sabato 12 aprile 2014

Da Letteratitudine News: Giovanna Repetto, "L'alibi della vittima"

Confezionato dall’editore Gargoyle come un thriller (il titolo, l’immagine per la verità non particolarmente accattivante della copertina, le note in quarta), “L’alibi della vittima” di Giovanna Repetto è, per fortuna, qualcosa di più. Gli ingredienti del poliziesco, o se vogliamo del mistery, ci sono tutti: struttura a puzzle che a poco a poco si ricompone, tensioni che sfoceranno prima o poi in un omicidio, indagini successive, depistaggi, svelamenti. Repetto si muove all’interno di queste convenzioni con abilità, da lettrice appassionata e da scrittrice “non” di genere: e, nel rispettarle, le adatta in realtà a un suo personale intendimento, che non prescinde mai dal nitore della scrittura di qualità (il che mi ha ricordato in diverse pagine l’uso che del giallo ha fatto un maestro al di là di ogni genere come Pontiggia). Per una mia personale idiosincrasia, ho provato a leggere “L’alibi della vittima” non come un thriller, ma come un romanzo tout court: e anche in questa veste l’opera funziona, perché, come dicevo, lo stile è sorvegliato e ricco, i caratteri complessi si tengono alla larga dai cliché psicologici che banalizzano spesso i personaggi di questo tipo di letteratura, e l’autrice nel costruire l’ampia narrazione è attenta a disporre tasselli di anime più che a disseminare indizi veri o falsi. Giovanna Repetto, che è psicologa, esplora in questo suo libro proprio le “problematiche legate alle dipendenze patologiche” di cui si occupa da decenni: ed ecco una galleria di personaggi inquieti e fragili, spesso incapaci di esprimersi compiutamente o portati a mentire, pronti a simulare per difesa, i quali covano dipendenze di vario genere (dalla droga, certo, ma anche dal lavoro, da un’altra persona, che sia un marito, un amante, un figlio, un guru a capo di un centro di recupero, o da errori commessi, o da ciò che gli altri sembrano volere da loro). L’autrice li osserva e li studia con il rispetto dovuto a figure reali, e qui si intuisce quanti casi simili l’esperienza pluridecennale nel settore deve averle messo di fronte.
Si diceva dei personaggi, e di come siano efficacemente descritte dall’autrice le loro pulsioni, decifrati i loro piani, smascherati, con calma, con pazienza, i loro infingimenti; resta sempre qualcosa da scoprire, in loro, le ragioni più profonde, le motivazioni meno confessabili: per queste non ci vuole fretta, il romanzone è un accogliente corpus di 333 pagine, prima o poi capiremo magari non tutto, ma molto, e ci sentiremo piacevolmente coinvolti in un viluppo di rivelazioni e confidenze. Molti di loro si sdoppiano, completandosi così in personaggi complementari: Lina, la psicologa del centro, pacata e riflessiva, trova la sua versione sanguigna e appassionata nell’amica assistente sociale Maria; il maresciallo Trevisan, malinconico, correttissimo, è controbilanciato dall’oscuro e violento e corrotto brigadiere Di Stasio; Greta, seducente, calcolatrice, è legata alla scialba e irrisolta Alisia; Esposito e Tommasiello, inseparabili colleghi e appassionati di informatica, si danno invece a recitativi da commedia che aggiornano il lettore sugli sviluppi di una vicenda inevitabilmente intricata; e potremmo continuare, perché gli agganci, i rimandi, gli echi, innervano tutto il calibratissimo romanzo. Ci sono anche i cattivi, naturalmente: Memè lo spacciatore, l’odioso Di Stasio, sono afflitti dallo stesso superomismo irrimediabilmente provinciale; presuntuosi, dispotici, fatui, nascondono alla meno peggio la loro mediocrità dietro a pose imparate alla televisione o al cinema (cattiva televisione, pessimo cinema, è ovvio). Se suonano convenzionali, è perché lo sono i modelli volgari a cui si ispirano – il mondo è pieno di tronfi individui convenzionali che non sanno di esserlo, e che ahimè rappresentano un po’ lo spirito dei nostri tempi.

Attorno a queste vite si stende Rocca Persa, immaginaria ma verosimile cittadina dell’agro romano, paradigma di cittadina vicinissima alla capitale ma condannata a rimanere periferica, in cui tutti, come da prassi, si conoscono, pur cercando di coltivare segreti, e in cui prima o poi tutti si incroceranno. Meno torbido di quanto capiti in altri romanzi di genere, questo microcosmo serve in realtà per ragionare, attraverso il racconto, su mali vecchi e nuovi dell’Italia, che Repetto dimostra di conoscere bene: che so, l’inefficienza delle strutture pubbliche appena temperata dalla forza di volontà dei singoli operatori, l’incapacità di offrire reali alternative a giovani privi di opportunità e prede di illusionisti di vario genere, e la sovraesposizione mediatica di personalità ambigue e false come il boss del centro di recupero… Ma tutto questo non è, appunto, colore, non nasce dalla volontà di rimestare nel torbido, ma da una partecipazione sincera e inequivoca, oltre che da competenza vera, formata sul campo.

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