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martedì 6 gennaio 2009

Indugi, 3



Non provo nemmeno ad affrontare l’argomento per esaurirlo: tributato perciò un omaggio frettoloso ai grandi indugiatori (oltre ai già citati, almeno Hugo e Henry James), mi soffermerò su alcuni esempi di indugio letterario che mi hanno in qualche modo segnato nel mio modo di procedere, e che voglio condividere.
«Tutti i romanzi di Verne sono irrileggibili dopo l’adolescenza e tutti sono tecnicamente invecchiati» scrivono Fruttero e Lucentini nell’introduzione all’antologia “Scendendo” (Mondadori, 1977), con l’eccezione del solo “Viaggio al centro della Terra”: che poche righe più avanti, però, fa parlare di «molte pagine e capitoli inutili: dopo lo stupendo inizio amburghese… i preparativi della spedizione occupano uno spazio eccessivo». Il che ha spinto i curatori a ridurre tutta questa prima parte. Il “Viaggio al centro della Terra” vero e proprio, in effetti, non arriva che al capitolo XVIII: nei precedenti si studia, ci si prepara, si fa dell’escursionismo, del turismo, dell’etnologia, si battibecca, ci si abitua alle vertigini e alle condizioni estreme, con un atteggiamento raziocinante che però, ed è qui il bello, non nasconde del tutto l’eccitazione angosciosa per l’impresa futura.


(Verne, che è un virtuoso dell’indugio, lo pratica in modo ben più frustrante altrove: si pensi a “Dalla Terra alla Luna”, tutto incentrato sul prima e privo in sostanza di Luna se non nei discorsi dei personaggi; e alla delusione che può cogliere chi, sorbito il romanzo, passa al successivo “Intorno alla Luna” e ancora si trova inappagato).
Un altro esempio, stavolta cinematografico, mi è caro. Ne “Gli uccelli”, Hitchcock procede con calma inamovibile: prima delle scene cruente, della paura, del fuggifuggi, lo spettatore è condotto nella commedia brillante e nel dramma sentimentale, per un periodo sufficientemente lungo da dimenticarsi quasi del titolo, del soggetto, dei trailer minacciosi. Quest’attesa, invece di essere snervante, colora di sensi e di ombre il viavai dei personaggi: analogamente, i loro rovelli emotivi daranno un’inquietudine più profonda alle scene successive, che non saranno più un semplice scappa-e-insegui.

lunedì 5 gennaio 2009

Indugi, 2


Ma forse l’indugio è più che uno strumento: è un modo per accerchiare il mondo. Tra gli scrittori, c’è chi indugia per il piacere di prendersela comoda, come un flâneur della letteratura; chi lo fa spinto dalla necessità di non lasciarsi nulla di non detto alle spalle, colto da un desiderio di inquadrare tutto in una visione totalizzante, per la quale spesso la misura del romanzo singolo va stretta (gli ottocenteschi in genere, Balzac in particolare); chi si perde, o si vuole perdere, e non arriva al punto perché non c’è nessun punto a cui arrivare, o, se c’è, lo scoprirà strada facendo; chi compie attraverso la pratica della lentezza una strategia di “accerchiamento” (appunto) del lettore; e c’è anche chi indugia perché è pagato un tot a riga, o a capitolo. Ma scrivere tanto non è sempre indugiare: la narrativa sudamericana (categoria di comodo, lo so, e portate pazienza) predilige le grandi dimensioni romanzesche, sovrabbonda di fatti, di fatterelli, di colori, e non esita a raccontare tutto perché tutto è bello da raccontare. È il procedere di chi vorrebbe correre ma è appesantito da troppi chili, o da vestiti troppo ingombranti, non quello di chi esita davanti alle ombre, teme per la propria fragilità, si muove con circospezione in realtà stratificate, in mondi interiori non familiari.
Che l’indugio sia una procedura a rischio ce lo ricorda Kundera, che nei “Testamenti traditi”, mettendo a confronto alcuni grandi indugiatori (Musil, Thomas Mann, i russi dell’ottocento), riporta le malignità di Breton sullo stile narrativo “russo”, ampliate a condanna di tutto il genere del romanzo, puro e semplice accumulo di informazioni.

domenica 4 gennaio 2009

Indugi, 1

L’indugio è una tecnica narrativa poco praticata oggi, quando non è vista addirittura come un difetto strutturale: prevale la velocità, l’entrare subito in medias res, l’azzanno del lettore, le strategie da guerra lampo – protratte però per tre, quattrocento pagine. Esso sembra, ai più, relegato alla memoria della letteratura sette-ottocentesca, e spesso a un nostro approccio adolescenziale o scolastico a questa letteratura. Gli scrittori di oggi (molti, d’accordo, non tutti) non procedono più a passo d’uomo: e arrivano al punto da subito, inanellano scene madri, saltano da una spannung all’altra, intasano le pagine di ogni sorta di coup de théâtre. Sanno di rivolgersi per lo più a lettori impazienti, esosi di sensazioni, irrimediabilmente portati alla distrazione.
Chissà se esistono ancora lettori amanti dell’indugio come il flemmatico, contemplativo Amedeo, protagonista de “L’avventura di un lettore”, che «ama i grossi tomi e mette nell’affrontarli il piacere fisico dell’affrontare una grossa fatica». Li soppesa, ne considera «con un po’ di apprensione» pagine, capitoli. Poi vi si immerge, «un po’ riluttando all’inizio». È interessante che l’indugio sia applicato da Calvino anche alla misura parsimoniosa di questo racconto (proprio da lui, che ha esaltato la “rapidità” nelle “Lezioni americane”: ma presentando lo “scriver breve” come una virtù relativa, senza escludere le virtù della lentezza e dell’indugio nei dettagli: arrivando insomma, a parlarne come di strumenti alla pari nella modulazione del tempo narrativo).
In “Variazioni selvagge”, Hélène Grimaud, ricordando le letture appassionanti affrontate da bambina, suggerisce una finalità dell’indugio che suona condivisibile: «Alexandre Dumas ha vegliato sugli anni della mia infanzia con una generosità, un’attenzione, una sollecitudine nel darmi piacere che non hanno uguali. Che eleganza! Che abbondanza di descrizioni per non farmi smarrire in uno scenario incerto!». Subito dopo, la sofisticata pianista allevatrice di lupi svela l’effetto positivo del narrare ottocentesco, che non rinuncia a nulla: «Leggendo, accarezzavo con il pollice il dorso del volume, il cui spessore prometteva decine d’altri incontri segreti». Promesse e prudenza, sguardo pedagogico sul lettore e garanzia di mille sviluppi futuri: il senso della narrativa realistica o storica o d’avventura del secolo diciannovesimo sta probabilmente in questo.

mercoledì 5 novembre 2008

"Spiral Tales", Marta Raviglia Quartet (Alfa Music, 2007)


Quella di Spiral Tales è musica di un'eleganza rara, fresca e classica assieme. I brani, tutti firmati da Marta Raviglia e da Simone Sbarzella, insieme o da soli, tranne una cover di David Crosby, rivelano per i grandi modelli del passato un rispetto che non è mai sottomissione, ma confronto, voglia di emulazione, a momenti con un briciolo di irriverenza che non guasta.
La voce di Marta Raviglia concede con discrezione ornati e vibrati; saggia sovente (in Surprises, ad esempio) con autorevolezza il registro grave, con improvvise impennate verso gli acuti. Assecondata dai suoi compagni, ama le melodie saltellanti, con intervalli ampi e talvolta capricciosi, che intona con nonchalance, come se fossero la cosa più facile. La voce è uno strumento con gli altri: tiene spesso per sé l’enunciazione dei refrain, lascia spazio ai partner e all’ospite Tino Tracanna, e si ritaglia un assolo verso la fine dei brani, attenta al valore e al carico di sfumature di ogni singola nota.
In un album di jazz vocale come questo, tutti tendono a una cantabilità inquieta ma distesa, sempre discreta, mai condiscendente; canta il pianoforte di Simone Sbarzella, che pennella meditativo le composizioni sue e di Marta; canta il contrabbasso di Fabio Penna, cui fa da contrappunto la batteria precisa e vivace di Alessio Sbarzella. Anche Tino Tracanna, al sax soprano e tenore, si muove quasi con delicatezza nelle atmosfere piene di souplesse del disco.

Spiral Tales presenta diverse facce, diversi umori.
Sail Away, la prima song, e Back Home, l’ultima prima di una ripresa del brano iniziale, sono canzoni di leggerezza quasi pop, dalle melodie accattivanti, rese con un’attitudine jazz che ne indaga le pieghe armoniche; Sail Away contiene anche, quasi subito, un bell’assolo del contrabbasso, che canticchia come un baritono innamorato. La bella melodia di Circle passeggia tra intervalli imprevisti su un ritmo latin un po’ nervoso.
C’è anche un lato più crepuscolare, in Spiral Tales, che si assapora nel canto sospeso di Passato o in Lullaby, una ballad classicamente lenta, di dolcezza pastosa, dall’armonia ricca ma non astrusa, che si evolve rivelando un’ombra di inquietudine più moderna, meno accomodante. Here I Am, notturna e impressionista, ritmicamente libera, suona come un raffinato haiku musicale di poco più di due minuti.
Il recupero, ironico e ammirato assieme, di certi stilemi “classici” del jazz colora altri brani del disco. Prima di Entrare ha una classicità capricciosa e suona come l’elegante parodia di uno swing da big band: qui Marta vocalizza come una tromba anni ’50 in vena di qualche sperimentalismo, e lascia a Simone Sbarzella e a Tracanna il compito di esplorare i territori tonali del pezzo. Quando tocca a Marta, la sua voce si fa strumento in pochi secondi di assolo non esente da echi ultracolti. Si torna a swingare in Big Fish, che si conclude con un intenso inserto parlato tratto da The Man with the Blue Guitar di Wallace Stevens.
L’anima più sperimentale del disco si coglie soprattutto in The Proclaimed Death of Words, un sorprendente pezzo a cappella in cui la voce di Marta si fa coro, percussione, e recupera un timbro tagliente, molto moderno. Triad, di David Crosby, l’unica cover, è resa benissimo, dilatata nelle sue componenti modali; il quartetto non cade nel tranello di gonfiare armonicamente il pezzo, come altri nel jazz hanno fatto con pezzi del rock o del pop, ma si mantiene in un confine in cui l’attitudine jazz si affaccia con rispetto in un altro mondo musicale. Nella lunga coda ipnotica si intuiscono echi orientali.

Spiral Tales rivela un interplay amichevole tra i musicisti, anzi una complicità sorridente e attenta, e nel contributo di tutti un senso della misura e dell’equilibrio che può nascere solo dallo studio appassionato, da una lunga condivisione degli stessi modelli e da una aperta curiosità intellettuale.


(Questa recensione è apparsa nel 2007 sul sito del gruppo, http://www.martaravigliaquartet.it).

domenica 2 novembre 2008

Sintonie, 3: Gabriele Cremonini


Confesso di essere un lettore accanito ma non sistematico, che difficilmente arriva alla fine di un libro (non me ne vanto, anzi, ne parlo come di un mio limite): nel caso di “Sputasangue”, di Gabriele Cremonini (Pendragon, 2007), mi sono lasciato conquistare dall’impianto del romanzo e guidare da un uso sapiente della suspense fino alle ultime parole.

Ho trovato ammirevole la struttura del romanzo, il gioco tra passato e trapassato, i rimandi discreti tra i due piani narrativi (i tre, nel finale a sorpresa). Mi sono goduto la costruzione attenta, scrupolosa, dei personaggi e degli ambienti, compiuta soprattutto attraverso la ricerca linguistica, e in particolare la vividezza e la precisione di un lessico che dà il sapore di un’epoca (di due, anzi) ricrea gli ambienti rurali, il lavoro e la vita della campagna, i rumori e i suoni dei boschi.

Quella di Cremonini è una narrazione verista intrisa di inquietudine novecentesca; in essa ho trovato una certa sintonia (appunto) con il mio modo di intendere la narrazione – nel gioco dei piani temporali, nel taglio delle scene, nell’attenzione paziente per gli aspetti formali, nello sguardo sui personaggi, ma anche nel desiderio di andare oltre la contemporaneità un po’ facile, l’autobiografismo voluto o meno.

lunedì 20 ottobre 2008

Sintonie, 1: Stéphanie Hochet


Chi conosce il francese potrà leggere i romanzi arguti e intensi di Stéphanie Hochet, purtroppo non ancora tradotta in Italia nonostante il plauso critico in Francia. Il suo esordio, sorprendente, avviene nel 2001 con “Moutarde douce” (Laffont), che fa rivivere in modo credibile e brillante il romanzo epistolare, applicandone gli stilemi all’ambiente culturale e editoriale di oggi (o di uno ieri molto vicino): è una commedia di grazia settecentesca, in cui si agitano scrittori giovani e già celebri, amici, lettrici pervase da passioni intrattenibili. Sempre di scrittori tratta, ma con allegra asprezza, con crudeltà ironica, il più recente “Les Infernales” (Stock, 2005), che ammicca sin dal titolo a Clouzot.

Stéphanie eccelle nella pittura di caratteri complessi e sfuggenti, nel racconto della tensione che si scatena quando in dinamiche che paiono stabili si insinua una presenza perturbatrice. Ne “L’Apocalypse selon Embrun” (Stock, 2004) e in “Je ne connais pas ma force” (Fayard, 2007) queste presenze portatrici di caos sono una bambina sgraziata come uno gnomo e un adolescente che, scopertosi malato di cancro, decide di diventare il führer del proprio corpo. Attorno a loro, esplodono i precari equilibri sociali e familiari; sono figure che con una sorta di impassibile ferocia infieriscono sulle pietose certezze degli altri, sulle piacevoli convenzioni borghesi, logorandole attraverso un continuo lavorio fatto di frasi violente, sguardi cattivi, silenzi minacciosi, ostinazioni incomprensibili, menzogne gratuite, gesti incongrui. La loro “forza” è osservata dall’esterno, raccontata (con un distacco ironico che non esclude una commozione pudica) attraverso lo sfaldarsi progressivo dei legami attorno a loro, ma anche rivelata dall’interno, attraverso la complessa strategia dei loro pensieri. E qui scopriamo che anche quei personaggi crudeli e perturbanti - che le loro vittime finiscono per interpretare quasi come incarnazioni del male, come creature del caos - nascondono una loro contorta fragilità. Sono bambini, e adolescenti.

domenica 12 ottobre 2008

Nuovi linguaggi tra web e scuola: prove tecniche di contatto

Esplorando la rete
(Ecco la seconda parte del già citato articolo di prossima pubblicazione su "L'école valdôtaine"; il titolo è provvisorio)
Partiamo proprio dall’enunciazione di una difficoltà, nota, credo, a tutti i docenti di lettere: sovente questa pratica linguistica, che non è esclusiva del web, ma sul web prolifera, si infiltra nelle altre scritture, contamina gli appunti, compare sui compiti in classe, togliendo, ai nostri occhi, sensibilità alla precisione lessicale e alla correttezza grammaticale. Se poi ne seguiamo le tracce su internet, essa sembra rivelare un sistema di relazioni istantanee ma superficiali con il mondo, rivela anche e soprattutto ansia di mantenere aperto il contatto (anzi, una rete di contatti in cui la cosa più importante è comparire, più che dire), di sentire che l’altro (gli altri) ti conoscono, ti pensano, forse stanno per risponderti, forse lo faranno, perché non lo fanno ora?
L’iconicità della grafica, ormai inscindibile dal testo, l’uso avventuroso dei colori, della punteggiatura e di emoticon via via più sofisticati, rimediano alla limitatezza di lessico e sintassi, rendono più veloce il messaggio, riducono il rischio di equivoci. I segni visivi diventano didascalie di immediata lettura, che rassicurano sia chi legge, sia, soprattutto, chi scrive, esternandone e fissandone al di là di ogni dubbio le emozioni e le intenzioni.
Da quando è possibile aprire un numero praticamente infinito di blog gratuitamente e velocemente, tutti ne curano almeno uno, postano contributi, discutono degli argomenti più vari: ma quanti li leggono davvero, oltre agli autori? A scorrere rapidamente alcuni dei numerosissimi blog che affollano la rete, si scopre che pochissimi riescono davvero a emergere, e soprattutto a suscitare commenti; e pochissimi commenti diventano occasione di uno scambio non episodico di messaggi. Il blog sembra essere per sua natura autoreferenziale: il creatore del blog parla di sé, e ne parla a se stesso (se poi qualcuno legge, meglio, ma davvero esso sembra aver sostituito le pagine di un diario). Nel migliore dei casi, si alimenta una piccola comunità di amici con cui, più che il contenuto del messaggio, pare sia importante mantenere, anche solo con un emoticon e quattro punti interrogativi o esclamativi di fila, un contatto.
Anche nei forum, molti temi di discussione sono presto disertati o del tutto ignorati, e solo pochi di questi danno vita a confronti che, se troppo animati, diventano un affastellarsi di interventi fuori sincrono.

domenica 28 settembre 2008

Nuovi linguaggi tra web e scuola: prove tecniche di contatto

(Ecco l'inizio di un articolo di prossima pubblicazione su "L'école valdôtaine"; il titolo è provvisorio)
La percezione di un problema
I nuovi media sembrano favorire e anzi imporre la diffusione di convenzioni linguistiche in perenne mutazione, dietro cui la scuola fatica a tenere il passo. Basta affacciarsi su internet, curiosare nei blog o nei forum, origliare tra i messaggi sulle pagine di myspace, di facebook o di altre community, per accorgersi di una lingua diversa rispetto a quella che ci sforziamo di insegnare a scuola (ma anche, per la verità, rispetto a quella che consigliano i buoni manuali di scrittura per il web). All’occhio critico dell’insegnante, l’uso reale di questi linguaggi iconici, sintetici, abbrevianti, sostituisce l’avventatezza alla riflessione, rivela insensibilità per la grammatica, ne afferma una nuova, più elementare ed ellittica, esclamativa. Ma se pure noi utilizziamo internet (apriamo un blog, ci lasciamo coinvolgere da un forum, inviamo una e-mail, comunichiamo per iscritto su skype), sentiamo subito che anche la nostra lingua cambia, si fa paratattica, sussultante, indulge in abbreviazioni e icone, non si dà pensiero dell’ortografia.
Questa lingua d’uso, veloce, immediata, vitale, certo, ma anche distratta, approssimativa, ci pare ancora più disorientante del linguaggio ufficiale dei nuovi media, denso di tecnicismi, gergalismi, anglicismi. In essa ravvisiamo la deriva, già notata nell’italiano degli sms o in quello televisivo, l’impoverimento lessicale, l’incoscienza sintattica; con l’aggravante che internet espande, moltiplica queste cattive abitudini, in un colossale gioco di copia-incolla, che in un certo senso le formalizza come caratteri della lingua di oggi.
Preso atto di questo, cioè della percezione di una grande differenza, a che punto è l’incontro tra le esigenze della scuola e l’impiego dei nuovi media?

giovedì 7 agosto 2008

"Viaggio in una stanza: leggendo Coraline"

Si prenda una ragazzina sui dieci anni. Le si doni “Coraline” – meglio, glielo si legga a voce alta. Se io, adulto, ho amato il romanzo di Gaiman, che effetto avrà su una divoratrice di fantasy melensa per adolescenti che conosce le fiabe solo attraverso versioni edulcorate e chiassose in dvd? Oggi mi riconosco negli adulti di “Coraline”, distratti, affaccendati, ironici, ma sono stato anch’io come la protagonista: incuriosito da tutto, rumorosamente annoiato da giornate tutte uguali, attratto da pozzi, nebbie, odori, porte, angoli oscuri, ombre.
La piccola Rebecca, figlia di amici, fa al caso mio. È una tirannella con un vasto repertorio di moine, ma l’ho sorpresa imbambolata dall’emozione di fronte alla Chihiro de “La città incantata”. Voglio scoprire come si immergerà nella storia di Gaiman e come ne uscirà.
Leggiamo. Dapprima la mia impaziente ascoltatrice trattiene un paio di sbadigli; ma presto la figuretta priva di glamour di Coraline la conquista. Il romanzo ha il vantaggio del divagare; come nelle fantasticherie collose del dormiveglia, o in quei sogni ossessivi da cui si cerca di svegliarsi invano, esso si concede insistenze, indugi, parentesi, ripetizioni. Mentre il racconto esplode in una trovata in tempo per non diventare davvero minaccioso, il romanzo rimanda indefinitamente la rassicurante esperienza del lieto fine e lascia in chi sospende la lettura una sensazione di persistenza, un retrogusto di incertezza che si può controllare solo riprendendo a leggere.
Gaiman lavora con materiale consueto: ombre, specchi, animaletti disgustosi o petulanti, personaggi eccentrici, corridoi, specchi, nebbie. Ma Rebecca non sembra accorgersene, e io scopro di non essermi ancora stancato di questo catalogo di inquietudini. Non ne avremmo mai abbastanza di nebbie e angoli oscuri. Nebbie, soffitte, scantinati, stanze segrete nascondono sempre cose diverse.
Dire che niente è come sembra e che non sapremo mai come sono davvero le cose è un povero luogo comune. Altro è raccontarlo attraverso lo stupore di un bambino che vede incrinare per la prima volta le sue certezze: con uno specchio in più scopre come lo vedono gli altri e si vede estraneo a se stesso; da smorfie improvvise, da sguardi obliqui degli adulti scopre che essi hanno una natura che non amano rivelare e una vita nascosta fatta di cerimoniali incomprensibili che ricordano un complotto. È una delle prime vere paure, che coltiviamo compressa in noi, senza trovare le parole giuste per definirla, e che Gaiman inscena raddoppiando figure e luoghi, lavorando su piccole differenze rivelatrici, scarti, incongruenze.
Rispetto a “Stardust”, “Coraline” è un dramma da camera, con momenti di rapinosa claustrofobia. Non smonta e rimonta le convenzioni del fantasy, guarda ad altri modelli (Lewis Carroll innanzitutto) e lavora d’immaginazione più che di parodia. Sì, alcune invenzioni non suonano nuove (l’altra madre che pilucca scarafaggi, la mano ragnesca sul pavimento sembrano uscite da una pagina di Dahl), ma non per Rebecca che da poco, stufa dell’enfasi della mia lettura, ha preteso di continuare per conto suo.
Come una fiaba, “Coraline” racconta paure, enigmi affettivi, angosce di abbandono. Ci ho avvertito i sedimenti di certe malinconie crudeli di Andersen, l’eco degli educati deliri della contessa di Ségur. È perfetto per una serata in una cameretta: invece di abbattere pareti e proiettare l’immaginazione in vasti spazi, rimpicciolisce la stanza e la popola di ombre, sdoppiamenti, brutte copie, caricature grottesche, su cui regna con paziente egoismo l’altra madre, proiezione minacciosa e paradossale della figura materna, creatrice di un mondo parallelo, soffocante e approssimativo.
Lascio che Rebecca legga da sola. Me la immagino chiusa nella sua cameretta, staccare talora gli occhi dalle righe, per accertarsi che nessun essere indefinibile strisci lungo i muri. Le invidio questo privilegio, che l’età adulta e gli studi inibiscono. Il lieto fine la soccorrerà al momento giusto.
(Questo articolo è comparso sul numero di febbraio 2008 di "Rumore" in un bello special su Neil Gaiman orchestrato da Giona A. Nazzaro)