“Per distratta
sottrazione” è il titolo della raccolta di versi che Fosca Massucco ha affidato
a Raffaelli Editore – la sua seconda, dopo “L’occhio e il mirino” (L’Arcolaio, 2013).
È vera poesia bucolica,
questa di Massucco. Si inserisce con composta naturalezza in una tradizione
illustre, che parte ovviamente da Virgilio, tocca Pascoli (gran traduttor di
Virgilio, oltre che bucolico di suo), arriva, come sensibilità, dalle parti della
Pieve di Soligo di Zanzotto, mette gli a-capo a Fenoglio (è Elio Grasso, che
firma la densa prefazione, ad accostare
colline a colline, Langhe a Astigiano). Intendiamoci sul termine “bucolic o”:
non vuole rimandare a bozzettismo, a localismi di maniera, a arcadie
provinciali. Piuttosto indica una poesia che insiste con sguardo acutissimo
sugli oggetti, sulle creature della natura, anche quelle più nascoste o
neglette, sulle tracce lasciate dal lavoro dell’uomo, sul paesaggio lavorato
ostinatamente, anche, se vogliamo, su quel che di tecnologico che ha cambiato
la vita delle generazioni dei lavoratori della terra e degli abitanti delle campagne.
E forse, a questo punto, potremmo usare più appropriatamente il termine
“georgico”.
Non a caso Grasso
definisce subito il mondo poetico dell’autrice, il suo quadrilatero di
riferimento, come “metropoli boschiva, zeppa di sguardo e di passi privi di
retorica”. Si percepisce in effetti una sorta di pudore, nobile, che la
Massucco esercita nel lavorare con le parole attorno alle cose che le sono
care. Nei suoi versi l’attenzione per i segni della natura e dell’uomo non
porta a toni altisonanti, a un’epica della campagna, a un’eloquenza muscolare
(il rischio c’è sempre): piuttosto si sottrae, ci si ritrae, ci si finge
distratti, si sbircia controluce quel mondo fitto di cose. “Bisogna avere
grande prudenza / è tutto un universo di avvisi.” Si ricorre a quella mezza
ironia che sorride di tutto, anche di se stessa. Si diventa reticenti, se
proprio occorre.
Quei segni di cui la
natura si gonfia in disordine, la poesia di Fosca Massucco li distilla in versi
che sono un modello di sintesi (“Il disordine composto della piana / nel mese
mercedonio, i campi gonfi / d’acqua – un
giurassico in ritardo – / la perfezione vibrante del vapore”). La sua ansia
di precisione lessicale tende a giocare con le antitesi e gli ossimori (“Il
baccano della quiete di collina”, “una
casa brulicante di silenzio”), talvolta si spinge verso singolari accostamenti,
verso nomenclature insolite – ma ecco che le Note alla fine del volume
ricollocano ogni analogia nel suo contesto, definiscono i termini (per esempio
“mercedonio”).
Anche le scelte metriche
si sintonizzano con questo bisogno di esattezza: oscillano tra le cadenze
illustri della poesia italiana, tra endecasillabi e settenari, che ora dilatano
ora restringono conservandone sempre una reminiscenza. Diciamo che i versi
della tradizione sembrano funzionare come poli di attrazione a cui tendono le
cadenze personali di Fosca.
Si sente che Fosca
Massucco ama questo paesaggio delimitato e imprevedibile che è l’Astigiano, che
non si stanca di percorrerlo con lo sguardo, di toccarlo, di camminarci, di
viverci, di interrogarlo, di trovarvi un riflesso di qualcos’altro (di sé). A
seconda di come lo guardi, della prospettiva in cui ti poni, un angolo
familiare diventa nuovo, rileva nuovi dettagli. Amica dell’infittirsi delle
cose, la poesia di Fosca Massucco è attratta anche – leopardianamente – dal suo
contrario, dal nulla, dalla “compiutezza ineluttabile / del vuoto”: “Ancora
pensi all’universo capovolto, / dove traspare solo vuoto tra i cipressi / e la
cinta delle mura? Il nulla / è immagine di sé e il vuoto / non è vuoto, vacilla
in solitudine.” La sua personale versione dell’Infinito leopardiano, insieme
ironica e sentita, è “Davanti si porge l’eterno / in tutta la sua vacuità, /
altèra gramigna / di massicciata.” Segni e silenzi: davvero Fosca Massucco si
accosta al mondo come farebbe un musicista, come
un interprete (schivo, però, lontano da ogni posa da
virtuoso) a una partitura ancora carica di segreti.
Chiedo a Fosca se si
ritrova in quest’immagine.
«Fino
ai trent’anni» mi risponde «sono stata una cittadina impenitente poi il salto
qui, isolata dal mondo il più possibile, mi ha catapultato nella realtà cruda.
E questa vita nuova – o restituita – è fatta di drammi e tragedie quotidiani
(animali morti, sbranati, frane, crolli, raccolti perduti, ghiaccio impietoso e
terre argillose riarse), di banalissimi miracoli (il calicanto fiorito sopra un
metro di neve, i cerbiatti e le volpi che passano in giardino con noncuranza).
Ebbene, in questo universo perfetto l’intrusa sono io e mi ritrovo quasi sempre
sul confine dell’osservabile, nel tentativo di trovare un equilibrio tra il
rispetto che devo a questo mondo così crudele e l’innamoramento feroce per i
suoi miracoli. Questo mio atteggiamento in qualche modo credo ricordi il
momento, altrettanto carico di mistero e attenzione, in cui un musicista si
accosta a una nuova partitura. Con la fondamentale differenza che un musicista
arriva a dominare la partitura,
mentre io non metto minimamente in conto di trovarmi un giorno regolatrice del
mio mondo.»
Insisto su questo punto con Fosca
Massucco, che è
laureata in Fisica e specializzata in Acustica e anche sound engineer: quale spazio ha la musica nella tua
poesia? Più precisamente, e se vuoi tecnicamente: come la tua sensibilità ai
suoni (non solo la musica, ma anche i suoni della natura, della vita degli
uomini e degli animali) si traduce nei versi? Di quale "musica" si
nutrono i tuoi versi?
«Da più di quindici anni» precisa Fosca
«mi occupo esclusivamente di rumore e di suoni; nei primi anni ho studiato i
differenti tipi di disturbo e di silenzio, necessari per l’analisi acustica
ambientale: ho imparato, insomma, ad ascoltare a lungo e considerare come
massimamente significativo quello che gli altri trascurano o sopportano con
fatica. Lo stesso approccio ce l’ho con la musica in sala di registrazione: il
mio scopo non è mai quello di abbellire i suoni degli strumenti, piuttosto di
eliminare il brutto che li circonda, lasciandoli più nudi possibile. Per rispondere alla tua domanda, i miei versi usano
lo stesso metodo logico: tento di lavorare soprattutto sull’eliminazione del
disturbo che si crea se il suono del verso - e dell’idea - non è perfettamente ridotto al massimo risultato. Di
conseguenza i versi tendono a riprodurre le mie idee dei suoni - della natura o
dell’uomo - ripulite dal residuo del reale.»
Fosca
Massucco – ormai si è capito – oltre a scrivere versi sviluppa progetti di
musica jazz e poesia in uno studio di registrazione, il (52
+ 1) Studio,
gestito con Enrico Fazio, compositore e contrabbassista. Le
chiedo se può parlarci delle attività che si svolgono in questo suo laboratorio
poetico-musicale.
Mi spiega lei: «Avere uno studio di
registrazione in cui rifugiarsi ogni volta che se ne aveva bisogno è stato uno
degli obiettivi di Enrico fin da quando acquistò il nostro casale ormai più di
vent’anni fa. Quando poi io lo raggiunsi lì, iniziammo un lunghissimo progetto
di trattamento acustico della sala di registrazione (che in realtà erano le
stalle del casale), insieme ad un progetto “visivo” di confort emotivo: chi
suona con noi deve vivere bene questa esperienza sotto ogni aspetto,
dall’ospitalità, al rapporto umano, al risultato musicale ovviamente. Così,
grazie ai contatti di Enrico e al suo lavoro da compositore, è iniziato un via
vai di musicisti d’alto livello che vengono qui, si vivono le colline e suonano
la loro musica o la nostra (se è una collaborazione per un disco di Enrico).
Insieme allo studio ora gestiamo l’etichetta CMC Records, che in realtà è nata
alla fine degli anni ’70, ha un catalogo di oltre 50 titoli e gestisce lavori
in un’area che va dal jazz moderno, all’improvvisazione, alla classica
contemporanea.
Parallelamente è nato il progetto
poetico che stiamo sviluppano e portando in giro insieme a Enrico e al polistrumentista
Gianpiero Malfatto: la sonorizzazione dei miei versi con una forte impronta di
improvvisazione, che ha richiesto un considerevole impegno da parte di tutti e
che si sta ampliando con l’uscita del libro nuovo. Lavorare in trio con due
jazzisti ha costretto loro a confrontarsi con la parola scritta e mi ha
insegnato a spiegare le mie poesie
sotto il profilo musicale. Nello stesso modo, anche nel disco di Claudio Lodati
in duo con Enrico, il brano Mirror Box
è nato per ospitare i versi dell’omonima mia poesia, e la possibilità di essere
io stessa a mixare il brano e intervenire sui suoni (oltre che a leggere i
versi stessi) è stata un’occasione incredibile.»
Che cosa si progetti e si
suoni nel ritrovo collinare di Fosca Massucco è ben esemplificato dal CD “Shibui”,
firmato da Enrico Fazio con il gruppo Critical Mass (Leo Records, 2013). È jazz
sontuoso e colorato, denso nella timbrica, nel tessuto armonico e nelle idee,
che resta in equilibrio tra tradizione swingante e ricerca. L’ottetto mantiene
un bello spessore orchestrale, una solidale compattezza d’impianto; allo stesso
tempo il padrone di casa, Enrico Fazio al contrabbasso, garantisce spazio a
tutti i componenti, trattati non come comprimari ma come interlocutori alla
pari. Da compositore Fazio ama le pastosità scure, gli amalgami terragni e
solidi, su cui voci singole (il violino di Luca Campioni, la tromba di Alberto
Mandarini, il flauto di Gianpiero Malfatto) vocalizzano su un registro più
acuto.
Concludo la mia conversazione con Fosca
Massucco con una domanda che mi viene spesso, e che rivolgo volentieri a quegli
artisti che lavorano sia con la scrittura sia con le note: c’è qualcosa che la
parola scritta può “invidiare” alla musica (magari proprio al jazz, che ha una
parte importante nelle attività del tuo laboratorio)? E qualcosa che la musica
a sua volta può invidiare alla parola?
«Li vedo come due mondi gemelli
impegnati a lavorare sulla logica, sui meccanismi e sulla creatività in uguale
misura» mi risponde Fosca. «Possiedono la medesima tensione a una comunicazione
speciale e diretta, parlano linguaggi con strutture e codici personali in modo
identico. Al jazz, però, invidio l’emozione della scoperta ogni volta nuova
dell’esecuzione, della coralità
mescolata alla sensazione di assoluta libertà, controllata dall’arte. Viceversa,
il pregio del lavoro poetico è che si svolge in solitudine, è autoconclusivo e
necessita solo della pagina di un libro per entrare nella realtà.»
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2015/06/09/per-distratta-sottrazione/


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