mercoledì 20 luglio 2011

Da "Letteratitudine": Jean-François Robin, “Johann Sebastian Bach in disgrazia”


Leggo “Johann Sebastian Bach in disgrazia”, ovvero “La disgrâce de Jean-Sébastien Bach” di Jean-François Robin, che Nottetempo ha pubblicato nel 2007 nella traduzione di Laura Barile. A colpirmi è la levità della narrazione, ottenuta grazie al ricorso alla pacata voce narrante del giovane Lucas Traum; Traum, militare non ignaro di musica, è incaricato di fare la guardia a un Bach trentenne, imprigionato (dapprima senza strumenti, poi in compagnia di una spinetta) in una stanza del castello di Weimar dal Principe di Sassonia-Weimar, che non vuole concedere al musicista di trasferirsi presso la Corte di Köthen.
Di Bach è resa bene la vitalità inarrestabile: all’epoca è un giovane fisicamente imponente, dotato di energia e resistenza non comuni, amante del fumo della pipa, del buon cibo e del bere, e innamoratissimo della moglie Maria Barbara, da cui è tenuto separato ma che riuscirà a incontrare. In tutto questo, nelle gioie del palato come nel fascino femminile, Bach vede dolci doni di Dio, da delibare con moderazione, sì, certo non da rifiutare. Anche la musica rientra in questa visione appassionata, vorace, della vita: ogni nota è scritta a maggior gloria di Dio, di cui solo la musica può esaltare la grandezza e la misericordia. Bach compone inarrestabile, dopo aver disegnato prima una pedaliera d’organo sul pavimento della nuda stanza in cui è stato rinchiuso, poi una tastiera su un vecchio tavolo. Non c’è bisogno di uno strumento vero, quando c’è la voce umana a cantare (in quel periodo Bach compone i corali del “Piccolo libro d’organo”, ma anche Cantate sacre e profane). E non c’è bisogno di ascoltare la musica, quando le pagine fittamente riempite di grappoli di note risuonano alla sola lettura. Passione e pazienza (artigianale dedizione, pratica continua) sono i due princìpi a cui Bach si attiene.
Ai figli ancora piccoli Bach pensa con commozione: ne farà dei musicisti, perché il musicista, nella sua visione (in quella di Robin, se non altro), è un uomo davvero libero, non un cortigiano, né un soldato. Il musicista, dice Bach, ha solo Dio come autorità superiore. E qui si torna a uno dei temi che questo forum di "Letteratitudine" ha trattato spesso, il rapporto tra espressione e potere, tra arte e autorità. Bach prigioniero non si umilia, non si abbassa: quanto più gli si consiglia prudenza e sottomissione, tanto più egli si intestardisce, programma il suo futuro di musicista libero (libero cioè, visto il contesto storico, di scegliersi il signore che più gli aggrada, quello che più mostra di apprezzarlo).

Altro tema che ritorna, almeno da “Amadeus” in su (no, mi correggo: da “Mozart e Salieri” di Puškin in su, visto che tutto della leggenda salieriana nasce tra i versi di quella “piccola tragedia”), e che ritrovo in “Johann Sebastian Bach in disgrazia” di Jean-François Robin, è il confronto tra la grandezza del genio (Bach, in questo caso) e la mediocrità senza speranza (qui il giovane Drese, rimasto musicista di corte, o meglio Kapellmeister, a seguito appunto della reclusione di Bach). Ma più che la mediocrità di Drese, spiccano la meschinità e la sordità del Principe, che cocciutamente rifiuta la musica di Bach, anzi la mette al bando, e condanna il musicista a una sorta di damnatio memoriae presso la corte. Bach ha osato comportarsi da uomo libero, cioè da professionista della musica, rifiutando di adattarsi al rango di servo.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica

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