martedì 12 novembre 2013

Da "Letteratitudine News": Maria Panetta, "Guarire il disordine del mondo"


In “Guarire il disordine del mondo – Prosatori italiani tra Otto e Novecento” (Mucchi, 2013), Maria Panetta ha raccolto saggi di diversa ampiezza, molti dei quali già apparsi su riviste o miscellanee. A dare unità e compattezza alla raccolta, oltre ai limiti temporali e di genere precisati nel sottotitolo, c’è un’idea umanistica di letteratura, che risuona forte e costante presso autori anche molto diversi ma accomunati da un’ansia di ricerca e insieme dalla rivendicazione di una libertà intellettuale – una libertà che può diventare impegno personale ma anche isolarsi in una sorta di atemporalità che non è mai indifferenza. Sta in questa tensione di chiara impronta etica, in questo procedere per tentativi attorno alle domande più pressanti dell’uomo (e “tentativo”, assieme a “ricerca”, è parola che ricorre spesso nelle pagine di Panetta, sin dalla Premessa, e che va letta in chiave positiva), il senso della letteratura per gli autori scelti da Panetta. Tutti loro “tentano” di tracciare la profondità di un paesaggio sociale, interiore, personale o ambientale – e lo fanno attraverso una scrittura in prosa che è phàrmakon, ovvero, come ricorda la stessa Panetta nella Premessa, veleno (dell’inganno, del depistaggio) e medicina (della Verità, almeno di una possibile verità).
Nel metodo di Maria Panetta, nell’instancabile interrogare autori che a loro volta si sono a lungo interrogati, nel fornire risposte impreviste, si sente risuonare una concezione della critica come dialogo a distanza con gli autori, anche e soprattutto con quelli apparentemente inattuali, sempre con maestri di libertà intellettuale. Certo, accanto a questo c’è sempre lo scavo erudito nei testi, l’esplorazione filologica, l’indagine metacritica: ma a contare è soprattutto, nello sguardo critico come nell’oggetto di tale sguardo, che siano narratori o critici a loro volta, il senso della ricerca.
Vediamo più da vicino come Maria Panetta interroga i suoi autori e le loro opere.
Di Alvaro, ad esempio, Panetta insegue il rapporto complesso, intenso, con i luoghi natali, rivissuti da lontano tramite il filtro della memoria, decantati attraverso i sensi: ed è una memoria sfuggente proprio mentre si fa più precisa, più legata ai dettagli minuti delle cose, delle quali Alvaro sembra ricercare un senso segreto, in un continuo gioco analogico tra animato, umano e inanimato.
Non di rado poi, nelle pagine degli autori esaminati, appaiono prigioni e isole penitenziarie e sanatori e fortezze e Castelli, luoghi caricati sempre del peso di reminiscenze letterarie, di un portato allegorico, o almeno ossequienti a certi cliché. Così in Pellico, che pure ha conosciuto davvero le pene della reclusione, in Settembrini; così soprattutto in Bufalino e nell’ultimo Sciascia.
Le pagine nelle quali Panetta fa il punto sulla letteratura di ispirazione carceraria sono particolarmente avvincenti. In Pellico, la dura reclusione diventa autodisciplina, condizione di crescita e di formazione: finisce per consentire e anzi favorire la preghiera, l’esercizio della memoria, l’amicizia, la lettura, l’approdo alla letteratura. La stessa cella del carcere viene equiparata a una cella monastica, a un eremo. Anche in Carlo Bini la prigione finisce per affinare lo spirito, costringe a cogliere in modo nuovo la dimensione del tempo della vita.
Nel saggio più ampio e articolato, quello dedicato a “Il deserto dei Tartari”, Maria Panetta esplora con finezza tutte le strategie della narrazione fantastica, chissà quanto consapevolmente messe in atto dall’autore: attesa, frustrazione, esitazione, elementi allucinatori, false risoluzioni, visioni oniriche, un costante senso di “amaro stupore” dinanzi al mistero rimasto chiuso. E lo fa vagliando prima le numerose e anche discordanti valutazioni critiche sulla struttura e il senso (quel senso di attesa, di sospensione e di ricerca frustrata che coglie noi lettori assieme a Drogo) dell’opera di Buzzati, per passare poi a una sua disamina.
Nell’opera più celebre di Buzzati, Panetta vede il racconto dell’accettazione distaccata (ma non ironica), antieroica, della morte; di questo romanzo e sfuggente pur nella sua semplicità di struttura coglie un senso nuovo nel differimento della fine, della morte insomma, più che nell’attesa.
Compaiono saggi anche su critici e storici della letteratura, come De Sanctis, Graf, Serra. A proposito del primo, Panetta vaglia la diffusa interpretazione della “Storia della letteratura italiana” come romanzo della letteratura italiana, colto tra forti tentazioni narrative (e drammatizzazioni di gusto teatrale, anche), giustificate dalla destinazione didattica della vasta opera, e rigore analitico: e Panetta sonda lo stile colloquiale e incalzante, il continuo dialogare con il lettore, l’intrusione di elementi autobiografici, entra fin nelle scelte lessicali, nella sintassi, nel periodare. Emerge una “Storia” come romanzo anche contro lo stesso De Sanctis, che valutava negativamente il romanzo inteso come genere, a parte l’esempio eccellente dell’unicum manzoniano – e, conclude Panetta, come opera di natura contraddittoria, e anche per questo affascinante, in ogni caso fortemente consapevole del proprio ruolo fondativo.

Ecco delinearsi, saggio dopo saggio, un’idea della letteratura come filtro e salvezza, e proprio in autori dal solido pessimismo, se non di lucida disperazione; in questi, Panetta rintraccia con sottigliezza i segni di speranza e di fiducia (nell’uomo, se non altro). E lo fa nonostante gli stessi autori, in un certo senso, là dove questi autori (Morselli, che so, Bufalino) usano la letteratura per mentire, per nascondere se stessi, e vi cercano rifugio e senso come in un mondo a parte fatto di lingua desueta, di citazioni mascherate, di riferimenti colti, dominato insomma dalla parola che filtra la lancinante sofferenza della realtà. È previsto, ed è umano, che la letteratura, anche quando si propone come un tentativo di individuazione della verità, proceda per depistaggi, per scontrosità o per ingannevoli affabilità, come accade in un’indagine poliziesca: e che questi depistaggi siano attuati dall’autore proprio quando le pagine scritte rischiano di rivelare qualcosa di lui stesso (così in Bufalino, Morselli, anche in Sciascia). Quando si fa gioco, o sotie (come Sciascia sottotitola “Il Cavaliere e la Morte”), maschera in realtà una ricerca che si fonda sulla problematicità del mondo, sull’emersione di vasti dilemmi morali, sul tentativo di sistematizzazione della complessità della vita attraverso il ricorso rassicurante all’allegoria, all’emblema, all’apologo. Diventa spesso, questa letteratura, un’inchiesta sulla dimensione umana (universale, individuale) del dolore nel gran teatro del mondo – un dolore colto come segno di dignità dell’uomo – e sulla presenza del male nella vita; diventa anche, e inevitabilmente, un continuo interrogare e interrogarsi sulla morte (in Morselli, Buzzati, nell’ultimo Sciascia). Il senso ultimo di questo tipo di letteratura lo si coglie bene nelle parole con cui Maria Panetta chiude l’ultimo saggio su Sciascia e l’intero volume: dopo aver definito “Il Cavaliere e la Morte” un romanzo sulla Verità (notate la maiuscola), intravista seppure “sempre inaccessibile e lontana”, l’autrice scrive: “E insieme è un invito alla Quête: a non abbandonare mai la propria lucida ‘ricerca’, fino allo stremo delle forze fisiche e intellettuali”.



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