Di Leo Tuor avevo letto
“Giacumbert Nau”, storia – a pezzi, a frammenti – di un pastore dei Grigioni,
scritta in romancio, pubblicata nel 2008 da Casagrande, nella traduzione di
Riccarda Caflisch e Francesco Maiello: aspro, ispido breviario di appunti con
al centro un personaggio ispido e aspro, legato alla solitudine di alpeggi e
monti e alla durezza di una vita rimasta bloccata nel tempo. Libro sarcastico,
anche, sui cliché della vita di montagna oltre che sulle convenzioni della
civiltà dei consumi che sulla montagna si affaccia curiosa e inopportuna. Per
questo ho atteso con grande curiosità l’uscita in italiano del nuovo libro di
Tuor, “Caccia allo stambecco con Wittgenstein”, pubblicato sempre da Casagrande
nella brillante traduzione di Roberta Gado nella collana “Alfabeti”.
Il libro (chiamiamolo
pure romanzo anche questo, se volete, e se avete fiducia nella capacità del romanzo
come genere di accogliere ogni forma, di adattarsi a ogni altro genere)
racconta quello che è enunciato nel titolo: una caccia allo stambecco, scandita
giorno dopo giorno, con ironico rimando ai giorni della creazione secondo la
Genesi (“Tramonta il sole. Viene blu, viene torbido, viene notte: il secondo
giorno”. “Viene umido, viene freddo, sempre più umido e sempre più freddo: il
sesto giorno”). La caccia (mettiamo da parte per qualche minuto la nostra
personale avversione per questa pratica, così come abbiamo fatto leggendo, che
so, Hemingway o Marcel Pagnol) è non solo, come è da sempre in letteratura,
metafora della lotta eterna dell’uomo con una natura emblematicamente condensata
in un animale selvatico: questo aspetto c’è, ci mancherebbe, ed è forte, anche
se Tuor lo sa bene e lo ammette, e riesce a evitare che il suo stambecco
finisca per rappresentare la versione alpina di un Moby Dick, l’oggetto
dell’ossessiva sfida dell’uomo con il Mostro, con l’Oscuro, con Dio o, appunto,
con la Natura. Lo stambecco, alla fine, è lo stambecco, punto. Come tutti gli
animali, resta incomprensibile all’uomo (Wittgenstein: “Se un leone potesse
parlare, noi non potremmo capirlo”), addirittura sembra irrappresentabile,
tanto sfuggente è la sua natura, anche la sua conformazione. Tutto questo c’è,
dicevo, ma Tuor evita le secche dell’approccio simbolico, resta con i piedi per
terra, ben nascosto dietro alle sue rocce, perché quello che sta cacciando è un
animale, e il suo è un atto dovuto a una tradizione, è qualcosa di iscritto
nella natura degli uomini dei Grigioni, che cacciano gelosamente i loro
stambecchi scacciando contemporaneamente gli intrusi che vorrebbero unirsi a
loro. Tutto questo c’è (e tre), ma Tuor racconta anche la caccia come combat dell’uomo (del cacciatore) con la
burocrazia che regola la caccia, con le norme che ad esempio impongono nei
Grigioni di abbattere una femmina non gravida prima di poter abbattere un
maschio, e allora ogni cacciatore se ne va in montagna in compagnia di un
guardiano che controlla che tutto sia fatto secondo le regole e un po’ presenzia
impassibile un po’ diventa complice. Lo stesso sembra fare Wittgenstein, che
viene citato con parsimonia soprattutto all’inizio: partecipa con discrezione, attraverso
un libro che il narratore si è portato con sé, fornisce qualche appoggio
teorico (sdruccioloso, per la verità, e va benissimo così), per poi rimanere
sottotraccia e lasciare spazio ad altre auctoritates.
Ma attenzione, i libri servono a leggere la realtà tanto quanto la realtà aiuta
a capire la virtù dei libri, perché, scrive Tuor, “se una letteratura vale
qualcosa, si riconosce dal fatto che incontriamo i suoi personaggi nella vita”.
Il libro racconta
l’ostinazione, la dedizione, la passione, la pazienza, ed esprime un rispetto
per la natura che è valso, nel 2012, il Premio Letterario del Consiglio
Internazionale della Caccia e della Salvaguardia della Fauna (che, a questo
punto, dovrebbe forse suonare meno inquietante). Racconta, soprattutto, un
girovagare per territori vasti e poco adatti all’uomo, con spirito di
sacrificio, in pacificata solitudine o quasi, il che potrebbe ricordare certi
libri di montagna di Paolo Morelli, in particolare il “Vademecum per perdersi
in montagna” (Nottetempo, 2003) e il recente “Racconto del fiume Sangro”
(Quodlibet, 2013), se non fosse che il nostro Morelli detesta ogni forma di
violenza nei confronti della natura, sia pure ritualizzata e regolata da leggi
e norme – e non è poco.

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