Eccoci al terzo e ultimo
appuntamento (per ora, almeno) con la più recente produzione dell’etichetta
indipendente e sconfinante Aut Records.
Improvvisazione totale e
collettiva, generosa di impasti lavici, di lacerazioni rabbiose ma anche di inaspettate
raffinatezze timbriche, è la formula del collettivo composto dall’Hanam Quintet
(Alison Blunt, Anna Kaluza, Manuel Miethe, Nikolai Meinhold e Horst
Nonnenmacher) con Tristan Honsinger. L’album, che raccoglie alcune performance
registrate dal vivo tra il 2011 e il 2012, tra Londra e Berlino, riesce a
catturare lo spirito celebrativo, il senso di rito che anima esecuzioni come
questa. La musica si colloca in quella dimensione avanzata e liminale della
musica di ricerca degli ultimi decenni, in cui non ha più senso distinguere e
catalogare ciò che può essere considerato un’estrema propaggine dell’esperienza
jazzistica e ciò che proviene dall’avanguardia diciamo così colta (certo non
sono certi strumenti di tradizione classica a fare la differenza, visto l’uso
ormai consolidato di violino e violoncello in tali contesti): come nei gruppi e
nelle orchestre di improvvisatori che vengono citate dagli stessi componenti quali
modelli di riferimento, l’esecuzione estemporanea, fatta di tensioni non
risolte, di ossessività puntillistica, di alternanza di frenesia e di quiete, di
contrasto e di assestamento, vale come composizione collettiva in tempo reale,
destinata a bruciare nell’istante del riverbero del suono, a meno che nei
dintorni non vi sia, come in questo caso, qualche provvidenziale registratore.
Bisogna sapersi ascoltare, e condividere un comune intento, per assecondare il
caos, per dare a esso una struttura sempre nuova, per non deviare verso
l’arbitrarietà o rassegnarsi alla riproposizione di stilemi avanguardistici di
comodo. E questo l’Hanam Quintet lo sa fare in modo assai convincente.
Alla frenesia dell’Hanam
Quintet si contrappongono le atmosfere di “Schrödinger’s Cat”, l’album di Paolo
Brusò, Riccardo Marogna e Niccolò Romanin. Anche in questo caso l’approccio è
improvvisativo, ma in un certo senso trattenuto e governato da suggestioni che vogliono
rimandare alla scienza, o alla fantascienza: ed è un galleggiare di forme placidamente
inquiete, tracciate dagli strumenti solisti (sax o clarinetto) di Marogna, che
non sapresti se equiparare a organismi vegetali in via di lento sboccio, in
espansione e mutazione, o a certe forme di vita animale (citare il gatto sarebbe
troppo facile). Al monologo interiore del protagonista si unisce a tratti la
seconda voce della chitarra di Brusò, per il resto intenta assieme alle
percussioni di Romanin a pennellare con bel senso dell’equilibrio il panorama,
che di volta in volta si fa tappeto sonoro, soundtrack,
o rumore di fondo di un sogno che potrebbe diventare incubo da un momento
all’altro. Il tutto è da osservare con calma, senza fretta – e senza fretta e
senza apparente inquietudine, a parte certi momenti di spannung molto cinematografica, il trio dispiega gli spazi e dilata
i tempi, avvalendosi di strumenti tradizionali ma anche dell’apporto
dell’elettronica.


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