venerdì 6 giugno 2014

Da Letteratitudine News: Friedrich Kittler

“Spero che l’abbiate sentito: è la stessa musica, da Wagner a Hendrix, da Hendrix ai Pink Floyd; ed è anche lo stesso palcoscenico, Musikdrama o light show che sia: The Piper at the Gates of Dawn di Syd Barrett fa cominciare come aurora tutto ciò che Wagner conclude come crepuscolo.”

“Preparare la venuta degli dei” (L’Orma, 2013) raccoglie tre interventi di Friedrich Kittler (una prolusione, un articolo, una conferenza) attorno alla musica. La lettura, assai gratificante, è resa facile dalla nitida, competente traduzione di Elisabetta Mengaldo. Kittler si muove nella materia con l’allegra autorevolezza di un filosofo d’altri tempi, insegue percorsi suoi, asseconda personali inclinazioni come un fan – ovviamente, rispetto al fan, che conosce benissimo solo l’oggetto della sua passione, Kittler ha dalla sua una conoscenza enciclopedica: se nella linea tracciata tra Wagner e i Pink Floyd non vede nient’altro, a parte Jimi Hendrix, è perché non vuole vedere, non certo perché non sa.
Una delle tematiche ricorrenti in questo denso volumetto è la novità dirompente rappresentata dai nuovi mezzi di amplificazione del suono: che non hanno portato solo a sentire la musica (o a sentire le voci) in modo diverso (non fuori, ma dentro di noi: e in punti precisi e cangianti di questo dentro), hanno finito per scavare dentro di noi cambiando il nostro modo di ascoltare il mondo e di percepire la realtà.
L’altra tematica, ancora più importante, è la forza dionisiaca dell’arte (della musica in particolare, ma anche della poesia, compresi i versi per musica), la sconvolgente potenza dell’arte sull’animo umano. Una potenza che i Greci avevano colto e provato sulla propria pelle, tentando di domarla, di forzarla nella struttura di versi danzanti, e per la quale avevano coltivato un sacro timore; in nome della stessa potenza Wagner ha forgiato il Musikdrama, passando idealmente il testimone (seguo sempre Kittler) alla visionarietà allucinata di Syd Barrett e all’ambizione compositiva di Roger Waters, i quali hanno sfruttato l’apporto di una tecnologia che permetteva di amplificare e manipolare le sorgenti sonore come mai prima. Con momenti come il Preludio all’Oro del Reno Wagner ha presagito, secondo Kittler, la potenza tellurica del sound e la sostituzione di questo al vecchio modo strutturato di comporre – ed ecco che i Pink Floyd riprendono l’intuizione wagneriana sul sound e la sviluppano (inconsapevolmente) in una serie di album.
Ecco, in questo ridimensionare (quasi) tutto il resto, accennandovi soltanto, en passant, qua un po’ di Rimbaud, là un po’ di Hendrix, e poi l’usignolo di Respighi, Ernst Junger, Jim Morrison, Saffo, Kittler agisce come un fan (come, diciamo, l’autore incredibilmente colto di una fanzine), o, se volete, come un enfant terrible, ruolo che si è ritagliato nelle aule accademiche negli Stati Uniti e in Germania e nel dibattito culturale più ampio sull’apporto dei media e delle nuove tecnologie al linguaggio dell’arte. Ci possiamo chiedere se davvero tra Wagner e la popular music diciamo più sperimentale non sia accaduto nulla di significativo: e che fine abbia fatto, nella ricostruzione di Kittler, la musica colta del Novecento. Non avrebbe guastato, mugugniamo tra noi, almeno un accenno allo Stockhausen di Licht, in rappresentanza di quella consistente fetta di musica colta ma non accademica che riprende l’ambizione architettonica del Ring di Wagner e la declina con il linguaggio più avanzato secondo le più attuali ricerche acustiche e tecnologiche. Ma in fondo non è essenziale che le escursioni di Kittler nella materia convincano fino in fondo, e pazienza se proviamo dispiacere per ciò che resta fuori da queste escursioni: e non è essenziale prima di tutto perché qui in Italia il lettore comune conosce per ora solo questo libretto, e tirare le somme sul pensiero dell’autore sarebbe colpevolmente prematuro. E poi perché cadremmo in una trappola abbastanza avvertibile, e finiremmo anche noi in quella pletora di filosofi, esegeti, cattedratici e vecchi tromboni che Kittler smonta con il sorriso sulle labbra nelle note a piè di pagina.

Insomma, Kittler fa bene, fa benissimo anzi, a saltabeccare dal colto al pop, dal Tristano e Isotta alla British Invasion, o dal passato al presente, da Omero a Syd Barrett, in un discorso che resta sempre ammirevolmente coerente e compatto anche quando divaga. E se l’autore gioca a fare il provocatore, lo fa solo in parte: se davvero avesse voluto provocare, immaginiamo che avrebbe tentato accoppiamenti assai meno giudiziosi, un Listz accanto a un Liberace accanto agli Who, che so: e saremmo finiti dalle parti del postmodernismo spavaldo di certi film di Ken Russell (ricordate?).

http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/06/05/preparare-la-venuta-degli-dei-di-friedrich-kittler/

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