“Spero che l’abbiate
sentito: è la stessa musica, da Wagner a Hendrix, da Hendrix ai Pink Floyd; ed
è anche lo stesso palcoscenico, Musikdrama
o light show che sia: The Piper at the Gates of Dawn di Syd
Barrett fa cominciare come aurora tutto ciò che Wagner conclude come
crepuscolo.”
“Preparare la venuta
degli dei” (L’Orma, 2013) raccoglie tre interventi di Friedrich Kittler (una
prolusione, un articolo, una conferenza) attorno alla musica. La lettura, assai
gratificante, è resa facile dalla nitida, competente traduzione di Elisabetta
Mengaldo. Kittler si muove nella materia con l’allegra autorevolezza di un
filosofo d’altri tempi, insegue percorsi suoi, asseconda personali inclinazioni
come un fan – ovviamente, rispetto al
fan, che conosce benissimo solo l’oggetto della sua passione, Kittler ha dalla
sua una conoscenza enciclopedica: se nella linea tracciata tra Wagner e i Pink
Floyd non vede nient’altro, a parte Jimi Hendrix, è perché non vuole vedere,
non certo perché non sa.
Una delle tematiche
ricorrenti in questo denso volumetto è la novità dirompente rappresentata dai
nuovi mezzi di amplificazione del suono: che non hanno portato solo a sentire
la musica (o a sentire le voci) in
modo diverso (non fuori, ma dentro di
noi: e in punti precisi e cangianti di questo dentro), hanno finito per scavare dentro di noi cambiando il nostro
modo di ascoltare il mondo e di percepire la realtà.
L’altra tematica, ancora
più importante, è la forza dionisiaca dell’arte (della musica in particolare,
ma anche della poesia, compresi i versi per musica), la sconvolgente potenza
dell’arte sull’animo umano. Una potenza che i Greci avevano colto e provato
sulla propria pelle, tentando di domarla, di forzarla nella struttura di versi
danzanti, e per la quale avevano coltivato un sacro timore; in nome della
stessa potenza Wagner ha forgiato il Musikdrama,
passando idealmente il testimone (seguo sempre Kittler) alla visionarietà
allucinata di Syd Barrett e all’ambizione compositiva di Roger Waters, i quali hanno
sfruttato l’apporto di una tecnologia che permetteva di amplificare e
manipolare le sorgenti sonore come mai prima. Con momenti come il Preludio all’Oro del Reno Wagner ha presagito,
secondo Kittler, la potenza tellurica del sound
e la sostituzione di questo al vecchio modo strutturato di comporre – ed ecco
che i Pink Floyd riprendono l’intuizione wagneriana sul sound e la sviluppano (inconsapevolmente) in una serie di album.
Ecco, in questo
ridimensionare (quasi) tutto il resto, accennandovi soltanto, en passant, qua un po’ di Rimbaud, là un
po’ di Hendrix, e poi l’usignolo di Respighi, Ernst Junger, Jim Morrison,
Saffo, Kittler agisce come un fan
(come, diciamo, l’autore incredibilmente colto di una fanzine), o, se volete,
come un enfant terrible, ruolo che si
è ritagliato nelle aule accademiche negli Stati Uniti e in Germania e nel
dibattito culturale più ampio sull’apporto dei media e delle nuove tecnologie al
linguaggio dell’arte. Ci possiamo chiedere se davvero tra Wagner e la popular music diciamo più sperimentale
non sia accaduto nulla di significativo: e che fine abbia fatto, nella
ricostruzione di Kittler, la musica colta del Novecento. Non avrebbe guastato, mugugniamo
tra noi, almeno un accenno allo Stockhausen di Licht, in rappresentanza di quella consistente fetta di musica
colta ma non accademica che riprende l’ambizione architettonica del Ring di Wagner e la declina con il
linguaggio più avanzato secondo le più attuali ricerche acustiche e
tecnologiche. Ma in fondo non è essenziale che le escursioni di Kittler nella
materia convincano fino in fondo, e pazienza se proviamo dispiacere per ciò che
resta fuori da queste escursioni: e non è essenziale prima di tutto perché qui
in Italia il lettore comune conosce per ora solo questo libretto, e tirare le
somme sul pensiero dell’autore sarebbe colpevolmente prematuro. E poi perché
cadremmo in una trappola abbastanza avvertibile, e finiremmo anche noi in quella
pletora di filosofi, esegeti, cattedratici e vecchi tromboni che Kittler smonta
con il sorriso sulle labbra nelle note a piè di pagina.
Insomma, Kittler fa bene,
fa benissimo anzi, a saltabeccare dal colto al pop, dal Tristano e Isotta alla British
Invasion, o dal passato al presente, da Omero a Syd Barrett, in un discorso
che resta sempre ammirevolmente coerente e compatto anche quando divaga. E se l’autore
gioca a fare il provocatore, lo fa solo in parte: se davvero avesse voluto
provocare, immaginiamo che avrebbe tentato accoppiamenti assai meno giudiziosi,
un Listz accanto a un Liberace accanto agli Who, che so: e saremmo finiti dalle
parti del postmodernismo spavaldo di certi film di Ken Russell (ricordate?).
http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/06/05/preparare-la-venuta-degli-dei-di-friedrich-kittler/
