“Guardò
in strada e tutto era familiare ma allo stesso tempo strano, come se le strade
si incrociassero con le vie sbagliate, come se fossero sbagliate anche le
colline, e il cielo sbilenco: era il magma confuso di un sogno, quello che
vedeva.”
(Kevin
Barry, “Honey”, da “Il fiordo di Killary”, trad. di Monica Pareschi, Adelphi
2014)
Ci voleva lo sguardo attento di Monica Pareschi per preservare in italiano e anzi evidenziare le
finezze di cui sono ricchi i racconti dell’irlandese Kevin Barry (“Il fiordo
di Killary”, dal titolo di uno dei più riusciti) appena pubblicati da Adelphi.
Perché il rischio che ci si limitasse a vedere in queste pagine un mix tra
un’esuberanza irlandese tutta sbronze campagna verde vanterie e chiacchiere da
pub, ed eccessi pulp – questo rischio c’era. Invece Kevin Barry, mentre gioca
con situazioni al limite del cliché e ripercorre zone narrative rese familiari da altri autori e da non pochi registi, osserva il
tutto con uno sguardo sghembo, disseminando minimi dettagli pieni di inquietudine,
non lesinando raffinatezze, e preferendo (non sempre, per la verità, ma spesso) i
vantaggi espressivi del non detto, la forza dell’allusione e dell’ellissi alla
tracotanza dell’effettaccio. E allora si aprono assorte parentesi
paesaggistiche, si scambiano sguardi commossi (quasi mai sobri, d’accordo), si
svelano emozioni non banali, ci si trova dinanzi a momenti epifanici che chissà
a cosa preludono. Qui, dicevo, Monica Pareschi (che come scrittrice, con la raccolta
“È di vetro quest’aria”, ha mostrato di prediligere, sin dal titolo montaliano,
il racconto intriso di sensibilità poetica)
raccoglie la sfida e ricorre a una tavolozza che non risparmia colori, contrasti e sfumature. Così,
nel rendere la vividezza del parlato, si avventura anche nel parlato e nel
dialettale (“ciulare”, “balengo” detto di un sorriso), talvolta conserva
l’iperbolica e brutale inventività di certe espressioni (“Il solito povero
stronzo che naviga per la strada con il culo sopra un vassoio da tè”); si
diverte anche a riprodurre la solennità (sempre un po’ su di giri) di certi
passaggi ricorrendo a una letterarietà che spesso ha il sapore della parodia
(che so, “gli opimi fianchi” subito prima di un “vasto deretano”), e infine
rimescola tutto, basso e alto, con allegra esuberanza e insieme con invidiabile
maîtrise.
