lunedì 5 gennaio 2009

Indugi, 2


Ma forse l’indugio è più che uno strumento: è un modo per accerchiare il mondo. Tra gli scrittori, c’è chi indugia per il piacere di prendersela comoda, come un flâneur della letteratura; chi lo fa spinto dalla necessità di non lasciarsi nulla di non detto alle spalle, colto da un desiderio di inquadrare tutto in una visione totalizzante, per la quale spesso la misura del romanzo singolo va stretta (gli ottocenteschi in genere, Balzac in particolare); chi si perde, o si vuole perdere, e non arriva al punto perché non c’è nessun punto a cui arrivare, o, se c’è, lo scoprirà strada facendo; chi compie attraverso la pratica della lentezza una strategia di “accerchiamento” (appunto) del lettore; e c’è anche chi indugia perché è pagato un tot a riga, o a capitolo. Ma scrivere tanto non è sempre indugiare: la narrativa sudamericana (categoria di comodo, lo so, e portate pazienza) predilige le grandi dimensioni romanzesche, sovrabbonda di fatti, di fatterelli, di colori, e non esita a raccontare tutto perché tutto è bello da raccontare. È il procedere di chi vorrebbe correre ma è appesantito da troppi chili, o da vestiti troppo ingombranti, non quello di chi esita davanti alle ombre, teme per la propria fragilità, si muove con circospezione in realtà stratificate, in mondi interiori non familiari.
Che l’indugio sia una procedura a rischio ce lo ricorda Kundera, che nei “Testamenti traditi”, mettendo a confronto alcuni grandi indugiatori (Musil, Thomas Mann, i russi dell’ottocento), riporta le malignità di Breton sullo stile narrativo “russo”, ampliate a condanna di tutto il genere del romanzo, puro e semplice accumulo di informazioni.

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