Ha il buon sapore della
narrativa d’altri tempi “Solo me ne vo per la città” di Enzo Gaiotto: narrativa
assorta, contemplativa, senza fretta, fitta di allusioni e rimandi tra presente
e memoria, tra storia privata e pubblica. È un bene che le Edizioni Las Vegas
di Torino abbiano ristampato in una nuova versione rivista e corretta questo
romanzo che era uscito nel 2007 con il titolo “La finestra socchiusa”, per i
tipi de Il Molo.
Un uomo assiste premuroso
e impotente la madre morente in ospedale; giornalista in crisi silenziosa, acuto
nell’esaminare la propria inconcludenza ma allo stesso tempo inetto nel
rimediare ai propri errori, si muove (poco, ma ossessivamente) tra sale e
penombre cariche di oggetti che sembrano partecipare anch’essi all’agonia
generale, in un tempo dilatato in cui ogni gesto pare ripetuto all’infinito e i
ricordi si affollano e premono. L’uomo ha sacrificato tutto (l’amore di una
moglie e di una figlia) all’ambizione e alla professione, e lo sa bene: e ora i
suoi ricordi sfumano nella desolazione del presente. Se torna a casa, dalla
moglie dormiente, la osserva in silenzio, la assiste come fosse malata, come fa
con la madre che davvero è malata e incosciente. L’uomo non parla: pensa, anzi
rimugina. Attorno a lui, solo un grande silenzio, rotto dalle frasi di
circostanza di medici e infermiere, da lamenti e sussurri, dai ronzii e i brusii
delle macchine che tengono in vita la madre.
Contrasta con questa voce
silenziosa – a cui l’autore nega perfino la consolazione della prima persona –
la voce vitale, vorace di vita, questa sì in prima persona, della madre Annina,
che ripercorre con amorosa precisione luoghi, affetti e vicende di persone
scomparse. La storia della sua famiglia e la sua personale, vissuta per lo più
tra Garlasco e Livorno, è la storia di una parte considerevole del Novecento:
guerre, speranze, dittature, tutto però al sole, in perenne movimento, vivace
anche quando si racconta di fame e stenti e fughe e povertà e morte. Nella sua
ricostruzione gli anni Trenta appaiono vividi, terribili, fatui e bellissimi:
un concentrato di guerra coloniale, balli, riviste, costumi, camicie nere,
libri e canzoni alla moda, sentimentalismo fascista o clericale, incidenti in
fabbrica, valigie di cartone… un Amarcord tirrenico fatto di storie dolenti e
speranzose di emigrazioni, viaggi in terza classe su treni forzatamente in
orario, tournée di compagnie di varietà. Non sono meno drammaticamente vivaci
gli anni Quaranta, gli sfollamenti, i bombardamenti, i tedeschi ovunque, i
repubblichini, l’arrivo degli americani, le Am-lire, i chewing-gum, o i successivi
Cinquanta…
Nella voce della Madre
risuona l’accettazione del dolore come di una componente ineludibile della
vita, ma anche una determinazione a migliorare la condizione propria e dei
propri cari che il figlio ha dimenticato. Certe persone (esitiamo a chiamarle
personaggi, per come si staccano dalla pagina) restano nella memoria del
lettore: la madre di lei, sempre a caccia di amanti per tirare a campare,
violenta e tirannica anche da vecchia; il padre adottivo Rino; Toni, il marito
cantante, sempre oscillante tra declino e riscatto; Giuseppone, il suocero
cieco, dal passato avventuroso; George, il timido, correttissimo ufficiale
medico inglese di cui si innamora.
L’autore incastra con
efficacia le due voci, alternandole capitolo dopo capitolo, lavorando su una
sorta di montaggio analogico che lega gesti, pensieri dell’uno e dell’altro, e
ci fa intuire che, per quanto diversi, madre e figlio restano uniti da forti
sintonie implicite, da ricorrenze e coincidenze. Pian piano, verso la metà del
romanzo, i ricordi dell’uno (bambino, poi giovanotto) e dell’altra (ora madre,
non più figlia o moglie) si incrociano, si sovrappongono, ricostruiscono gli
eventi secondo punti di vista diversi ma non incompatibili.
Tra le cose che
accomunano madre e figlio, la passione per i libri: la lettura consegna loro (a
lei, ma anche a lui, in questo rimasto bambino) un mondo migliore di quello
reale, più intenso e nitido. La letteratura (Cronin, Stevenson, Pavese, Parise amato
dalla madre e riletto dal figlio in ospedale “come una preghiera”) avvicina il presente
al passato e generazioni diverse, insegna ciò che è giusto (“Ero convinta che
se a comandare fossero stati gli scrittori, la guerra non sarebbe mai
esistita”, dice Annina).
“Solo me ne vo per la
città” racconta “la normalità del dolore”, secondo una sorta di epifania che
coglie il figlio in ospedale dinanzi alla consapevolezza di quanto vivere sia,
per tutti, soffrire. Quando il silenzio egoistico in cui si è chiuso fino a
quel momento si apre sui profili degli altri degenti la madre, silenziosa
testimone di questa presa di coscienza, può allora morire.

