domenica 4 gennaio 2009

Indugi, 1

L’indugio è una tecnica narrativa poco praticata oggi, quando non è vista addirittura come un difetto strutturale: prevale la velocità, l’entrare subito in medias res, l’azzanno del lettore, le strategie da guerra lampo – protratte però per tre, quattrocento pagine. Esso sembra, ai più, relegato alla memoria della letteratura sette-ottocentesca, e spesso a un nostro approccio adolescenziale o scolastico a questa letteratura. Gli scrittori di oggi (molti, d’accordo, non tutti) non procedono più a passo d’uomo: e arrivano al punto da subito, inanellano scene madri, saltano da una spannung all’altra, intasano le pagine di ogni sorta di coup de théâtre. Sanno di rivolgersi per lo più a lettori impazienti, esosi di sensazioni, irrimediabilmente portati alla distrazione.
Chissà se esistono ancora lettori amanti dell’indugio come il flemmatico, contemplativo Amedeo, protagonista de “L’avventura di un lettore”, che «ama i grossi tomi e mette nell’affrontarli il piacere fisico dell’affrontare una grossa fatica». Li soppesa, ne considera «con un po’ di apprensione» pagine, capitoli. Poi vi si immerge, «un po’ riluttando all’inizio». È interessante che l’indugio sia applicato da Calvino anche alla misura parsimoniosa di questo racconto (proprio da lui, che ha esaltato la “rapidità” nelle “Lezioni americane”: ma presentando lo “scriver breve” come una virtù relativa, senza escludere le virtù della lentezza e dell’indugio nei dettagli: arrivando insomma, a parlarne come di strumenti alla pari nella modulazione del tempo narrativo).
In “Variazioni selvagge”, Hélène Grimaud, ricordando le letture appassionanti affrontate da bambina, suggerisce una finalità dell’indugio che suona condivisibile: «Alexandre Dumas ha vegliato sugli anni della mia infanzia con una generosità, un’attenzione, una sollecitudine nel darmi piacere che non hanno uguali. Che eleganza! Che abbondanza di descrizioni per non farmi smarrire in uno scenario incerto!». Subito dopo, la sofisticata pianista allevatrice di lupi svela l’effetto positivo del narrare ottocentesco, che non rinuncia a nulla: «Leggendo, accarezzavo con il pollice il dorso del volume, il cui spessore prometteva decine d’altri incontri segreti». Promesse e prudenza, sguardo pedagogico sul lettore e garanzia di mille sviluppi futuri: il senso della narrativa realistica o storica o d’avventura del secolo diciannovesimo sta probabilmente in questo.

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