un
anticlassicismo che, in una prospettiva rovesciata, può però essere considerato
l’autentica arte classica di un’epoca che il classicismo non può rappresentare
appieno.
CM – Alla
luce di tutto questo, quali sono secondo te gli insegnamenti più fecondi e
durevoli dell’esperienza del Gruppo 63?
MB - La messa in discussione dei valori dati per
acquisiti (primi fra tutti quello dell’artista-demiurgo e quello dell’aura
della creazione artistica); il suo sguardo critico, al contempo metamorfico e pietrificato,
in una parola allegorico sulle cose del mondo (uno sguardo materialista che,
con Pagliarani, sa scorgere anche nel grande mare la minaccia che s’appassisca);
la consapevolezza che la letteratura non è mai qualcosa di naturale e la
coscienza che si tratti piuttosto di una realtà artefatta, che nelle sue maglie
innesta un’utopia tutta ancora da raggiungere. E poi l’apertura totale, anche
spregiudicata, alle altre arti e alle altre branche del sapere. Inoltre (ma non
infine), l’incandescenza produttiva, che in pochi anni ha dato vita a decine di
libri, riviste, mostre, convegni tutti in dialogo tra loro, in un’ideale opera
collettiva composita e agitata, sempre sul punto di cambiare, di “provare
ancora”.
CM – Che
cosa (o chi) oggi il Gruppo 63 attaccherebbe? L’industria editoriale, i generi
della narrativa di consumo, l’appiattimento stilistico e linguistico della
letteratura mainstream?
MB - Be’, probabilmente tutte queste cose, che poi
costituiscono più o meno gli stessi bersagli di cinquant’anni fa. Il Gruppo si
è sciolto ufficialmente nel ’69, con la fine di «Quindici» e in concomitanza
con l’inasprirsi del clima politico-sociale, ma se andiamo a guardare quello
che hanno fatto i suoi protagonisti fino ai nostri anni, vediamo che hanno continué le combat, sempre dalla parte
dell’“antipoetese”, della critica, dell’immaginazione alternativa.
CM - Se
vogliamo dirla in altro modo: pensi che ci sarebbe bisogno oggi di un Gruppo
63?
MB - Non so se ce ne sarebbe bisogno.
Probabilmente sarebbe molto difficile che si ricomponesse un’esperienza del
genere, visto anche come sono finiti i tentativi simili più recenti di associare
intelligenze in gruppi più o meno ristretti. Quello che è sicuro è che c’è più
che mai bisogno di scritture capaci di leggere il presente a contrappelo, di
far balenare la Storia in un’ottica critica, di inventare immaginari che
sorprendano e che smontino le quinte di quello in cui siamo immersi, di
costruire un linguaggio che metta in moto l’intelligenza e attraversi la realtà
come un’ascia, per dirla con un modello assoluto (che per tutta la sua vita ha aspirato
a entrare in più tipi di consorzi umani, senza mai riuscirci), Franz Kafka.
CM - Esistono
oggi tracce visibili dell’esperienza del Gruppo 63? Non parlo tanto delle
riedizioni delle opere di quegli anni, o della produzione degli ultimi
esponenti ancora attivi, ma della permanenza, in autori dei nostri giorni che
anagraficamente non avrebbero potuto far parte di quell’esperienza, di una
possibile lascito del Gruppo 63?
MB - Non saprei. Di certo ci sono diversi attuali
autori di valore che hanno frequentato e compulsato i testi e le idee del
Gruppo 63. Il suo lascito credo sia molto più evidente nella poesia (dove
davvero la neoavanguardia ha segnato un punto di non ritorno, assolutamente ineludibile)
che non nel romanzo (dove il corso successivo si è totalmente allontanato dalle
sue acquisizioni). Per quanto riguarda la narrativa, i modelli contemporanei
sono sicuramente altri: Foster Wallace, Bolaño, Sebald
sono i nomi che si sentono fare più spesso, e di certo, ognuno per certe
caratteristiche, a ragione. Ma direi che oggi ognuno, tra coloro che cercano
vie originali per la scrittura, persegue una sua strada, senza sentire il
bisogno o il desiderio di essere associato ad altri.