Continuo a vagare in mezzo
ai più recenti album pubblicati da Aut Records, innovativa e anzi radicale
label discografica berlinese.
Radicale è anche il
progetto sulla voce “Puzzling”, del duo vocale “Patchwork voices” (Claudia Cervenca e Annette Giesriegl), che deve
molto, almeno nelle premesse, all’esplorazione delle potenzialità della vocalità
umana portata avanti da Berio, Berberian e da molti altri già dagli anni Sessanta. Qui le voci non cantano più, nemmeno per parodiare il
canto (lo fanno, sporadicamente, in “_wo”): verseggiano, invece, cincischiano, respirano (respiri sempre franti), borbottano, strillano; le sovrapposizioni dovute alla
rielaborazione elettronica fanno delle due voci una foresta di suoni:
primati, anfibi, uccelli, insetti si risvegliano, fanno a gara, segnano
sonoramente territori e autorità, lanciano richiami, ronzano, poi tacciono
d’improvviso, come per un pericolo improvviso. A volte la foresta
assume i connotati imprevisti di un contesto rurale (“_ive”), oppure urbano,
dominato dal parlottio indistinto e petulante dei mezzi di comunicazione. Insomma, si alternano paesaggi ipertecnologici e preistorici, in cui accanto a versi sentiamo segnali radio
disturbati, mormorii nel sonno, lallazioni infantili, esercizi di
vocalità. Non c’è quasi mai musica
(in termini di altezze, nei parametri soliti con cui si può definire un suono
in termini di canto, a parte in “_ree”,
che suona come una sorta di pausa, armonicamente statica, nel chiacchiericcio
compulsivo dell’opera, e in “_ine”) e non c’è nemmeno parola (cioè un insieme coeso di significante e di significato),
con l’eccezione importante e programmatica di “_ur”, declamazione di un testo
di Umberto Ak’abal: ma suoni sparsi, frammenti atomizzati, particelle sconnesse,
iterazioni compulsive. Se qualcosa rimane, del linguaggio musicale tradizionale,
in questo esperimento di pura improvvisazione, è il procedimento imitativo, che
dà luogo a un singolare contrappunto.
Paesaggi assai diversi, nel
tempo e nello spazio, in “Bug Jargal” una registrazione del 1998, a modo suo
storica, del trio composto da Luciano Caruso, Giorgio Pacorig, Nello Da Pont:
qui i riferimenti dei musicisti sono altrove, nella musica liquida degli anni
Settanta tra il Miles Davis elettrico degli album live e il free più disposto a
contaminazioni funk. Sull'implacabile tessuto connettivo percussivo, sulla copertura
accordale fluida, caratterizzata da una timbrica vintage, gli strumenti (il sax soprano di Caruso, il Fender Rhodes di Pacorig) improvvisano
come sotto ipnosi, senza negarsi certi tic stilistici di quegli anni eccitanti e ingenerando
qualche sospetto di hommage parodistico
(in “Hegel in Haiti” o in “Black Jacobins”, ad esempio). A rendere l’operazione
diversa da un semplice repêchage è una
virgolettatura implicita di quel materiale, oltre a un certo nervosismo di fondo, molto
contemporaneo, che fa sì che gli interventi solistici si traducano in
estemporanee variazioni senza tema, in rielaborazioni scaturite volentieri da
materiale bruto, magmatico. Ecco, al di là del tributo anche ironico a certe
sonorità dei bei tempi del jazz elettrico, qui sta l’attualità del progetto:
materiale improvvisativo puro, in cui galleggiano talvolta echi, o si
riconoscono ostinati, ma mai canoniche rielaborazioni tematiche.


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