domenica 16 novembre 2014

Ascolti: Aut Records, 3

Eccoci al terzo e ultimo appuntamento (per ora, almeno) con la più recente produzione dell’etichetta indipendente e sconfinante Aut Records.
Improvvisazione totale e collettiva, generosa di impasti lavici, di lacerazioni rabbiose ma anche di inaspettate raffinatezze timbriche, è la formula del collettivo composto dall’Hanam Quintet (Alison Blunt, Anna Kaluza, Manuel Miethe, Nikolai Meinhold e Horst Nonnenmacher) con Tristan Honsinger. L’album, che raccoglie alcune performance registrate dal vivo tra il 2011 e il 2012, tra Londra e Berlino, riesce a catturare lo spirito celebrativo, il senso di rito che anima esecuzioni come questa. La musica si colloca in quella dimensione avanzata e liminale della musica di ricerca degli ultimi decenni, in cui non ha più senso distinguere e catalogare ciò che può essere considerato un’estrema propaggine dell’esperienza jazzistica e ciò che proviene dall’avanguardia diciamo così colta (certo non sono certi strumenti di tradizione classica a fare la differenza, visto l’uso ormai consolidato di violino e violoncello in tali contesti): come nei gruppi e nelle orchestre di improvvisatori che vengono citate dagli stessi componenti quali modelli di riferimento, l’esecuzione estemporanea, fatta di tensioni non risolte, di ossessività puntillistica, di alternanza di frenesia e di quiete, di contrasto e di assestamento, vale come composizione collettiva in tempo reale, destinata a bruciare nell’istante del riverbero del suono, a meno che nei dintorni non vi sia, come in questo caso, qualche provvidenziale registratore. Bisogna sapersi ascoltare, e condividere un comune intento, per assecondare il caos, per dare a esso una struttura sempre nuova, per non deviare verso l’arbitrarietà o rassegnarsi alla riproposizione di stilemi avanguardistici di comodo. E questo l’Hanam Quintet lo sa fare in modo assai convincente.


Alla frenesia dell’Hanam Quintet si contrappongono le atmosfere di “Schrödinger’s Cat”, l’album di Paolo Brusò, Riccardo Marogna e Niccolò Romanin. Anche in questo caso l’approccio è improvvisativo, ma in un certo senso trattenuto e governato da suggestioni che vogliono rimandare alla scienza, o alla fantascienza: ed è un galleggiare di forme placidamente inquiete, tracciate dagli strumenti solisti (sax o clarinetto) di Marogna, che non sapresti se equiparare a organismi vegetali in via di lento sboccio, in espansione e mutazione, o a certe forme di vita animale (citare il gatto sarebbe troppo facile). Al monologo interiore del protagonista si unisce a tratti la seconda voce della chitarra di Brusò, per il resto intenta assieme alle percussioni di Romanin a pennellare con bel senso dell’equilibrio il panorama, che di volta in volta si fa tappeto sonoro, soundtrack, o rumore di fondo di un sogno che potrebbe diventare incubo da un momento all’altro. Il tutto è da osservare con calma, senza fretta – e senza fretta e senza apparente inquietudine, a parte certi momenti di spannung molto cinematografica, il trio dispiega gli spazi e dilata i tempi, avvalendosi di strumenti tradizionali ma anche dell’apporto dell’elettronica.

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