lunedì 26 gennaio 2009

Intervista a Stéphanie Hochet

(Traduco la conversazione di ieri con Stéphanie Hochet, la brillante e intensa scrittrice francese giunta al sesto romanzo con "Combat de l'amour et de la faim", pubblicato da Fayard).


Tutti i libri raccontano almeno una storia. Ma qual è la storia vissuta dal tuo ultimo libro? Puoi riassumerne le avventure (“les combats”, per ammiccare al titolo) fino al lieto fine?

Ho voluto raccontare il destino di un uomo, Marie Shortfellow, nato agli inizi del novecento nel sud degli Stati Uniti; la sua infanzia è stata profondamente segnata dall’indigenza di sua madre, Lula, ossessionata dalla ricerca di un marito. Egli assiste alle violente avventure in cui è coinvolta Lula e non può legarsi né a qualcuno che possa rimpiazzare suo padre né a un luogo in cui ripartire da capo. In questa prima parte si trovano già tutti gli elementi che definiranno il suo carattere (la sua instabilità, la propensione ad andarsene, l’ironia dinanzi alla vita) e scateneranno le sue azioni e reazioni nella parte centrale del romanzo. Quando finalmente sua madre trova marito, Marie Shortfellow scopre cosa sia una famiglia, ma si innamora della sorellastra. Il “combat” qui è “truccato”, egli non avrà alcuna possibilità di raggiungere i suoi scopi. Marie è cacciato di casa dal patrigno, attraversa terre sconosciute e patisce la fame: e questo è il secondo “combat”, tutto corporale. In questo caso ho voluto raccontare il deteriorarsi dell’amore provato sotto l’effetto della fame. I sentimenti mutano quando quella conchiglia che è il corpo si trasforma e compare il dolore fisico (ecco un punto in comune con ciò che Karl sperimenta in “Je ne connais pas ma force”). L’elaborazione di quest’idea, dell’influenza reciproca di questi due aspetti, è stata graduale, non era nelle mie intenzioni quando ho cominciato a scrivere il romanzo; ma ero interessata a questa nuova idea, anche se sentivo che era sottile, complessa, difficile da maneggiare. Dovevo evocare "lo spirito della fame” e “lo spirito dell’amore” fino a farli diventare delle creature, fino a trattarli quasi come degli esseri viventi. Ed è quello che metto in scena più avanti, quando l’eroe va a vivere con April.

Il paesaggio del “Combat” è letterario, immaginario, non filologico, è costruito attraverso il modello dei grandi scrittori americani dell’ottocento e del novecento (Twain, Faulkner, Steinbeck, forse anche Grubb…). Forse è alimentato anche da reminiscenze cinematografiche. Sembra davvero il luogo ideale per le vicende che racconti.

Scrivere un romanzo è innanzitutto costruire un’ambientazione, una scena. Nel “Combat” ho preso quelle che avevo già incontrato nelle mie letture – Flannery O’Connor, Faulkner e Twain, ma anche film come “La morte corre sul fiume” o Mankiewicz, con quegli scenari curati fino all’eccesso. Avrei potuto ambientare la mia storia in un altro paese e in un’altra epoca, ma si può scegliere davvero? L’ho vista negli Stati Uniti del Sud e in quell’epoca di grande sviluppo.
Volevo che questa storia esistesse, dovevo tenere sotto controllo tutta la logica, la struttura, per lasciare in seguito lo spazio alla poesia – elemento vitale, per me. La cosa più difficile è senza dubbio mantenere la distanza: tutti o quasi sono capaci di scrivere un buon feuilleton, ma la cosa che mi interessava di più nel momento in cui mi addentravo nella scrittura era lasciar dispiegare l’intreccio.

Vedo la carne, il corpo, la chimica e la fisiologia nei tuoi romanzi. Le emozioni dei personaggi si traducono in reazioni fisiologiche. I sentimenti sono una specie di prolungamento dell’anatomia umana (sto pensando anche al muscolo mutico, “muscle mutique”, di “Je ne connais pas ma force”). I pensieri sembrano secrezioni di organi. E anche le relazioni tra i personaggi sono molto fisiche, sono vissute e raccontate come dei corpo a corpo, come dei fenomeni di attrazione o di repulsione dei corpi.

Più procedo nella scrittura, più i corpi dei miei personaggi acquisiscono forma. Hai ragione quando parli dei pensieri come di secrezioni d’organi, e rintracci nelle mie storie la tematica dell’attrazione e della repulsione. Il romanzo francese tende a dimenticare le vicende del corpo, è troppo cerebrale, o tratta invece il corpo come se ne facesse la caricatura, e si ha l’impressione che alcuni scrittori ne parlino solo perché bisogna parlarne, senza che lo vivano come un’esigenza profonda. Ma Virginia Woolf scriveva che, come tutto ciò che accade ai corpi, le malattie conducono a veri e propri sconquassi spirituali e portano alla luce degli stati così estremi che è stupefacente che la malattia non figuri fra i temi maggiori della letteratura accanto all’amore, al conflitto o alla gelosia.
«Verrebbe da pensare che romanzi interi siano stati dedicati all’influenza; poemi epici alla febbre tifoidea; odi alla polmonite; liriche al mal di denti. Ma no, (…) la letteratura fa del suo meglio perché il proprio campo d’indagine rimanga la mente e perché il corpo (…), eccetto che per una o due passioni come il desiderio e la cupidigia, sia nullo, e trascurabile e inesistente». O ancora: «Alle grandi guerre che il corpo, servito dalla mente, muove, nella solitudine della camera da letto, contro gli assalti della febbre o l’avvicinarsi della malinconia, nessuno bada».
A ciò bisogna aggiungere «la povertà del linguaggio». «Non abbiamo bisogno semplicemente di una lingua nuova, più primitiva, più sensuale, più oscena, bensì di una nuova gerarchia delle passioni: l’amore si ritiri davanti a quaranta di febbre; la gelosia lasci posto agli attacchi di sciatica», ecc. (Da “Sulla malattia”, che cito nella traduzione di Nicola Gardini per Bollati Boringhieri, ndt).
Ho giocato con insistenza con il tema del conflitto ne “Les infernales” perché il romanzo è il luogo della tensione, ma senza venir meno a un divieto, quello di rappresentare il godimento della carne. Mi sembra, con “Le combat”, di avere infranto questo tabù.

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