sabato 8 novembre 2014

Da Fuori Asse n. 12: Elio Grasso, "Il cibo dei venti"

Elio Grasso
“Il cibo dei venti”
Effigie, 2014
Italo Calvino, a proposito dell’opera del ligure Francesco Biamonti, e in particolare de “L’angelo di Avrigue”, parlava di “romanzi-paesaggio”, distinguendoli dai “romanzi-ritratto”. La definizione calza alla perfezione anche per questo libro di Elio Grasso, che alla narrazione di Biamonti, inquieta e sospesa, carica di silenzi eppure concretissima di cose, si collega idealmente.
Elio Grasso si accosta al romanzo con delicatezza e prudenza: il suo è un vedere da poeta, un soffermarsi sui lati nascosti delle cose, un lavorare sulla forza evocativa delle parole. Bussa al romanzo, dunque, prima di entrarvi: e una volta dentro, ci si muove con attenzione, preoccupato, si direbbe, di strafare, o di rompere qualcosa. Il suo romanzo è una casa isolata: e in una casa isolata, non grande, ma a modo suo accogliente, un po’ nascosta, immersa nella vegetazione ligure dei cui forti aromi si è impregnata, come la prosa di Grasso si è impregnata delle asprezze e delle schiettezze della tradizione letteraria ligure (oltre al citato Biamonti, ecco l’inevitabile Montale, di cui Grasso sembra riprendere la determinazione a repertoriare la realtà sensibile e il gusto per le dissonanze, fino a Nico Orengo), è ambientata gran parte delle vicende narrate. È una casa silenziosa, in cui si vive lentamente ogni giorno e si parla poco, ma quel che si dice è importante, come lo sono (sempre) i suoni che vengono dall’esterno, che rimandano al brulicare della natura di fuori, viva e affaccendata. Una casa inerpicata in alto, nella Liguria che diventa montagna subito dopo essere stata costa: e la presenza del mare, laggiù, costante, negli odori, nei colori, nelle abitudini e nelle economie di ogni giorno, anche se non sempre è visibile.
“Nelle crepe dei mattoni calcinati c’è il mondo di qua, in miniatura. Potrebbe sembrare l’impronta di quello grande, ma non è così. Appartato, gentile, contiene tutto quel che serve, nomi compresi, a preservare se stesso, a continuarne la storia oltre il caos.” Poche cose dentro le stanze dipinte di bianco: libri, fotografie, attrezzi da lavoro. La casa risuona invece di ricordi confusi, da ricostruire: i genitori, il passato familiare connesso con la storia collettiva, la figura sfuggente del padre, silenzioso, solido in un’epoca di paure e pericoli. Riavvicinarsi alla figura del padre significa non solo recuperarne i ricordi, ma anche riviverne i gesti, riscoprirne la nascosta vitalità, il saldo rapporto con le cose, con l’orto – ma anche rispettarne i silenzi e i segreti, riassaporandoli di lato, con la stessa curiosità inappagata del bambino.
Questa meditazione in prosa sul tempo che scorre, sui ricordi che sfuggono, i sogni che si fanno insistenti, il bisogno di sapori semplici e di affetti puri – questa meditazione diventa romanzo quando dall’esterno si affaccia la storia con i suoi lampi di violenza, e quando preme la necessità di ricostruire parti sconnesse della memoria familiare. Allora all’io narrante non bastano più gli amici che andando avanti e indietro lo connettono con il mondo esterno (Bechir, lo spacciatore affabulatore che verrà ucciso, Alex, Mita, con cui il narratore vive frammenti di una passione, il figlio di lei, e poi don Daniele, e ancora un amico lontano che vive in pianura e gli invia lettere): il protagonista deve partire in treno, andare a cercare una cugina di cui non sa più nulla, figlia di uno zio dai trascorsi violenti. E qui, in queste pieghe del racconto, si intravedono le ragioni del suo esilio in questa parte nascosta di mondo, il suo ostinato contentarsi di cose semplici e forti, in una solitudine quasi piena, in cui l’orto è una terapia per dolori che restano inespressi, ma che sentiamo covare.

C’è un’altra terapia, a dire il vero, enunciata qua e là con parsimonia: ed è quella della scrittura. “La vita migliora con molti modi, oltre alla poesia ci sono i gesti che preparano il cibo. / Già, la poesia. Da quanto vi ho rinunciato?” “Intanto mi concentro su poche parole, quelle che scriverò.” In questi richiami alla scrittura, Elio Grasso resta poeta: e la lezione della poesia, adattata con naturalezza alla forma del romanzo, la si avverte nella cura delle parole, certo, ma soprattutto nell’attenzione al ritmo, alle pause, negli a capo intensi come respiri, nel dosaggio dei silenzi, nel senso di racconto come confidenza, a bassa voce, nel pudore anche, se volete nella ritrosia un po’ ruvida di chi vuole condividere una ricerca ma non vorrebbe imporla, non vorrebbe declamarla.

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