giovedì 4 giugno 2015

Da FuoriAsse speciale Lucca Comics 2014: Fabio Visintin

conversazione con Fabio Visintin

Tra i protagonisti di Lucca Comics 2014 c’era l’illustratore e cartoonist Fabio Visintin. Visintin, nato a Venezia nel 1957, lavora per numerose riviste e con i più importanti editori in Italia e all’estero. Il suo tratto inconfondibile impreziosisce molte copertine della collana “Le farfalle” di Marsilio. Abbiamo dialogato con lui attorno a due delle sue ultime opere, tra le più importanti e ambiziose, “L’isola” (‘Round Midnight Edizioni) e “Natali neri e altre storie di guerra” (ComicOut).


CM -  “L’isola” (Round Midnight edizioni, 2014) dichiara nella copertina di essere “liberamente ispirato a La Tempesta di William Shakespeare”. In realtà, i legami con quest’opera sono sotterranei, emergono solo a tratti, e lasciano spazio a numerosi altri rimandi letterari, da L. Frank Baum a Karen Blixen, da Bradbury a Collodi, Euripide, Vonnegut… I frammenti sono collegati per analogia l’uno all’altro, tessono una trama sottile e mai dichiarata attorno all’opera di Shakespeare. Come hai scelto questi testi? Come li hai incastrati nelle tavole?

FV – “L’isola” è il mio libro più particolare e ambizioso: è nato in un momento di maturazione artistica dal desiderio di seguire senza limitazioni le suggestioni visive che l’approccio alla tecnica della penna biro mi aveva fatto intuire. Tutto il lavoro è improntato alla più grande onestà creativa, una continua ricerca attraverso ossessioni e fascinazioni del segno e della parola, rifuggendo da ogni facile concessione al mestiere e alla costruzione predefinita. Il viaggio del protagonista è quindi stato anche il mio viaggio d’autore attraverso luoghi dell’anima che di volta in volta ho tentato di visualizzare.
Questo libro è così cresciuto seguendo una specie di trance creativa i cui passaggi non mi erano noti se non quando si componevano nel foglio. Tutta la narrazione (cosa per me inusuale) è stata scritta e disegnata tavola per tavola: ho per questo scartato molte pagine finite, non perché non all’altezza, ma perché mi avrebbero ricondotto su sentieri noti, tranquilli, facili.

CM - Colpisce, in quest’opera che deve tanto alla letteratura, come riconosce sin dal titolo, e alla fine elenca tutti gli altri testi a cui si è ispirata – colpisce, dicevo, che a prevalere in ogni pagina sia comunque la forza del disegno, il gioco dei chiaroscuri, la consistenza del tratto, la pesantezza delle ombre. Le parole vi assumono un ruolo modesto, sono scritte in caratteri assai piccoli, talvolta non compaiono nemmeno, e allora vediamo grandi tavole silenziose in cui si muovono grandi figure.
Perché la scelta del bianco e nero, e di questo bianco e nero così denso, così nero?

FV - Da subito quella che mi si presentava sul piano formale  era una visione fatta di bianchi e neri, ma soprattutto dei grigi dell’indefinito tessuto onirico. Il sogno di Prospero è stato il mio sogno.

CM - L’isola è circondata da un mare cupo e tempestoso, abitato da mostri “affamati e primordiali”, “furiosi e sciocchi”; su di essa gravano nuvole altrettanto cupe; altre creature mostruose si aggirano sull’isola, spettri, larve, insetti, ombre che la Luce ha generato inconsapevolmente. Vi si trovano cartigli con segni indecifrabili. È labirinto, regno dei morti, lager, dominio di Calibani e Sycorax. Ariel si tiene ben nascosto. A questo punto ci si può chiedere dove si sia nascosta la magia ordinatrice, il ruolo demiurgico di Prospero, nella tua versione della “Tempesta”.

FV - Il collegamento con il dramma shakespeariano, come tu hai ben notato, è molto labile e si concretizza principalmente nell’identificazione del mio protagonista Prospero con il Prospero della Tempesta, ma anche (perdona l’ego) nell’immedesimazione di me autore con Prospero/Shakespeare. La stanchezza dell’autore che vede nell’arte una magia non in grado di incidere nella realtà. La storia non insegna niente, l’arte non insegna niente, la conoscenza è solo un dono di Cassandra, una lingua di Babele, qualcosa che sembra non volersi trasmettere. Perché quello che oggi ci succede è già stato scritto, studiato, catalogato, e questo è ben noto al mio protagonista come lo è al Prospero shakespeariano, la cui interpretazione del mondo passa attraverso i suoi amati libri.
Così i libri nella finzione del racconto diventano i miei libri nella realtà. Libri che mi circondano e che mi hanno accompagnato nel tempo (lo si può notare anche dalla data di edizione di molti di essi riportata alla fine nelle note di edizione). Libri letti e riletti che quindi non sono stati scelti ma che piuttosto mi si sono proposti, risalendo alla memoria mentre componevo un’immagine. Questi testi che dialogano con le illustrazioni li ho immaginati come una specie di “colonna sonora mentale” in cui, oltre al significato del testo, assume importanza anche il “suono” della parola.

CM - Insomma, qualcosa di Prospero resta nel tuo ruolo di autore, nella trama tessuta dai rimandi letterari e visivi.

FV - Il gioco dell’identificazione autore/personaggio nel mio libro è continuo, così come nella commedia Shakespeariana. Chi vive della propria fantasia a volte fatica a scorgerne i confini e quando questo accade è spesso il senso di delusione e impotenza quello che ti assale.
Shakespeare nel finale della sua ultima (non a caso) commedia, fa spezzare la bacchetta magica (matita? penna?) al suo mago: non più magie, non più poteri magici. Prospero lascia cadere anche il suo manto, che, se rendeva palese il suo ruolo di demiurgo, lo rendeva anche pesante costringendolo a muoversi molto lentamente (lo immobilizzava sotto il peso del suo ruolo). Ora è libero, potrà essere una persona “normale”, perché se la magia (quella del racconto, dello spettacolo) è sogno, Prospero, smessi gli abiti di scena, accerta e accetta la sua impotenza e il risveglio alla realtà, e la realtà è ancora quella dell’ingiustizia e del sacrificio del figlio.
Nel mio racconto, però, Prospero aggiunge una microscopica nota di speranza e in un’ultima recita, nella finzione della storia disegnata cambia il copione e non accetta questo sacrificio. Consapevole che è sogno, che è finzione, ma nella speranza che immaginarsi diversi possa essere l’inizio di un cambiamento.

CM - “Natali neri e altre storie di guerra” (Comicout, 2014) raccoglie una serie di brevi storie che sono amare riflessioni sulla morte, la violenza, il desiderio, la vita. Il tratto è spesso spigoloso, come spigoloso è il procedere del ragionamento. Gli uomini, cioè i tuoi personaggi, sono tutti prigionieri di altre isole, di trincee, ritrovi in mezzo alla neve, navi nella tempesta, oppure di ruoli soffocanti, di limiti invalicabili, e sono vittime di errori tragici, o di altrettanto tragiche coincidenze. Come ne “L’isola”, anche in molte delle storie di “Natali neri” nuvole, onde e pieghe della terra nascondono mostri in agguato. Ho l’impressione che anche questi mostri voraci siano minacciati (se non in queste storie, in altre non ancora raccontate) da altri supermostri, annidati in zone ancora più nascoste e oscure. E forse anche noi, che ci sentiamo minacciati dai mostri, siamo a nostra volta mostri per qualcun altro – lo si sospetta nel leggere certe storie, come “Natale nero” o “Mare nostrum”. Eppure si legge, in una delle ultime pagine, “Le cose perfette hanno sempre in sé qualcosa di statico, di mortale… La vita è negli errori, nelle imperfezioni, amico mio, e inevitabilmente nel non finito…”. È, chiaramente, una dichiarazione di poetica, che trova riscontro puntuale nelle tue tavole; ma possiamo leggerla anche come una sorta di dichiarazione d’amore o almeno, nonostante tutto, di fiducia nei confronti della vita? 

FV - Comincio col dire (non a mia discolpa) che il titolo di questa raccolta di racconti pubblicati a suo tempo sulle pagine del mensile Animals (escluso il racconto “Natale Nero”, inedito realizzato apposta per questo libro) mi è stato suggerito dall’editore Laura Scarpa.
Ho trovato che la casualità che mi aveva portato a pubblicare nella rivista tre storie fatte per i numeri natalizi era interessante e forse andava sottolineata, come ho fatto aggiungendo l’inedito “Natale Nero”.
Nonostante il titolo, però, trovo questi racconti “duri” ma non privi di speranza. Anche quando può sembrare diversamente, ad esempio in “Mare Nostrum”, contengono comunque una voglia di comprendere senza steccati un’umanità che mi sembra, a ogni livello, classe sociale e latitudine geografica, accomunata da un senso di infelicità e impotenza davanti a meccanismi e pensieri che restano immobili e determinano le nostre esistenze.
Se dovessi indicare qualcosa che accomuna tutti questi racconti direi che è lo svolgersi dell’azione sempre all’interno di momenti di “tempo sospeso”. Quei momenti nei quali  la storia sembra restare un po’ ai margini e i personaggi possono muoversi rispondendo solo a loro stessi, come ad esempio una camionista bloccata a un valico dalla neve o San Francesco a colloquio col nipote del Saladino.

CM - L’attempato diavolo di ascendenza bulgakoviana che compare qua e là a dialogare con l’alter ego dell’autore sembra ricomporre le diverse storie in una cornice comune (non a caso, e forse proprio grazie a lui il volume si presenta come “graphic novel”). Il pessimismo ironico del diavolo esprime un totale scetticismo nella capacità dell’uomo di imparare dai propri errori (“Ma la storia?” “La storia non ha mai insegnato niente!”); nelle tue tavole sembra rappresentare una sorta di provvidenziale contraltare, una spalla ipercritica, una puntigliosa voce della coscienza, un dialettico distruttore di certezze. C’è bisogno di questa voce critica, che sia diabolica o meno, secondo te, nel momento in cui si fa arte? L’artista è meno solo se presta ascolto a un interlocutore così?

FV - La figura del Diavolo percorre un po’ tutto il libro ed è una figura importante. Cominciamo col dire che non si tratta di un Diavolo malvagio, egli è piuttosto il Diavolo che compare all’inizio dell’Antico Testamento, l’avvocato che insinua il dubbio anche in un Dio piuttosto bizzoso e incline all’ira com’è quello della Bibbia.  È un angelo caduto, vicino alle debolezze dell’uomo, che sa che la materia di cui siamo fatti ha dei difetti e che ha poche speranze sul fatto che ci trasformeremo tutti in esseri angelici alla fine dei nostri giorni, ma che sospetta anche che non sia così facile separare il Male dal Bene. Questo Diavolo letterario, che in molti scritti viene anche indicato come protettore delle arti, mi è sembrato bello averlo come spalla per i miei dialoghi di raccordo.
Ho sempre pensato, anche a costo di sembrare un bastian contrario, di mettere in discussione le certezze, tutte, anche quelle delle idee che maggiormente condivido, perché penso (anche se ogni giorno sono subissato da prove contrarie) che si possa sempre comunicare, anche se questo a volte è possibile solo pagando prezzi altissimi.

CM - Colpisce, in “Natale nero”, l’incongrua e fragile figura del Professore, che sembra spiegare l’assurdità della vita di trincea della Prima Guerra Mondiale attraverso i versi che nobilitano l’eroismo guerriero dell’Iliade. Affiora spesso, nelle tue tavole, questo sostrato mitologico antichissimo (“L’origine” racconta le prime generazioni degli dei secondo la Teogonia di Esiodo), che potrebbe racchiudere il senso di tutto ciò che è venuto dopo – la natura violenta e sopraffattrice dell’uomo, in particolare – o rappresenta almeno, in quanto mito, il tentativo dell’uomo rimasto al buio di spiegare, di spiegarsi.

FV - I miei racconti sono pieni di eroi che attraverso la sconfitta ne offrono la testimonianza più alta, una specie di “martirio laico”: Il sergente maggiore Ettore del racconto “Natale nero” diventa con la sua morte l’Ettore dell’Iliade e chi lo uccide, se da un lato sottolinea i limiti dell’arte, distrugge qualcosa che non comprende ma che non può sostituire con altro.
L’unico valore diventa la capacità di distruggere. Un potere fine a se stesso, come quello che viene trasmesso dal padre cacciatore al figlio nel finale di “Mare Nostrum”.
L’ignoranza è vincente perché non è un linguaggio e quindi non presume un dialogo, ma solo l’esercizio di un potere. Ma l’universo è stato creato dalla parola e non dal potere. Allora limitare la parola significa quindi forse limitare sempre più il proprio universo. Bruna, la camionista di “Xmas”, grazie alla sua sensibilità lo intuisce e alla ragazzina non a caso dice nella sua battuta finale: “Studia” (conosci, impara, sii migliore).

CM – Qual è, in tutto questo, la forza del fumetto?

FV - Posso dirti che la domanda che più spesso mi è stata fatta durante le presentazioni di questo libro è stata: “Qual è il tuo pubblico di riferimento? Esiste un pubblico per questo genere di storie?” L’unica risposta che posso dare in tutta sincerità è che il mio pubblico di riferimento sono io, è l’Io lettore che deve leggere e capire ciò che l’Io autore produce. Mi piacciono le storie che scorrono e mi portano a ragionare sulle contraddizioni del vivere, senza punti di vista precostituiti. Il Fumetto è un linguaggio ibrido che sento molto affine, dove le suggestioni grafiche si mescolano al potere evocativo della parola scritta, del dialogo, del racconto. Un mezzo espressivo in cui mi sento a mio agio e che mi permette di raccontare le storie che si formano nella mia mente.

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